DEVIAZIONE STANDARD
di Francesco Beltramini
Anche se ormai sono quasi infallibile devo dire che con gli uomini la percentuale di successo è leggermente più alta. Con buona pace del sesso forte. Ad ogni modo si tratta di uno scarto piccolo piccolo: con le donne la percentuale di successo, nell’ultimo anno, si è aggirata intorno al 89%; con gli uomini ormai arrivo al 91,5%. Mi riferisco ad individui adulti. Con i bambini ho smesso nel 1994: da anni non avevo più fallimenti e francamente mi annoiavo. Forse però qualche nuovo esperimento lo potrei fare, per vedere se sono ancora ferrato nelle tecniche che usavo con loro. Per altro mi sembra che i ragazzini di ora siano un po’ più tosti di quando ho smesso.
Il luogo più difficile è il ristorante. I fallimenti incassati al ristorante erano tali da abbassare le mie medie annuali. Dopo un periodo di ostinati tentativi, che ha comportato un calo vertiginoso nei successi durante il quinquennio 1996-2000 ho preferito lasciar perdere. Da allora il trend globale è nuovamente in ascesa. D’accordo, mi manca una sfida non da poco, ma quello che ricerco io non è tanto la gloria, lo stabilire record sempre più alti, quanto il piacere immediato; e allora, mi dico, chi me lo fa fare? Tra i luoghi in cui esercito ora (e il dato è allucinante e dovrebbe farci pensare!), quelli dove riesco più difficilmente a far piangere la gente, sono i supermercati. Nei supermercati la percentuale di fallimento nell’ultimo semestre del 2003 è stata del 15%. Differenziando, il 14,3 nelle Esselunga e il 15,2 nelle Coop. Chissà, forse questi dati potrebbero interessare qualche esperto di marketing. Nei supermercati, è evidente, la gente non ci va per piangere. Soprattutto alla Coop.
I posti più facili, banalmente, sono gli ospedali, i cimiteri e le chiese. In questi luoghi, assemblati nel dato statistico per pragmatica semplicità, riesco a far piangere il 97% dei miei interlocutori. Potrei addirittura pensare di escluderli dalle statistiche, ma non riesco a convincermi a rinunciare a quelle che definisco ‘sveltine’. Entro in una chiesa di periferia o a Trespiano, o nei reparti più idonei di uno degli ospedali cittadini, mi tolgo il cappello che porto sempre in queste occasioni, mi avvicino di soppiatto a qualcuno e chino il capo. Di solito sono loro a fare il primo passo, e allora è fatta: “Era sua moglie?”, “Viene per sua moglie” o “Qual è sua moglie?”; queste sono le frasi con cui cascano nel mio gioco (l’84% delle volte), da ormai cinque o sei anni. Nel 74,4% dei casi, lo dico senza falsa modestia, capitolano in meno di 7 minuti. Il 96,6%, che ci crediate o no, in meno di 11. Prima mi prendevano per fidanzato, fratello o figlio. Una volta, ero nell’astanteria del reparto di oncologia di Careggi, una vecchia mezza cieca esordì chiedendomi se ero Angela, la figlia del povero Lorenzone, quella che era andata a stare in Francia. Con un falsetto appena passabile stetti al gioco e non venni deluso. Seguono, per facilità, i parchi pubblici: pare che la meditazione all’aperto si adatti al carattere malinconico, o forse è perché i giardinetti hanno sempre una vaga atmosfera cimiteriale. In un parco pubblico ci sono una quantità di soggetti ben disposti. Innamorati, vecchietti, giovani madri. E’ pregustando quello che succederà dopo che mi avvicino a quelle belle carrozzine inglesi che vanno di moda ora. La mamma, quasi sempre tra i trenta e i trentacinque, subito sorride. A volte ci vuole un po’ per deviare il discorso su marito o lavoro, ma appena ce la fai il risultato non tarda ad essere eclatante.
Continuo ad esercitare anche nei pub, nonostante mi abbassino la media, perché ci sono affezionato. E’ in un pub che ho iniziato a far piangere estranei per hobby. Prima mi ero esercitato solo con fidanzate (praticamente zero errori: 93,4% di successi! E solo perché quella stronza di Simona mi lasciò per telefono dalla Grecia) o familiari. Con la mamma era uno spasso ogni volta e col babbo difficile ma appagante, però nell’angusto ambiente famigliare non mi ero reso mai conto della potenzialità della cosa.
E’, non mi vergogno a dirlo, un piacere vagamente morboso quello che mi assale ogni volta. Non riesco più a farne a meno. Le labbra si serrano (94%), le sopracciglia si aggrottano, spesso (78%) si cerca di nascondere l’inevitabile piegando il capo. Una mano scorre verso la fronte coprendo un po’ gli occhi. E’ lì che la mia soddisfazione raggiunge l’acme. Non sono le lacrime, anche se solo loro provano effettivamente il mio successo: è la certezza che arriveranno, in genere copiose (67%) a regalarmi quel deliquio indescrivibile che ricerco ogni volta.
Comments (0)
You don't have permission to comment on this page.