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Racconti in concorso 2006

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Racconti cattivi

Terza edizione

L’amore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A cura di A. A.

Edizione privata

Anno 2005/06

 

 

 

Lui le disse

Luca Bonora

 

 

 

Lui le disse: ‘’Mi vuoi?”

Lei rispose: “No.”

Lui le disse: “Ma io ti aspetto da anni, e ti inseguo da anni...”

Lei rispose: “Lo so.”

Lui le disse: “Tu sarai per sempre, te lo giuro.”

Lei rispose: “Lo so.”

Lui le disse: “Allora prendimi, ti prego.”

Lei rispose: “Non ancora”

Poi gli tolse il cappio dal collo, rinfoderò la falce e se ne andò.

Lasciandolo solo.

 

Che cosa crudele, a volte, la morte...

 

 

Non disse una parola

Carlo Lagorio

 

 

 

Era la prima volta che la incontrava.

Il suo lavoro lo portava spesso a conoscere gente diversa, ma raramente annoverava fra le sue clienti ragazze come lei.

Era veramente bella, con occhi azzurri come il ghiaccio, la pelle bianca e I capelli neri e lunghi che le coprivano le spalle.

Lui non le disse nulla quando la vide, ma la scruto` avidamente registrando nella sua testa ogni particolare del suo corpo.

 

Torno` in ufficio dopo l’orario di chiusura, sapeva che l’avrebbe trovata ancora li`, perche` sapeva che lei avrebbe aspettato il suo ritorno.

E infatti la rivide, chiusa nel suo elegante tailleur, con le scarpe verniciate e il piccolo anello al dito.

 

Entrambi sapevano che non avrebbero avuto molto tempo, e che forse quella sarebbe stata la loro unica e ultima occasione. Lui si avvicino` e lei sorrise. Lui la accarezzo` e la bacio`. Lei non si ritrasse.

Lui la afferro` dietro la nuca mentre le sue labbra le scendevano lungo il collo. La mano destra intanto accarezzava tutto il suo fianco fino a raggiungere la gamba e insinuarsi maleducata sotto la gonna.

Lei fremente di piacere mordeva l’interno della sua bocca per impedirsi di urlare.

Lui si mise sopra di lei e comincio` ad armeggiare con la camicetta bianca. Fece saltare I bottoni uno a uno e la apri`, quindi lascio` scivolare le mani dietro la schiena e slaccio` abilmente il reggiseno.

I capezzoli di lei si ergevano duri e freddi. Lui ne morse uno.

Sollevo` la gonna che si strappo` leggermente e abbasso` le calze, quindi entro` in lei, preso da incontrollabile passione.

Lei lo guardava ardente.

 

***

 

Soddisfatto si alzo` e si rivesti` lento, senza fretta.

Poi rivesti` lei, le risistemo` I capelli e le sue scarpe verniciate. La bacio` un’ultima volta con delicatezza, poi richiuse la bara.

 

Per tutto il tempo, lei non disse una parola.

 

Amplesso senza complesso

Giovanni Buzi

 

 

 

 

M’amavi. T’amavo. Ci amavamo. Fin qui, meraviglioso. Ma come? Come amarti, amarci? L’idea c’era, la voglia pure, lo slancio anche, ma... qualcosa mancava. Anzi, mancavano. Cosa, vi sento dire? Con dolore, devo riconoscere che ci macavano braccia e gambe. A tutt’e due. Quando si dice la sfiga. Ma non era stato sempre così!... No. Un incidente. Un orribile, tragico, spaventoso, incredibile incidente. Dei più banali, in fin dei conti. Sboom! d’automobili. Eccheccazzo!! Avrei quasi preferito che mi fosse saltato il cervello o il pisello! Sissignori, io sono l’uomo della coppia, se così si può dire, ormai. Marco di nome e Antonio di cognome; quando si dice l’ironia della sorte! La mia metà... Voglio dire lei, o ciò che rimane... insomma, la mia donna, si chiama Elena di Tracia (non lamentiamoci, poteva andar peggio). Bella, bellissima, divina direi! La sua bellezza e la mia ingordigia sono state causa di tutti i nostri mali. Ricordo, era una sera d’inverno, il 14 febbraio, per essere precisi. Filavamo sull’autostrada verso un romantico ristorantino fuori città, in una supercazzo di Ferrari rosso fuoco come il nostro amore, come la nostra passione, come l’incendio in cui fummo intrappolati dopo il terribile schianto contro un tir. Colpa nostra, anzi mia. La mano m’era scivolata tra le sue cosce. S’era avventurata su, sempre più su. Le mutandine erano di seta rosa, la sua farfallina all’interno sfarfalleggiava con battiti gentili, discreti, invoglianti... Metto un ditino, ne metto un altro, sfrigolo un po’; lei gatta gattona s’abbandona, da bona qual è (qual era), io non vedo, non sento e Sboom! Ok, ho sbagliato, ma chi non avrebbe perso la testa in quei momenti? Risultato, siamo confinati in questa clinica privata in mezzo alle verdi Alpi (ringraziando Dio, il bel soldino non c’è mai mancato). Io sulla mia sedia a rotelle. Lei sulla sua. Io ridotto a un tronco bruciacchiato senza braccia né gambe. Lei pure. Guardiamo lungamente il panorama. Che cazzo d’altro ci resta da fare? In verità, a me s’addrizza ancora. Non è un bello spettacolo, lo riconosco, ma che volete, la carne è carne, anche bruciacchiata, raggrinzita, abbrustolita. E lei vorrebbe, eccome! Troia era e troia, sia pur dopo l’incendio, è rimasta. Insomma, per ricapitolare: nella nostra non invidiabile condizione abbiamo ancora voglia l’uno dell’altra. Ma coooooome faaaaaaare??? Se qualcuno ha un’idea, si faccia avanti. I nostri accompagnatori, un bel giorno di primavera, forse per compassione, ci hanno lasciato da soli sul terrazzo di fronte alle fresche e verdi montagne. Io ho guardato lei, lei ha guardato me. Non era un bel vedere. Però... il mio affare s’impennava da sotto quella specie di lenzuolino grigio con cui era coperto il troncone mozzo dei nostri corpi. Il suo relitto di linguetta affumicata ha fatto ciaociao all’angolo incartapecorito della bocca... Vogliosetta era e vogliosetta è rimasta. Uno slancio e Dio sa come mi sono catapultato su di lei! La sedia a rotelle s’è capovolta e ci siamo ritrovati a strufugnare a terra come due arrosti di maiale in calore! S♫ì... l’ho perfino trovata la sua farfallina! Oddio, quello che restava: un buco sfrangiato sul carbonizzato spinto. Il mio di farfallino non era in migliori condizioni, ma si deve riconoscere che l’effetto “tronchetto di carbone” non era poi così orrendo; viste le condizioni, voglio dire. Com’è stato?... Splendido, sublime, meraviglioso... non trovo abbastanza aggettivi per descrivere il nostro agognato amplesso! E, lo sapete... come ci ricapita l’occasione, lo rifacciamo. I nostri accompagnatori fanno finta di niente. Ce n’è uno che smadonna un po’ al momento di staccarci l’uno dall’altra e rimetterci sulle rispettive sedie a rotelle, ma chissenefrega, se li dovrà pur guadagnare i begl’euroni che ogni mese sborsiamo, o no? Vi lascio. Vedo che gli accompagnatori, con discrezione, s’allontanano; lentamente, il mio lenzuolino grigio si sta sollevando... ☺

 

Errori di valutazione

Silvia Brunati

 

 

 

Gocce di sangue colpirono la neve come macchie su di una veste bianca, cercò di riprendere fiato ma i polmoni si rifiutarono di collaborare. Chiuse gli occhi cercando di ricordare ma non riusciva a concentrarsi. La pistola! Si appoggiò al tronco di un albero e si tirò su. Dove era finita? Aveva percorso il vialetto ghiacciato, il braccio destro lungo il fianco con la mano che ne stringeva il calcio, quello sinistro al petto per la paura di perdere il paletto. Si prese la testa fra le mani cercando di ricordare. La chiesa era di fronte a lui, aveva scavalcato il cancello del cimitero cercando di ignorare le statue che dall'alto sembravano ammonirlo a non entrare, era così vicino alla meta. Quello sporco assassino avrebbe pagato per averla uccisa, gli avrebbe ficcato il paletto di legno dritto nel cuore!

Aveva percorso rapidamente la strada fino alla tomba, cercando di non fare rumore.

Due volte! Ne era certo, lo aveva colpito due volte ma non aveva avuto alcun effetto. Perché? Poi aveva sparato ma non era cambiato niente. Scosse la testa cercando di schiarirsi le idee, doveva muoversi, non poteva stare li fermo ad aspettare la fine. Si staccò a forza dall'albero e cominciò a correre. Ce la poteva fare, non stava poi così male. Perché allora gli veniva da vomitare? Si fermò di nuovo e si lasciò cadere a terra. La neve fresca gli portò un po' di sollievo ma fu solo un momento. Ne era certo, i colpi avevano raggiunto il petto, non si era sbagliato. Maledizione! La rabbia servì a schiarirgli le idee, si tirò su di nuovo e riprese a camminare. Era dietro di lui ne era sicuro, non era certo il tipo da lasciar correre, doveva essere furibondo, l'avrebbe ucciso bevendo il suo sangue come aveva fatto con quello di Jenny. Gli venne da ridere e mentre lo faceva la forza lo abbandonò all'improvviso, cadde a terra cercando di capire cosa gli stesse succedendo. Non poteva finire così, non doveva. Lacrime di rabbia gli riempirono gli occhi, cercò di tirarsi su ma non aveva più forza nelle braccia. “Ho fallito Jenny, ho sbagliato tutto.” Scosse la testa e si premette la mano sullo stomaco, non era il dolore delle ferite a farlo soffrire, piuttosto non essere riuscito a vendicarla. Un colpo solo, gli avevano detto, ben preciso e poi gli stacchi la testa. Sarebbe dovuto andarci di giorno ma non aveva resistito, aveva stretto la catenina con la croce e si era avviato sicuro che il suo odio sarebbe bastato. Aveva sempre sostenuto che un uomo dotato di una buona volontà poteva fare tutto, ora si rendeva conto che era stata Jenny a dargli la forza necessaria e adesso che era solo non era più in grado di fare nulla. Dio quanto gli mancava! La vista gli si annebbiò, rabbiosamente cercò di reagire, di non pensare alla macchia di sangue che si allargava sempre di più sotto di lui, riuscì ad afferrare un ramo e a tirarsi su, forse dopo tutto non era ancora sconfitto. Un conato di vomito lo assalì all’improvviso, cadde di nuovo a terra vomitando sangue e sentì la vita abbandonare lentamente il suo corpo. Il suo ultimo pensiero prima che tutto divenisse buio fu per Jenny.

 

- Allora?

L’uomo dai capelli scuri si girò verso il suo compagno con un ghigno leccandosi le dita sporche di sangue. - E’ ancora vivo.

L’altro gli si avvicinò lentamente annusando l’aria, era alto ed i suoi capelli biondi avevano un taglio militare. – Ha perso molto sangue, - commentò accovacciandosi accanto al corpo, - ce la farà?

- Può darsi.

– E’ stato sfortunato, non poteva sapere che noi eravamo sulle tracce del succhiasangue, quando ti ha visto nella tomba ti ha scambiato per lui.

– Per questo non l’ho ucciso, - con quello che sembrò uno sforzo sovraumano l’uomo dai capelli scuri si allontanò dal corpo, gli occhi gli brillavano troppo grandi per essere considerati umani. Scosse la testa come se fosse stordito e tirò per un braccio il suo compagno. – Andiamocene, abbiamo una caccia da proseguire e tutta questa carne fresca è solo una tentazione. Senza discutere l’altro lo seguì girandosi solo per un secondo ad osservare l’uomo a terra.

- Certo è che se non muore alla prima luna piena imparerà la differenza fra mannari e vampiri.

 

Noi

Giovanni Buzi

 

 

 

 

Ricordo il tepore di quella pelle e l’aroma – delizioso! – dei nostri corpi stretti, intrecciati, avvinghiati... Noi e nessun altro era capace di secernere quell’odore prezioso come il più raro degli incensi, profumato più d’un carico di spezie in viaggio per il deserto... Noi e nessun altro. Seta d’Oriente era la nostra pelle, stelle luminose i nostri occhi, pesci vogliosi le nostre lingue. E tra bagliori di luce, ci stringevamo con quella forza che solo dà il timore che sia l’ultima volta. Noi e nessun altro. Sento ancora quei sospiri di belve assopite, sazie. Non riesco a dimenticare. Vorrei tornare indietro. Ritrovarci. Ritrovare quelle vibrazioni che solo noi eravamo capaci di creare. Intorno a noi – come per magia – si tesseva un rete invisibile di fili che ci teneva uniti, ci racchiudeva come crisalidi e ci proteggeva da ogni bruttura del mondo. Il mondo? Dov’era quando stavamo insieme? Sparito, scomparso come bolla di sapone. Bastava che fossimo “noi” e l’unica realtà era una perfetta, unica, melodiosa Armonia. Come per magia... Ora tutto mi sembra senza colore, senza sapore. Ora che non c’è più “noi”, perché sì, eravamo riusciti a fonderci e dimenticarci l’uno nell’altra. Avevamo creato quel “noi” ormai svanito, impossibile da ricreare. Solo posso ricordare e sperare. Sperare nell’impossibile. Poggio i gomiti verso un’alba che non riuscirà a illuminare questa mia giornata. Solo. Cosa è ormai l’esistenza per me? Cosa vale un attimo, un’ora, l’eternità adesso che quella sfera di cristallo che eravamo “noi” s’è infranta? Come poter vivere ancora? A quale scopo? Aspiro un po’ di veleno da questa sigaretta senza sapore e guardando perdersi nel cielo grigio le volute di fumo non posso non pensare: dove sarai ora Maria? Dove poterti ritrovare? Dove sarai adesso Manuela, dove Alice, Milena, Stefania, Giuditta, Alfredo, Carlo, Marco, Mauro, Giuseppe?... Dove siete? Mi mancate da morire: a quando un’altra bella ammucchiata, così da ricreare “noi”?

 

Pranzo di Natale

Marco De Mattia

 

 

 

La macchina parcheggiata in parte all’albergo, vicino alla zona Fiera di Pordenone.

Arrigo, appena arrivato da Milano, stava guardando il telefonino per sapere che ora aveva fatto.

Con grande sforzo resisteva fuori dal ristorante. Il freddo pungente faceva colare il muco dal naso. Piedi freddi. Ore undici e quarantacinque. Troppo presto.

Decise per una passeggiata di mezz’oretta, lì intorno, verso i giardini e la zona del Noncello.

Mosse velocemente i primi passi, spinto dall’istinto di sopravvivenza; doveva muoversi, scaldarsi in qualche modo. Quella città, la sua città. Così inospitale e difficile da descrivere.

La Base americana di Aviano, il comitato delle prostitute, il Great Complotto, Le Giornate del Cinema Muto, Pordenonelegge, Savio e Zanussi. Ecco fatto, descritta, la sua città.

Quattro cose per sentirsi importanti, e poi la gente. Si, la gente, quella maledetta gente, che non è uguale in ogni dove. Arrigo lo sa.

Qui sono tutti personaggi di paese, venuti dal nulla per fare gli imprenditori. Tutti imprenditori. Artigiani del mobile e meccanici arricchiti. Comprano arte come pesce al mercato e ne vanno fieri, della loro cultura. Bisogna fare la città. Costruire ponti, navate, palazzi enormi, in mezzo a quattro alberi striminziti, con, a due chilometri, la piena campagna. Piccolo paese. Lui preferì la città, quella vera, almeno. Lo smog dilatato in cinquanta chilometri quadrati e non in cinque, come a Pordenone. L’inquinamento fatto di centrali idroelettriche e termovalorizzatori, e non di piccole discariche a stretto ridosso dell’ansa del fiume Noncello. Se bisogna fare le cose, allora, bisogna farle bene. Vede la gru muoversi, in lontananza, vicino al parco Galvani, vicino dove abitano i suoi genitori. In previsione alcuni cantieri, per “abbellire” di nuove costruzioni.

“Corte del bosco” “Bosco canoro” “Parco Arcadia”, questi i nomi.

Dietro, sovvenzionano industriali, i nuovi ricchi del posto. Ha fatto bene ad andarsene, Arrigo, dopo tutto. Si accorgeva, giorno dopo giorno, quanto di insensato stavano facendo, a Pordenone.

I politici comunella con tutti, non bisognava scontentare nessuno. E allora le più grosse puttanate continuavano ad essere fatte ed erano sotto gli occhi di tutti. Con il cemento armato Pordenone diventava città mentre a Milano, gente che conosceva Arrigo, amici, colleghi di lavoro, avrebbero fatto carte false per un po’ di vivibilità. Certe castronerie sarebbe meglio evitarle, prima di costruire, meglio: non costruire affatto. Ma, si sa, la mentalità di paese…

Lui, originario di vecchia famiglia pordenonese, aveva visto sgretolarsi quello che rappresentava la sua vita, il sorriso di una città ridente, diventata negli anni un quarto di bue spolpato da molti.

Cosa rimaneva? L’osso. Il progresso economico facilitava l’ingresso di nuove figure; extracomunitari a valanga incettavano posti di lavoro. Così decise di sparire, lasciare tutto ed andarsene, alla ricerca di qualcosa di puro, anche se in un ambiente più sporco. Lasciò quelle squallide case, abitate solo al fine settimana, da lavoratori perennemente pendolari, da gente che amava i “schei” più dei propri figli, persone grandi lavoratori ma instancabili ignoranti.

Lasciò pure quelle quattro morose che aveva avuto, negli anni, in quei posti o nei dintorni.

Donne belle, virtuose, che si accoppiavano il più industriosamente possibile con soggetti muniti di possedimenti e tanti muscoli per lavorare. Lavorare per una bella Mercedes, da portare a casa, la sera, e passare a prendere la fidanzata. Bella lustra, perfetta. La macchina intendo, non la fidanzata.

Già…che bella vita.

Questi e altri mille pensieri, aveva Arrigo, passeggiando tra i pochi alberi rimasti lungo il fiume, quando decise che l’ora giusta per tornare indietro si era fatta.

Aprì la porta del ristorante e l’ansia di ritrovare genitori, fratelli e sorelle di ritorno dalla Messa, gli faceva tremare le gambe. Fece qualche passo e, vedendo i parenti, sorrise fingendo di gioia naturale. Mezzogiorno e mezzo. Presto. Baci e abbracci, i bambini, tutti, e lui solo, in un angolo della tavolata, con davanti una sorella, l’unica rimasta zitella, e un tavolo per due persone, alla sinistra, rimasto ancora vuoto ma apparecchiato.

- E cosa fai di bello, a Milano, Arrigo?

- Lavoro in una ditta di computer, mamma, e vivo in un appartamento con altre persone.

- Ti bastano i soldi? Ce la fai?

- Si, si, non preoccuparti.

La cameriera si avvicinò e il padre di Arrigo chiese scusa perché, forse, troppo presto, per il pranzo. Dovevano arrivare altre persone, quelle che avevano prenotato altri tavoli. La cameriera disse che non era un problema: si poteva iniziare. Menù fisso di Natale.

L’aperitivo e uno dei primi antipasti erano già finiti, quando Arrigo notò l’arrivo, quasi in massa, di altri clienti commensali. Gruppi di famiglie più o meno numerose, coppiette anziane e qualche singolo avventore fermo al bar. Dopo qualche bicchiere di vino, Arrigo era completamente rilassato.

Avrebbe voluto chiedere a sua madre se, dopo, poteva farsi una pennichella nella casa dei genitori; stanco, dal viaggio in macchina, e per riprendersi, dalla mangiata.

Guardava sua sorella con occhio spento, annebbiato dal vino, quando arrivarono i primi.

Contemporaneamente due persone, nel tavolo accanto, si accomodarono.

All’inizio non ci fece caso, assorto nei suoi pensieri. Guardava distrattamente la sorella davanti a sé.

Poi il vocio accanto si fece più intenso. Un ridacchiare a tratti fastidioso, un bisbigliare che a volte esplodeva in risate sonore. In quel preciso momento Arrigo girò la testa per guardare il tavolo dei due nuovi personaggi. Mise a fuoco subito la donna perché la vide perfettamente di viso, alla sua sinistra. Dell’uomo, di spalle, riconobbe subito le caratteristiche e i comportamenti, nonostante non lo vedesse in faccia. Arrigo avrebbe voluto sprofondare sotto terra.

La sua ex compagna, al tavolo, in parte a lui, con un comune amico.

Bella accoppiata, pensò. Bella fortuna, pensò, ad essere lì, con loro, a fare da candelabro.

Risolini su quella faccia sporca alternavano rapidi sguardi, mani perfettamente curate lisciavano capelli biondi, lunghi, tenuti in ordine, come il resto, da Anna. Prostrava il busto in avanti nell’avvicinarsi a Claudio, le tettine toccavano tovaglia e posate, bisbigliava sottecchi.

Claudio…da parecchio Arrigo non lo vedeva. Lo sentiva sbottare, ogni tanto, dalle risate, sotto le parole di Anna. Ma non si girava, non aveva il coraggio di guardare Arrigo negli occhi, di riconoscere un vecchio amico. Almeno avesse detto: “Sai, era libera, tu eri via”, gli avrebbe stretto la mano, augurato buona fortuna. Ma così, così no. L’indifferenza, la totale mancanza di riguardo, faceva imbestialire Arrigo. Non un cenno, una parola, solo ridere, ridere.

Tolse lo sguardo, il collo incominciava a fargli male.

Vide davanti Luisa, sorella silenziosa e comprensiva: stava addentando un grissino.

Arrigo afferrò con la mano sinistra la forchetta.

La rabbia si impossessò di lui mentre i due piccioncini accanto brindavano felici.

Non si spostò dalla sedia. Rimanendo seduto, la trascinò fino al tavolo a fianco, pose la mano destra libera sulla spalla di Claudio e disse:

- Ciao Claudio, ti ricordi del tuo vecchio amico Arrigo, vero?

Lui guardò con sufficienza, per niente sorpreso di vederlo, senza proferire parola.

- Bè, se non ti ricordi, tra un po’, vi ricorderete entrambi, per sempre, di me!

Arrigo mirò alla mano sinistra di Claudio, aperta e appoggiata sulla tovaglia bianca del tavolo.

Caricò il peso del corpo, alzandosi in piedi. E giù.

Impresse forza e tale inaudita violenza, in quel gesto, che i denti della forchetta perforarono la mano di Claudio, conficcandosi sul tenero legno del tavolo. Il manico si spaccò, e rimase in mano ad Arrigo.

Urla strazianti si levarono da quel momento.

Vi assicuro che non bastò un’autoambulanza, per Claudio.

Forse dovettero chiamare anche un falegname, per schiodarlo, dal tavolo.

 

 

 

Racconto di Natale

Patrizia Frosi

 

 

 

Si guardò allo specchio. Lo specchio, impietoso, le restituì un’immagine di sè stessa innegabilmente brutta. E vecchia. Una donna di mezza età, brutta. Stava per uscire con un uomo, per farci sesso. Quanto tempo era che non faceva sesso? Da quando Marco l’aveva lasciata. Da quando aveva buttato fuori di casa Marco perchè aveva scoperto che, mentre lei era in ufficio a guadagnare per due, lui, disoccupato che tirava avanti con lavoretti occasionali (“è solo un periodo, cara, passerà”), lui si vedeva con un’altra. Quando era stato? Dunque, vediamo, sei anni, sette? Scosse la testa. Se ci devi pensate è perchè sono troppi. Aveva preso la decisione di cercarsi un gigolò per soddisfare le sue esigenze fisiche praticamente subito. Gli uomini fanno così, no? Pagano e fottono. Solo che lei non era un uomo. Solo che i gigolò non sono facili da trovare come le puttane, se non si è nel giro giusto.

Solo che... tante cose.

Poi quel programma tv, l’indirizzo Internet, il sito, tante foto di uomini disponibili, divisi per città, una breve biografia. Ne aveva scelto uno, a caso, perchè “la cosa” si faceva in un albergo e non a casa. Più sicuro, aveva pensato. Ti metti uno sconosciuto in casa, poi lui tira fuori la motosega e ti taglia a dadini. Al telefono era sembrato simpatico, spiritoso, comprensivo sulla sua lunga astinenza, sulla sua età, sulla sua scarsa avvenenza. Si fece una smorfia allo specchio. Quando era giovane pensava che non essere bella le avrebbe risparmiato il dolore di vedersi devastata dai guasti dell’età, adesso che la mezza età era arrivata e con essa il decadimento fisico la consapevolezza di non essere mai stata nemmeno graziosa le bruciava come il vetriolo. E dire che tutto quello che aveva sempre desiderato era solo qualcuno che le volesse un pò di bene, e adesso si ritrovava a comperare gli uomini su Internet. Sospirò. Quei pensieri mesti non ingentilivano certo il suo aspetto. Si mise il cappotto e uscì.

 

Si guardò allo specchio. Lo specchio gli restituì l’immagine di un giovane uomo decisamente bello, bruno, grandi occhi vellutati e dolci, leggermente malinconici, appena il giusto per far battere il cuore di una donna, labbra morbide e sensuali, adatte a molti usi, che promettevano infiniti piaceri. Si sorrise. Bel sorriso simpatico, che faceva sempre colpo sulle donne. Lui sapeva tutto sulle donne, tutto quello che gli serviva per il suo mestiere. La puttana. L’accompagnatore, preferiva pensare lui. Il confidente, il consolatore. A volte aveva guadagnato di più ascoltandole che montandole. Si strinse nelle spalle. Lui dava quello che loro volevano, per cui pagavano. Sorrise. Questo naturalmente non voleva dire che qualche volta non si divertisse anche lui, anzi... Controllò i capelli, pettinati ma non troppo lisciati. Bè, era ora di andare, lui doveva essere sempre rigorosamente puntuale, anche se spesso le signore lo facevano aspettare. Ma qualcosa gli diceva che questa sarebbe arrivata perfettamente in orario, se non addirittura in anticipo. Qualcosa gli diceva che sarebbe stata una delle volte nelle quali si sarebbe divertito, e molto. Controllò di avere tutto quello che serviva. Preservativi di vari tipi, per soddisfare le esigenze della signora, salviette rinfrescanti, perchè a volte le signore curavano molto il trucco ma non altrettanto, ahimè, l’igiene intima, vaselina profumata anallergica perchè, a una certa età, le signore potevano avere problemi di lubrificazione. E l’orchidea. Quello era il suo tocco da maestro, che lo rendeva molto fiero. Non c’era donna che non si sciogliesse davanti a quel piccolo mostro vegetale dalle violacee fauci spalancate, nella sua scatolina trasparente. Bene, aveva tutto. Si mise il cappotto, prese l’orchidea, la borsa con il coltello da caccia modello Rambo e la vanga ed uscì.

 

Giovanni e Teresa

Stefano Ponti

 

 

 

Giovanni si sente attratto da Teresa.

Le propone di andare al cinema e lei accetta.

Si divertono. Sere dopo lui la invita a cena, e dopo stanno bene.

Nel giro di poco tempo nessuno di loro vede più altri.

Una sera in auto, rincasando, Teresa senza pensarci dice: "Hai pensato che oggi sono 6 mesi che ci vediamo?".

Si fa silenzio in auto.

A Teresa quel silenzio sembra pieno di significati. Pensa: "Forse gli avrà dato fastidio che abbia detto questo, forse crede che io voglia forzarlo a prendersi un impegno che lui non desidera o del quale non è sicuro".

Ma Giovanni sta pensando: "Ma guarda, sei mesi..."

E Teresa pensa: "Ma neanche io sono sicura di volere questo tipo di rapporto. A volte mi piacerebbe avere un po' di libertà, per aver tempo di pensare a ciò che voglio veramente...

Continueremo a vederci a questo livello di intimità?

Sono pronta per questo impegno? Conosco davvero quest'uomo?".

E Giovanni pensa: "Quindi questo significa che era... vediamo... febbraio quando iniziammo, giusto dopo aver lasciato l'auto dal meccanico, cioè... vediamo il contakm... merda!, devo cambiare l'olio!".

Teresa pensa: "E' sconvolto. Glielo leggo in faccia. O forse sto interpretando male. Forse vorrebbe di più dal nostro rapporto, più intimità; forse lui ha sentito prima di me che ho delle riserve. Sì, è questo, ha paura di sentirsi rifiutato".

E Giovanni pensa: "Devo dire loro di guardarmi di nuovo il carburatore. Questa cosa cammina come un camion dell'immondizia".

E Teresa pensa: " E' arrabbiato. Anche io lo sarei. Dio, mi sento così colpevole, facendogli passare questo, ma non posso evitare di sentirmi come mi sento. E non mi sento sicura".

E Giovanni pensa: "Mi diranno che ha solo tre mesi di garanzia!".

E Teresa pensa:" Forse sono troppo idealista, aspetto che arrivi il principe azzurro sul suo cavallo bianco quando ho al mio fianco una persona comune, buona, con la quale mi piace stare, che è importante per me e alla quale io importo.

Una persona che soffre per le mie egocentriche fantasie da adolescente romantica".

E Giovanni pensa: "Vogliono una garanzia?" Gliela do io la garanzia.."

"Giovanni!" dice Teresa a voce alta.

"Cosa?". dice Giovanni sorpreso.

"Per favore non ti torturare così" dice lei con gli occhi velati di lacrime: "forse non avrei dovuto dirti...O Dio, mi sento così..." e si interrompe singhiozzando.

"Cosa c'è?" dice Giovanni.

"Sono così stupida" singhiozza Teresa: "voglio dire, lo so che non esiste quel principe. Non esiste né cavaliere né cavallo..."

"Non c'è il cavallo?" dice Giovanni stupito. "Pensi che sono stupida vero?" dice Teresa.

"Ma no" dice Giovanni, contento di avere finalmente una risposta certa."

E' solo che... ho bisogno di un po' di tempo" dice Teresa.

C'è una pausa di 15" durante la quale Giovanni pensando più velocemente che può, cerca una risposta. Finalmente gliene viene in mente una: "Certo, ti capisco" dice.

Teresa emozionata, prende la sua mano: "Oh, Giovanni davvero pensi questo?".

"Ah" dice Giovanni "sì, sicuramente...".

Teresa si volta per guardarlo e fissa i suoi occhi, rendendolo alquanto nervoso per quello che lei gli potrà dire, soprattutto se ha a che vedere con un cavallo.Alla fine lei gli dice: "Grazie Giovanni".

Lui la accompagna a casa e lei va a letto. Essendo un'anima che si tortura, piange fino all'alba.

Intanto Giovanni torna a casa, apre un sacchetto di patatine, accende la tv e si immerge nella replica di una partita di tennis tra 2 giocatori sconosciuti.

Una debole voce in un angolo recondito della sua mente gli dice che qualcosa di importante è successo nell'auto, ma è sicuro che non c'è modo di capirlo: meglio non pensarci.

Il giorno dopo Teresa chiamerà una delle sue amiche e parleranno della cosa per 6 ore di seguito. In forma dolorosamente dettagliata, analizzeranno tutto ciò che lei ha detto e tutto quello che lui ha detto, ritornando su ogni punto una e più volte, esamineranno ogni parola, considerando ogni possibile ramificazione.

Continueranno a discutere per settimane, senza arrivare a conclusioni ma senza mai annoiarsi.

Intanto Giovanni un giorno, guardando una partita di calcio con un amico, distrattamente dirà: "Luca, sai se Teresa ha un cavallo?"...

 

I numeri primi prima di tutto

Alessandro Tozzi

 

 

 

 

“Il 18 Febbraio xxxx il Dr. Martin Nowak dalla Germania, ha trovato il nuovo numero primo più grande: 225,964,951-1. Il numero primo ha 7,816,230 cifre! Sono stati necessari più di 50 giorni di calcolo sul Pentium 4 2,4 GHZ del Dr. Nowak. Il nuovo numero primo è stato verificato indipendentemente in 5 giorni da Tony Reix di Grenoble, Francia, utilizzando un computer Bull NovaScale 5000 HPC con 16 CPU Itanium attraverso il programma Glucas scritto da Guillermo Ballester Valor di Granada, Spagna. Il Dr. Martin Nowak, un chirurgo degli occhi residente in Michelfeld, Germany è venuto a conoscenza del GIMPS nell'Aprile del xxxx, quando lesse un articolo sul suo giornale locale, il "Frankfurter Allgemeine Zeitung". Il Dr. Nowak, un matematico dilettante, ha iniziato con un PC e con il crescere delle sue capacità crebbe il suo interesse e la sua partecipazione nel GIMPS. Sei anni dopo, egli si ritrova con 24 computer dedicati al lavoro di calcolo per il GIMPS -- ed un numero primo di Mersenne al suo attivo!”

Era sempre stato il suo sogno quello di trovare un nuovo numero primo, e non per il denaro che avrebbe potuto guadagnare, e nemmeno per la gloria imperitura.

Dieci anni chiuso in quel maledetto laboratorio a fare calcoli su calcoli, sviluppando numeri a centinaia di cifre, ma niente. Solo un mese prima pensava di avercela fatta, e aveva anche chiamato il suo migliore amico, dicendogli che alla fine la sua ricerca era finita, poteva dirsi soddisfatto. Poi aveva rifatto i calcoli, quasi per caso, ed aveva scoperto che uno non tornava, era tutto sbagliato, maledizione. E ora questo Martin Nowak, matematico dilettante, arrivava fresco fresco a rubargli la scoperta, che fosse maledetto lui e maledetti tutti i numeri primi del mondo.

Chissà come era iniziata quella mania per i numeri primi tanti anni prima. Di una sola cosa aveva ricordo: del tentativo di trovare numeri perfetti, che non fossero stati coinvolti dall’umanità circostante, qualcosa che si ergesse come diga nei confronti del resto del mondo, quasi a cercare di preservare quel minimo di purezza che vi potesse essere ancora in qualche suo angolo. Perché un numero primo lui lo vedeva così: granitico nella sua perfezione, tetragono ad ogni compromesso, simbolo di solitudine e di eroismo.

Aveva cominciato a scuola, di questo ne era certo, iniziando ad appassionarsi dell’1, del 3, e di tutti i numeri che seguivano e che aveva cominciato ad apprezzare pian piano. Poi, da grande, la passione aveva preso il sopravvento, ed era diventata mania, ragione di vita, quasi follia. Tanto che quella sua ossessione per quei numeri, e per quello che significavano, ne aveva anche indirizzato i comportamenti nella sfera privata.

Aveva infatti amato una donna, qualche anno prima, quasi quanto aveva amato tempo a suo tempo il numero 7, per lui simbolo di perfezione assoluta, e lei gli aveva un giorno confessato che avrebbe voluto stare tutta la vita insieme, nonostante tutte quelle sue strane follie sui numeri, ma lui –dopo averci pensato un po’- le aveva dimostrato quasi scientificamente che la perfezione è solo nella solitudine, quello che finisce per accoppiarsi diventa impuro, un 7 e un 3 che mescolandosi vanno a creare un 10 o un 21 o un 4 che sia, sono quasi patetici in questo tentativo di diventare qualcos’altro, quando più e meglio di quello che sono non potranno mai essere.

Poi qualche dubbio l’aveva avuto, in verità, andando avanti con le sue ricerche, e i dubbi erano anche aumentati quando aveva capito che anche i numeri primi hanno un difetto: sono potenzialmente infiniti. Per quanto perfetti nella loro essenza, e tetragoni ad ogni seppur minimo compromesso, sono sempre destinati ad aumentare, per essere scavalcati da 24 computer che lavorino per trovarne un altro, e poi 48, e poi chissà quanti altri, come se si corresse su una scala senza vederne la fine. Ma l’uomo, per quanto numero primo, una fine la ha, e questo gli creava dei dubbi nel paragonare uomini e numeri come se fossero quasi indistinti.

Ora la notizia di quella scoperta gli creava quasi un vuoto esistenziale: che sarebbe stato di lui dopo che il Dr. Nowak lo aveva preceduto in quella scoperta? Avrebbe dovuto mettersi a cercare un 53mo numero primo, per poi scoprire ce ne sarebbe stato un 54mo e così via? No, grazie, pensò, troppo difficile, almeno per lui, ci pensasse pure il suo rivale con i suoi 24 computer pronti alla bisogna. Non sapeva più che farsene di una perfezione della quale non si vedevano nitidamente i confini. Di una perfezione imperfetta.

Decise così di richiamare la sua vecchia fiamma, Maria, per dirle che ora era pronto per vivere insieme, aveva capito che la perfezione si può raggiungere anche semplicemente unendo due numeri primi, non serviva altro. Certo, era comunque importante che i due numeri da unire fossero almeno primi, questo era assolutamente necessario, ma che 7 e 3 andassero a creare un 10, un 4 o un 21 –tutto sommato- ora gli sembrava decisamente meno importante, anzi, per certi versi un numero che sia l’unione di due numeri primi può essere anche più perfetto di un numero primo stesso: che stupido a non averci pensato prima!

Provò a chiamarla, ma lei non gli rispose. Le scrisse una lettera, senza averne più notizia. Scomodò tutti gli amici, e gli amici degli amici, senza venire a capo di nulla. Poi un giorno, aprendo il giornale, vide che Maria si era sposata proprio quella mattina, il 7 Luglio, col Dottor Nowak.

Il 7-7.

Era stata una buona scelta quella del Dr. Nowak, davvero una buona scelta, fu il suo ultimo pensiero prima di gettarsi dalla finestra…

 

Un racconto presente in questa posizione è stato rimosso per volere del suo autore!

 

Un uomo nudo con le mani in tasca

Mauro Marian

 

 

 

Premessa:L’amore di cui tanto si parla è come il titolo del mio racconto,è davvero come un uomo nudo con le mani in tasca.Lo puoi immaginare,sognare e descrivere fin nei minimi particolari ma sai benissimo che non può esistere al mondo.Certo i più convinti si permettono giustificazioni fantasiose o presunte reali come:”Ha le tasche cucite sul corpo…è un marsupiale..ha le mani nella tasche di un altro”…. Ma queste sono solo puerili scuse che non hanno alcun senso se non il voler continuare ottusamente a credere nell’impossibile...ed ora…racconto:

Francy non sopporto più di vederti così,il dottore è appena uscito,ha detto che se non si trova al più presto un donatore…rischi di …di morire…Cristo non riesco neanche a pensarlo…non puoi ,ti prego devi vivere…Quelli dell’agenzia mi hanno chiamato,hanno detto che se non esco per il giro notturno neanche oggi mi licenziano…non potrò vegliarti questa notte… vorrei solo che ti svegliassi ,solo per un momento,solo per sentire la tua voce-Le sfioro la pallida fronte,scotta.,le rimbocco le coperte nella speranza che si desti mi sento uno Stronzo,dovrei lasciarla riposare ma non sopporto di andarmene senza sentirla,ti prego amore svegliati- Un tremito dalle sue palpebre mi avvisa con lieto anticipo”Ciao Francesca…sei sveglia?”-Che ipocrita sono-Socchiude appena gli occhi ha solo un filo di voce“…Federico?…”- Federico?!?Come Federico??-“No, sono Paolo”- L’idiota che ti ha vegliato per due giorni e due notti- “Come ti senti?..” Richiude gli occhi e si volta dall’altra parte “Ah…sei tu”-Delusa??-Il suo tono è triste.. “Dov’è Federico?”-Il caro Federico questa sera doveva scoparsi Giovanna…ricordi Giovanna vero?La tua Amica…Quella che lavora al Bar di Fabio,si proprio lei- “Mh…,guarda è appena uscito,è stato qui fino a cinque minuti fa” Ora volge il suo sguardo verso di me..-Adesso ti interessa ciò che dico eh?-

“Appena andato?..no.. non puoi vedere”- vedere cosa?-“..per piacere “-no non chiederlo..-“..se magari non è ancora andato via dall’ospedale” –CAZZO! non c’è mai venuto,non gliene frega una sega di te lo vuoi capire!?!-“…magari è ancora al parcheggio…”Nei suoi dolci occhi vedo una speranza che non sarà mai rivolta a me..ora sono io che non riesco a guardarla“Non credo che sia ancora qui”sussurro

“Domani però torna vero?”-No- “Magari sì…non so.”-“Ti ha chiesto come stavo?”-No- “I fiori sono i suoi vero?”-No,li ho portati io ,freschi tutti i giorni da che ti hanno ricoverata-“ No cioè si…anche suoi…lui..in pratica cioè io li ho presi ma…l’idea era anche sua..”-“E’ preoccupato per me?”- Basta Francesca!! SE NE SBATTE I COGLIONI DI TE E DI COME STAI!!! Il suo unico commento nei tuoi confronti è stato:”Hei non è ancora morta quella??Beh un colpo finche è calda glielo posso anche dare,in fondo non sarebbe poi tanto diverso dal solito...quella tanto è frigida che sembra di legno!…va giusto bene con uno come te!”…Non ho mai avuto tanta voglia di uccidere qualcuno –“…Si Francy,mi chiede sempre come stai…”Non riesco a dirle altro…la gola si chiude ma non è solo pianto ….è anche odio nei confronti di tutto e tutti “Mi lasci sola per favore?…Vorrei riposare”.I suoi occhi sono rossi…piangerà per lui..lo so…“Va bene,cerca di riposare,io torno appena finito il turno”-So che non ti interessa affatto- Oramai mi ha voltato anche le spalle“Non serve che torni”- Lo sapevo,non valgo niente per te?-“,davvero,ma se vedi Fede” -ANCORA??? Perché io non sarò mai come “Fede” per te? Perché?-“…digli che lo saluto e di passare” -Lo sento già ridermi in faccia la risposta:”Chi mi saluta?l’invalida di legno?”-”…e di svegliarmi pure anche se dormo”-Mi sento uno schifo…perché mi fai questo?!?…IO ti Amato fino alla follia non lui IO!IO!IO!!!-”…Glielo dirai vero?”-…come potrei non farlo…ti ho mai rifiutato qualcosa Amore??-“Certo… glielo dirò” Vorrei baciarla ma mi volto,sono a pezzi e barcollando cerco la porta”Aspetta Paolo” mi giro colmo di patetica speranza -Si dimmi …dimmi anche solo grazie…per favore,per favore almeno un bacio,almeno poterti sfiorare ancora-”Potresti farmi un favore?…”-come scusa?-”Certo se posso…”-“Mi presti il cellulare?il mio non me lo hanno fatto portare…”-VAFFANCULO STRONZA!!!-”Ma certo tieni”-Non smetterai mai di usarmi eh?!? Cazzo cazzo cazzo!!!-Nel porgerlo cerco comunque il contatto con la sua pelle ma oramai è tardi…mi rifiuta anche il furto di questo innocuo piacere…non sento più niente,esco seguito dalle ultime parole che proferisce alle mie spalle.. “Federico sta sotto la “effe”di Federico vero?”-No sotto la “effe” di “Figlio di puttana”-.

Percorro a grandi passi il corridoio,ora so cosa devo fare.Terza porta a sinistra,la spalanco,sull’altra porta che mi si para di fronte leggo dalla targhetta di plastica solo le informazioni che mi servono:”Dott.Marelli…primario… cardiochirurgia”spalanco la porta e l’uomo canuto alla scrivania solleva lo sguardo accigliato” Ma…Chi è lei ?Come si permette?”poi il suo sguardo cade sulla mia mano destra che impugna la 9mm- Sorpresa doc!-“Cosa crede di fare?!?”-Il donatore!-Veloce piego il gomito,non permetto alla canna neppure di toccarmi la tempia“Si Fermi!”-tardi…-Sorrido e dico le mie ultime parole “Francesca deve vivere” BLAM!

Pensavo facesse più male,la mia coscienza rifiuta di darsi pervinta ,rimango imprigionato ancora qualche attimo nel mio corpo,il cervello cerca di riflesso di fermare lo spostamento del mio braccio dovuto al rinculo dell’arma ma questo non risponde più ai comandi e si allontana rifiutando di lasciare la presa sulla pistola,vedo ancora con i miei occhi ,credo me ne sia rimasto solo uno,sbilanciato e senza controllo il mio corpo comincia una vite verso sinistra,cadendo osservo il murales lasciato sulla parete bianca dai resti della mia testa,una macchia fatta di resti di cuoio capelluto,scatola cranica,brandelli di materia cerebrale e sangue,l’ultima immagine fissata sulla mia retina è metà del mio viso poggiato a terra su una polla di sangue riflesso in un mobile di metallo…sto sorridendo…ce l’ho fatta!

Il mio essere ora è sospeso in una condizione che sta al di fuori del tempo e dello spazio,vedo l’operazione,l’equipe di medici che si affannano a levarmi ogni”pezzo utile”,il trapianto di Francesca andato a buon fine,le prime notizie al tg. di mezzogiorno-:”…Pare che il giovane si sia tolto la vita per permettere l’espianto del suo cuore in modo da poter salvare l’amica…”-mia madre in lacrime davanti alle telecamere :”…è sempre stato un ragazzo generoso..”-Vedo i talk show in seconda serata che dibattono su-:”…un gesto di immensa generosità…” intanto si accende la polemica dopo le affermazioni del Pontefice-:”…Solo Dio può dare e togliere la vita..”-Mentre nell’omelia al mio funerale il cardinale della diocesi di Milano si pone controcorrente definendo il mio-:”Un gesto guidato dall’amore cristiano simile a quello di nostro Signore.”-Sono al fianco di Francesca che piange a favor di telecamera mentre viene girato un servizio su di lei dal reparto di cure intensive,sta guardando alla televisione il mio funerale-.Esordisce al microfono oltre il vetro tra i singhiozzi “So che mi amava” Adesso te ne accorgi??oppure è per il pubblico eh?-“Ed io amavo lui profondamente”- Balle!-“Vorrei solo che fosse qui ma so che una parte di lui sarà sempre con me…”-Mentre lo dice non toglie lo sguardo da quella merda di Federico che porta la mia bara sulle spalle senza smettere di sistemarsi i capelli e di fingere (male)commozione mentre porta la mano alla cassa e poi alle labbra…sempre quando lo inquadrano…SEI UNA MERDA!!!-

-Mi dispaccio per un paio di quelle facce lungo il corteo,quelle due o tre persone che so essere davvero tristi,mi mancherete anche voi ,ma se dovevo andarmene…è giusto che sia stato così.Fuori dalla chiesa la mia salma è attesa da uno striscione di pessimo gusto con scritto a lettere cubitali:FRANCESCA DEVE VIVERE…già…deve vivere ma voi non avete capito un cazzo!

Francesca deve vivere…perché deve soffrire!Ti ho amato tanto in vita che il mio odio trascende la morte stessa,soffrirai Francy e non hai ancora idea di quanto.Per Fede non sei che un buco da riempire per svuotarsi le palle ed è ciò che meriti,pagherai in vita per quanto io ho sofferto per te,la mia generosità è solo una terribile lezione che imparerai a tue spese e quando ti alzerai nel cuore della notte e vomiterai per quanto sei stata male,sentirai una innaturale punta d’euforia,sarà il mio cuore che assaporerà il dolce gusto della vendetta!Soffri perché hai fatto soffrire e piangi mille volte per mille giorni per ogni lacrima che ho versato per te!!Paga per ogni giorno del mio desiderarti con un anno del tuo atroce dolore e…non credere che anche se una volta ti sembrerà di impazzire e che il cuore ti stia per scoppiare in petto questo possa accadere in modo da liberati dalle pene…ti ho affidato il mio…e non si spezzerà mai per quanto tu possa desiderarlo!La mia vita non è mai valsa molto ma…la mia morte è la miglior ricompensa…-

-Ormai sto solo attendendo che vengano a prendermi,so che mi aspetta l’inferno ma dopo quello che ho passato sulla terra nulla mi fa paura,aspetto,se un’anima può fischiettare io lo sto facendo,se può sorridere io sto sorridendo ed a ben vedere il mio essere se ne sta qui…nudo …e con le mani in tasca…

 

 

Doppia faccia

Amanda Lake

 

 

 

 

Spiegò l’avvocatessa dell’accusa Alison Wythe.

Obbiettò Bruce Spender, tenendo la mano sinistra sulla spalla della sua cliente Joyce Rossetti.

Alison Wythe chiese alla corte di poter mostrare delle foto alla giuria. Il giudice Otis acconsentì e lei cominciò a sfogliarle una per una davanti ai giurati. iniziò decisa Ripose le prime due foto. Fece vedere la terza.

Intervenne l’avvocato Spender. Concluse, allargando le braccia.

Alison Wythe scosse la testa. Sentenziò.

L’avvocato Bruce alzò le spalle. Sorrise.

Si scaldò l’avvocatessa Wythe.

Si oppose Bruce, pacato. Iniziò a girare alcuni fogli.

Dichiarò Alison, prima di bere un sorso d’acqua.

Spender continuò a leggere la deposizione dell’albergatore. Approvò con tono sarcastico.

Uno scoppio di risate fragorose s’innalzò nella sala.

concluse l’avvocato Bruce, quando il giudice Otis richiamò i presenti all’ordine,

L’attore e cantante Terry Prose voltò la testa di lato. I suoi occhi cobalto fissarono il viso di Joyce Rossetti. Non gli sembrava la stessa donna alla quale aveva dato un passaggio in una sera afosa di due settimane fa. Seduta accanto al suo avvocato, Joyce Rossetti aveva lo sguardo dolce e ingenuo di un angelo caduto dal cielo. Terry la ricordava accaldata, con i lunghi capelli rossi scompigliati sul volto e un vestito succinto che le risaltava la pelle chiarissima.

Le chiese, tirando giù il finestrino.

Fu la sua risposta.

La fece salire e trascorsero due ore a parlare di musica country, film e birre. Mai avrebbe immaginato di trovarsi narcotizzato in una stanza del ‘Colorado hot ’; mani e piedi legati alle sponde del letto, completamente nudo. Studiò la stanza. Un competo da uomo, barba, baffi, e un’enorme pancia in gomma piuma erano appesi a una spalliera.

Gli chiese la donna, strappandogli il nastro adesivo dalla bocca.

Terry sentì la nausea salirgli in gola. La testa gli martellava, ma trovò la rabbia giusta per parlare. La bocca gli fu richiusa con l’adesivo. Sentì le sue mani fredde colpirgli la faccia ripetutamente. Joyce era arrabbiata. Poi si calmò, lo coprì e si distese accanto al suo corpo. Non sapeva quanto tempo avesse trascorso in quelle condizioni. Lei lo massaggiava, gli pettinava i capelli, lo baciava e lo accarezzava delicatamente, come se fosse una reliquia, un prezioso vaso di cristallo, ma quando osò ribellarsi di nuovo il ginocchio di Joyce gli premette l’imboccatura dello stomaco fino a fargli vomitare la pancetta e i fagioli appena ingeriti. Le sue unghie gli perforarono la carne, facendolo stridere come un porco al macello. Calci e pugni lo colpirono con una forza che non aveva mai provato, neppure durante le scazzottate ai pubs. Sentì il suo pube accarezzargli i testicoli. Udì il suo respiro irregolare sfiorargli il padiglione auricolare. Il calore dei suoi liquidi gli ammorbidivano la pelle. Avrebbe raggiunto l’orgasmo anche lui, se una scarica elettrica ad alto voltaggio non gli avesse fatto spruzzare il pene come una fontana. Joyce se ne andò e lui rimase immobile, privo di sensi finchè la donna delle pulizie non chiamò la polizia.

Continuò Alison Wythe.

Controbatté l’avvocato della difesa.

contestò l’avvocatessa. Concluse.

Prose fissò di nuovo la donna ricamare una tutina celeste da neonato. Non le era affatto sembrata lesbica. La devozione e la rabbia che gli aveva riservato erano chiare dimostrazioni di amore e di gelosia. Si era eccitata più volte prima di quella scarica. La morbidezza delle sue labbra, i suoi morsi ai capezzoli, le sue dita affusolate che gli stringevano il pene manifestavano un sano desiderio di compiacergli. “Allora perché quella scarica? Prelevarmi lo sperma, a che scopo?” Si domandò, sporgendo la mascella.

Ironizzò Spender.

Concluse Alison Wythe.

S’irritò Bruce.

Le arringhe riproposero le medesime teorie. La giuria si ritirò e le parti in causa attesero in due salette comunicanti grazie a un vetro trasparente.

Joyce Rossetti si accarezzava la pancia come farebbe una mamma al quarto mese di gravidanza. Terry Prose guardò quel gesto con gli occhi increduli. Non riusciva a parlare. Le domande gli si ammassavano nella mente come una mandria di buoi inferociti. L’ipotesi della malattia mentale faceva acqua da tutte le parti. La donna non aveva dato nessun squilibrio nei giorni trascorsi insieme. Allora perché tutta quell’ossessione? Progettare l’assassinio di sua moglie e poi devolvere un cospicua somma di denaro all’ospedale? Tattica processuale oppure …

La giuria emanò il verdetto a colpi di record.

. Fu la risposta che il giudice Otis ottenne.

Joyce Rossetti non sarebbe più uscita. Terry Prose sospirò. “E’ finita,” si disse, voltandosi verso la sua aguzzina. La donna sorrise, scattò verso di lui e gli sussurrò all’orecchio.

Sorrise dolcemente.

Gli agenti la trascinarono via.

Terry Prose ebbe un attacco cardiaco.

 

 

Fame

Francesco Morga

 

 

 

 

Passo passo le aveva illustrato cosa sarebbe accaduto nei seguenti trenta minuti. Deliziosamente sorridente, le si era messo alle spalle, le mani a massaggiarle il collo, l’alito profumato a solleticarle la nuca.

“Sarà bellissimo…”, aveva concluso, “…tu sarai mia…”. Un brivido la percorse a quelle parole. Di piacere.

Era stata sua volontà rispondere a quel messaggio, sua, senza costrizione alcuna. E adesso riceveva quel che aveva sperato. Tesa, eccitata, continuava a bagnarsi ad ogni carezza, a tremare ad ogni sguardo, la voce di lui suadente che le ridondava nelle orecchie, come un’eco lontano. Dov’era? Non più lì, ma più viva che mai.

 

Le aveva illustrato tutto, sin nei minimi dettagli. Erano mesi che si preparava al momento, mesi che il suo annuncio aveva girato su internet senza risposta. Mesi di insostenibile fame.

Ma alla fine era arrivata, una mattina. Breve la sua e-mail, poche righe ed una foto. Quasi febbricitante, eccitato, l’aveva letta tre volte, prima di masturbarsi. Non servivano nomi, né indirizzi. A Roma, sì, in quel casolare abbandonato di fronte al quale tutti passavano, ma che restava invisibile, come se non ci fosse.

 

Si era presentata alle undici, venti minuti prima dell’orario stabilito. Aveva cominciato a gironzolare lì attorno, tra i rovi e l’erba alta. La sigaretta accesa come unico bagliore in quella notte. “Mister A cerca…”, Mister A. Che strano nome aveva scelto. A, come amore, sì, l’amore che lui le avrebbe dato, come nessun altro era mai stato capace.

Persa, tra pensieri e follie. Non notò nemmeno che lui era già lì.

 

Ed ora sedava alla sua tavola. La tovaglia di seta le ricadeva sulle ginocchia nude, come un vecchio foulard anni cinquanta. Bella, troppo bella per poter essere sua. Le sue mani la accarezzavano, Mister A era bravo ad usarle, lunghe e ossute. Magro. Tanto magro, così magro da esser quasi invisibile, trasparente. Magro, troppo magro, la guardava e in lui cresceva la fame. La bava gli scivolava lentamente dalla bocca, lungo il mento. La desiderava. Era eccitato. Le prese il mento, con delicato movimento del polso le reclinò il capo. I capelli di lei si sparsero sul suo grembiule da cucina, bianco, immacolato. Neri, più neri dell’ebano. Fu allora che il Pendolo intonò dodici rintocchi. “E’ il momento…”, le bisbigliò all’orecchio, “Ne sei ancora sicura?”. Voce d’innamorato la sua. Lei non lo guardò, ne si protrasse altro suono. Soltanto, annui impercettibilmente. Ma dov’era l’amore? Lo odiava invece, eppure continuava a bagnarsi…

Poco prima di cominciare la musica partì. Le lunghe mani di Mister A si schiusero, distesero, raccolsero gli strumenti dal tavolo, veloci, come mani di pittore. Volteggiarono sul capo di lei, che aveva gia chiuso gli occhi. A piccoli bocconi, sì, così cominciò a divorarla. Ma lui era magro, troppo magro…

 

Dolcemente si lasciò scivolare per terra. Era passata più di un’ora. Un vestito da donna, scollato, corto. Non lo copriva del tutto. Ma che importanza aveva? Era rimasto ben poco di lui. La mano lasciò cadere il bisturi. Era felice, finalmente si apparteneva. Poi chiuse gli occhi.

Lontano, in un angolo scuro, la barra del cursore lampeggiava ancora…

 

“Ciao, sono Mister A. E Mister A cerca: qualcuno che possa, che voglia amarlo davvero, che sappia completarlo. Mister A cerca… qualcuno da divorare…”

 

Non aveva mai avuto il coraggio di pubblicarlo…

 

I Love You

Lord Max

 

 

 

 

Dannato suono. Possibile che ogni mattina mi arrivino decine di sms? Ed iniziano alle otto, non hanno neppure la decenza di aspettare le dieci. Sono certa che è quel cretino di Max, solo lui può essere cosi stupido da scrivermi alle otto ben sapendo che non mi alzo mai prima delle nove e mezza. Mi verrebbe voglia di lasciar perdere e non rispondere, anzi, lo farò, cosi impara. Se solo capissi qualcosa di computer potrei fare come Max, lui ha un sistema che gestisce in automatico i messaggi. Io di computer so a malapena accenderli.

La donna si alza, infila le ciabatte chiare e si dirige in bagno, pochi istanti ed il rumore dell’acqua scrosciante della doccia copre quello dei messaggi successivi.

Dallo schermo del computer proviene una strana luce, si accende, Windows si avvia, chiede l’autenticazione e inizia la procedura di avvio. Sul video una scritta: “I Love You” lampeggia.

La luce della webcam si accende per un istante poi tutto si spegne.

 

La donna, carnagione chiara, slanciata, capelli castano chiari lunghi, bagnati, cadono lisci dietro le spalle. Un corto accappatoio crema copre appena il corpo ma non importa, la casa è calda. La casa è sempre calda perché lei odia il freddo.

Dalla cucina arriva il suono brillante del cicalino del forno a microonde. Le brioches sono calde.

Pochi istanti e la colazione è pronta: Brioches, tazza di caffè latte, qualche fetta biscottata ed il barattolo del miele. La colazione è il pasto più importante della giornata, questo è sempre stato il suo motto.

Con calma si mette a mangiare, non gli è mai piaciuto mangiare in fretta.

 

Le dieci, ormai è ora di mettersi al lavoro. Dannato computer. Non ne ho alcuna voglia. Forse è meglio se prima faccio ginnastica, per lavorare c’è tempo.

La donna si toglie l’accappatoio, lo getta sulla sedia, si guarda compiaciuta al grosso specchio della camera. Ama il suo corpo ed il modo in cui se ne prende cura.

Una piccola luce verde intermittente si accende sotto la webcam, nascosta dal video al plasma, regalo del suo fidanzato per San Valentino.

Nuda prende il tappetino per la ginnastica, lo stende sul pavimento ed inizia la ginnastica.

Prima lo stretching, qualche piegamento, addominali, flessioni, tutto il repertorio di movimenti atti a rendere il corpo snello e agile. Adora il modo in cui gli uomini la guardano, desiderosi, mentre cammina per strada e più ancora gli sguardi di invidia delle donne.

Un’ora dopo si ferma, stanca, si impegna sempre molto, è inutile fare ginnastica senza raggiungere il limite. Ora però è sudata, troppo per mettersi al lavoro, una breve doccia per rilassarsi.

Nuovamente il rumore della doccia copre ogni altro rumore nella casa.

 

Le undici e mezza. Ormai la mattina è passata. Inutile mettersi al lavoro ormai. Fra poco arriva Angela per il pranzo. Molto meglio che mi metta a leggere la documentazione per il progetto della Smitson. Sono decisamente dei pignoli.

La donna, ancora nuda, si siede sulla sedia girevole alla grande scrivania angolare ed afferra un grosso pacco di documenti. Il video del computer alla sua sinistra. Inizia a leggere attentamente prendendo appunti su un piccolo block notes azzurro.

Il campanello suona. La donna si alza dalla sedia, i fogli sparsi sulla scrivania. Afferra l’accappatoio ed esce dalla stanza. Voci di donna dall’ingresso, almeno tre. Dalla cucina arrivano voci femminili che ridono e scherzano, rumori di piatti e bicchieri.

Sono quasi le due, tre donne entrano nella stanza. Tutte e tre sono nude, stanno ridendo. Pochi istanti ed iniziano a fare l’amore. I documenti sulla scrivania vengono spostati in malo modo, c’è bisogno di spazio.

 

Sono le quattro, le due donne si rivestono, si scambiano baci e carezze uscendo dalla stanza. Le voci diventano più deboli man mano che si dirigono all’uscita. Il rumore della porta che si chiude. Rumori di piatti e bicchieri che vengono buttati nel lavandino. La donna rientra nella stanza, è vestita della sola vestaglia… aperta.

Si siede mollemente sulla sedia, chiude gli occhi, un ampio sorriso gli illumina il volto.

Passano alcuni minuti in cui lei non fa altro che dondolarsi sulla sedia.

La mano si allunga ad afferrare il cellulare.

6 messaggi nuovi. Dice il cellulare.

“Ciao tesoro, ieri sera stavi già dormendo e non ti ho voluto svegliare. Ho finito di installarti quel programma che ti dicevo.”

“Ora anche tu hai un sito web professionale con tutti i crismi del caso, webcam e chat comprese.”

“Sai, stavo pensando che mi piaci moltissimo, con te mi trovo benissimo, credo di amarti. Anzi, ne sono certo.”

“Quando dici che non esiste altro oltre a me nella tua vita mi rendi l’uomo più felice del mondo.

Dovremmo parlare del futuro. Ora non posso chiamarti:riunione”

“Potremmo parlare via chat però, cosi proviamo le funzioni del tuo sito web, l’ho già iscritto a tutti i motori di ricerca, sarai seguitissima!”

“Sarò online dalle due di oggi pomeriggio,prima ho una riunione importante.Sapessi quanto mi invidiano i colleghi per la fortuna che ho avuto nell’incontrarti.”

 

 

Il guaio

Marco Di Tola

 

 

 

 

Il guaio è quest’emozione. Un rimescolio interno che, alla vista di lei, mi riporta indietro di cinque anni.

“Ciao”. Esordisce incerta.

“Ciao”.

“Come te la passi?”

Indico il ripiano tracimante copie del mio romanzo poi, con un gesto più ampio, il nugolo di persone giunte da ogni dove semplicemente per vedermi, stringermi la mano, porgermi i complimenti od ottenere una copia autografa del mio primo lavoro letterario. E mi appresto ad affermare: “Beh… come puoi immaginare, bene no?”

“Già, il romanzo. Sono qui per quello, sai?”

“Voglio ben sperare”. Replico algido. “Ne hai una copia con te?”

“Si, certo. Eccola”.

L’afferro con circospezione, apro la prima pagina e appongo data e firma, senza dedica.

“In ogni caso, tutti i complimenti del mondo”.

“Ah sì? Allora, grazie”.

“Non devi ringraziarmi. Gli apprezzamenti, se meritati, sono del tutto gratuiti”.

“Dimenticavo che hai sempre qualcosa da insegnarmi, tu”.

“Vedi…” Riprende incurante. “…Questo romanzo è… si, insomma, è così… così…”

“Così come?”

Sorride. La stessa scoperta di denti. Lo stesso sguardo.

Brividi elettrici si rincorrono giù per la schiena.

“…Intenso”. Conclude ispirata.

“Uhm… intenso hai detto, eh? Ma se quando era poco più di un racconto, dicevi che ti sembrava banale e insulso…”

“Beh, vuol dire che mentivo”.

“Mentivi?”

“Spudoratamente. Insomma, avrei fatto di tutto per convincerti a riporre gli attrezzi del mestiere ma, come hai ampiamente dimostrato, sbagliavo…”

“Ci puoi scommettere che sbagliavi!”

“Certo, ora lo so. Ma allora… sono stata impaziente, tutto qui”.

“Tutto qui?”

“Sì, dai, perché quest’ammissione di colpa merita una seconda possibilità, non credi?”

La mano del passato mi strappa e porta con sé, a passo di gambero, sui fili del tempo. Indietro, giù, sottosopra, fino a quando ero un aspirante scrittore immerso in una notte senza luna. Uno spiantato, sosteneva lei. Già perché, quando uno la passione la sente davvero, alla fine in qualche modo la spunta. Io invece non la spuntavo, in nessun modo. Ergo, ero un buono a nulla. Un martire costretto a una vita notturna costellata di penne, fogli vuoti, pieni o mezzopieni, macchine per scrivere, personal computer e luci soffuse, fioche, sempre più sottili, per non correre il rischio di disturbare. Ma io disturbavo lo stesso, tirandomi dietro parole come deficiente, incapace, quello che scrivi fa schifo. D’altra parte, come potevo darle torto? Premi letterari non vinti, o risposte del tipo “la sua opera è meritevole, ma al momento…”, o “…non rispecchia le nostre linee editoriali…”, o “…non ha destato il nostro interesse…”, erano all’ordine del giorno. Poi, a un tratto, tutto è cambiato. Non so spiegare come. Forse è stato solo un colpo di fortuna e, ora, eccomi qui a firmare copie del mio primo romanzo, come la signorina della reclàm.

“Allora?”

La sua voce chioccia mi riporta alla realtà.

“Allora cosa?”

“Il calumet della pace l’ho qui, nella borsa. Cosa ne dici se, dopo una pizza e un cinema, ci ritiriamo in un posticino un po’ più intimo a fumarci ‘sto benedetto simbolo di grazia?”

Io rimango così, abbacinato.

Certo, mi dico, è uno strano modo di chiedere scusa. E, forse, quello che mi ha fatto è troppo grave per essere dimenticato. Ma poi ammetto che è giunta l’ora di prendere il coraggio a due mani e farla finita. Già perché il vero coraggio sta proprio nell’indulto, mentre l’altra strada, quella della collera, della ritorsione e dell’indifferenza, è certamente la più semplice.

Ormai ho deciso: la perdono. E sto anche per farlo, quando mi blocco. Miseramente.

Dai, forza! Coraggio, mi ripeto. Chi più di te conosce l’indulto?

Torno all’attacco.

Muovo il diaframma, faccio vibrare le corde vocali, schiocco la lingua, e…

…e…

…’fanculo, le dico! Sì, proprio ‘fanculo!

E al diavolo il coraggio.

Il perdono.

E, soprattutto, al diavolo lei.

 

L’uomo perfetto

 

Luca Neri

 

 

 

Le mani rugose e la fronte erano appoggiate al freddo vetro della finestra.

La vista dall’appartamento al 35° piano non era affatto male. Volendo, era possibile usare le immagini olografiche e simulare una vista sul deserto, sull’oceano quando era blu o addirittura far finta di essere su Base Luna 1. M.J. Clover preferiva guardare la sua città natale, i palazzi di vetro e acciaio che si estendevano verso il cielo, le insegne luminose delle sue marche preferite. Ogni tanto faceva l’errore di guardare le strade sottostanti, al di sotto dei veicoli a reazione che sfrecciavano sopra il traffico prodotto dai poveretti con vecchie auto a ruota. Da quanto tempo non camminava tra quelle strade cupe? Da quanto non avvertiva l’odore pungente della pioggia? Non ricordava esattamente quando fosse stata all’ultima volta in cui era uscito dal suo appartamento ma per niente al mondo avrebbe varcato la soglia del suo nido dorato. Nulla lo infastidiva di più dell’urtare i pedoni per strada, di calpestare gli escrementi di cane, puzzolenti e bavosi esseri base carbonio. M.J. Clover non capiva a chi potessero piacere quei quadrupedi sporchi e stupidi. Era necessario portarli a spasso, dedicare loro tempo e attenzione e pulire i loro olezzosi bisogni. Perché avere un cane quando la sua ditta, la Simulacrum Inc., era in grado di fornire a prezzi modici un animale identico, più affettuoso e discreto, che consumava una sola pappetta al giorno senza produrre escrementi? Un cane perfetto, più bello di quelli veri che non fanno altro che urinare sul vostro divano. La Simulacrum Inc. può produrre tutto quello che potete desiderare. Volete un marito che non abbia vizi e che pensi solo a coccolarvi e lavorare per voi? Volete un amante che sia disponibile quando volete e che non vi minacci di dire tutto a vostra moglie? Volete un figlio che dorma tutta la notte e che non sporchi il pannolino? La Simulacrum Inc è quello che fa’ per voi. Basta pagare, ovviamente, ma quei zoticoni che camminano gobbi nelle strade sul fondo, con le spalle curve e lo sguardo rivolto verso il basso, quei rottami non possono permettersi i servizi della Simulacrum Inc. Ecco è il problema di questa città, di tutta la società, di questo lercio pianeta Terra. La sporcizia, l’inquinamento e le malattie che impestano l’aria sono colpa di quelli che abitano i piani bassi. I pensieri di M.J. Clover prendevano sempre questa direzione, tutte le volte che restava a fissare le strade in basso, tutte le volte che si prendeva una pausa di lavoro e in TV non davano nulla d’interessante. M.J. Clover viveva da solo in quell’appartamento e gli androidi delle pulizie tenevano l’ambiente pulito e in ordine. Nessuno entrava in quella casa, nessuna donna e nessun uomo che non fosse M.J. Clover aveva accesso all’appartamento. Il lavoro veniva svolto da casa e le riunioni non necessitavano della sua presenza fisica. Il lavoro… stava pensando al completamento del progetto per quella nuova pelle ad alta protezione ultravioletta, quando la porta d’ingresso si spalancò, mettendo in comunicazione l’appartamento al locale per la disinfestazione dall’esterno. M.J. Clover si staccò dalla finestra, lasciando per un segno dove la pelle aveva toccato il vetro pulito. Un piccolo androide delle pulizie si attivò subito, ronzando nella sua direzione e pulendo la vetrata. L’uomo entrò come fosse il padrone di casa. Buttò il cappotto bagnato, ma disinfettato, e si prese un martini, il drink preferito da M.J. Clover. I lineamenti duri, lo sguardo deciso e le spalle dritte lo rendevano un uomo attraente. “Fuori è un vero inferno” Disse l’uomo con la voce un po’ più bassa del solito. “Ho fatto tardi perché sono passato da tua madre. Credeva che fossi tu, ovviamente, ma ti prego di tenermi aggiornato su quello che vi dice quando ti chiama o farò ancora la figura dello smemorato” Si sedette delicatamente sul divano bianco, un secondo androide stava già pulendo le impronte rimaste sul pavimento. “Perché sei andato oggi?” Le mani di M.J. Clover si strinsero, desiderava ardentemente toccare quell’uomo ma non riusciva a muoversi. “Perché domani ho il programma di revisione, dovresti saperlo. Ultimamente sei distratto, vuoi che continui io il tuo lavoro?” L’uomo diede un lungo sorso al suo martini. M.J. sapeva che avrebbe potuto continuare al suo posto, sapeva che avrebbe potuto consegnare il progetto senza doverlo verificare. “No, dimmi cosa hai fatto oggi e vieni qui da me”.

“Sono andato nella città vecchia, come mi hai chiesto tu. Non ho intenzione di tornare in quel lurido posto. Perché ti interessano le donne di quel quartiere? Oggi sono stato costretto a sparare a un uomo che ha cercato di rapinarmi!”.

“Lo hai ucciso?” Per un attimo M.J. perse il solito controllo nella modulazione della voce. Un omicidio! Il sangue iniziava a ribollire nelle sue vene e l’eccitazione sessuale stava diventando evidente.

“Per l’amor di Dio, no! Non sono un assassino! Ho usato la pistola stordente, quel nuovo modello che stanno pubblicizzando in TV.” L’uomo si alzò dal divano, si allentò la cravatta e si diresse verso il padrone di casa.

“Quando andrai al droga party nell’Upper District?” M.J. sapeva quello che stava per accadergli, era pronto a ricevere il suo abbraccio. Questa volta sarebbe stato più bello del solito.

“Tra due giorni, Jenny ha chiamato oggi e ha confermato l’appuntamento dicendomi che ci costerà un po’ di più. Per lo meno nel District non rischierò di farmi ammazzare”

M.J. Clover non ebbe il tempo di replicare che l’uomo lo afferrò delicatamente e gli diede un bacio profondo. Il sapore dei contatti innestati nelle due lingue era vagamente metallico, con uno strano gusto ruggine. M.J. avrebbe fatto bene a riverificare i sensori ma domani la sua creatura perfetta avrebbe subito un piano di revisione completo. Il bacio, profondo e sensuale, trasmise a M.J. un flusso di dati, emozioni e sensazioni, registrate nel corso della giornata dal suo prodotto migliore. Sesso, adrenalina, sensazione di vertigine e smarrimento per l’uso di droghe… tutto questo e altro entrarono a far parte di M.J. senza che germi, effetti collaterali o malattie veneree potessero sfiorarlo. L’uomo si fermò un attimo, avvertendo il corpo di M.J. tremare nel suo abbraccio. Il respiro si era fatto irregolare e le gambe cedettero sotto il peso di quelle esperienze. L’uomo, frutto del suo progetto più ambizioso, era immune a qualsiasi tipo di malattia o agente patogeno, incapace di disubbidire e invecchiare . Era la copia perfetta di M.J., ottenuta clonando i tessuti del progettista stesso. Un modello unico troppo costoso anche per un uomo nella sua posizione ma la Simulacrum Inc. era stata ben lieta di donarlo, come premio aziendale, visto l’enorme balzo di qualità raggiunto dai loro prodotti.

“Martin, ti amo” disse l’uomo che, come uno specchio, rifletteva le sembianze di Clover all’età di 30 anni. “Anche io Martin ma non interrompere il flusso di dati, per favore”

L’uomo strinse più forte il progettista e continuò quello per cui era stato creato.

 

Penelope e Ulisse

Diletta Di Rocco

 

 

 

Penelope guarda soddisfatta la sua tela: i singoli fili sono scomparsi lasciando il posto ad una trama sottile, che ora gioca a nascondino con un raggio di sole. Completa l’opera una spirale geometricamente perfetta, che ricorda una decorazione araba. Per tesserla, Penelope ha usato un filo più luminoso degli altri, con il quale sembrava ballasse un valzer man mano che disegnava le spire. Terminato il lavoro, l’orgoglio è più che giustificato. E anche il desiderio di vezzeggiarsi un po’: Penelope non resiste alla tentazione di specchiarsi in una goccia d’acqua limpidissima. Vede il proprio corpo nero corvino brillare nel riflesso: anche in questo caso l’orgoglio è legittimo. Il suo addome è statuario, le sue otto zampe lucide e lunghe, le sue mascelle appuntite ed eleganti.

Ulisse ondeggia sospeso nel vuoto, pronto a risalire il suo filo di qualche centimetro non appena lei si volti. Dall’ alto, lei è ancora più bella e Ulisse sente più forte il desiderio di fecondarla. La osserva avidamente e quasi trema al pensiero di deporre in lei la propria parte di vita. Ma lei è inavvicinabile. È triste davvero innamorarsi di chi non ricambia. Ulisse smette di volteggiare e risale rapidamente. A metà si ferma e getta ancora uno sguardo all’oggetto del suo turbamento.

Penelope è accovacciata ad un estremo della tela. La sua bellezza ha affascinato non pochi ragni, ma nessun pretendente è stato fortunato. L’esito del corteggiamento è sempre stato peggiore di quanto si sarebbe potuto temere. Amante dell’indipendenza, Penelope non soffre la solitudine, né mostra nulla che somigli al desiderio di maternità. Ma non per questo appare meno desiderabile. È golosa, molto golosa ed è rapidissima nel tuffarsi sugli sfortunati intrappolati dai fili appiccicosi. Non c’è uno sguardo impaurito o un tremore che la impietosisca o le faccia rinunciare al pasto. Anzi, spesso la sua ingordigia, unita alla sua abilità, la spinge a cacciare, non accontentandosi di ciò che finisce nella tela. E quando va a caccia, la sua intelligenza, la sua velocità e la sua forza fisica non lasciano speranze a chi la incontra.

Forse anche per questo Ulisse è innamorato di lei. Tutte del resto sono capaci di dolcezza e raffinatezza, ma lei è astuta, forte, lesta, avida, vera. La passione con cui divora le prede è forse l’ombra di quella da cui si lascerà travolgere con chi sarà capace di farla innamorare. Con chi pizzicherà la corda giusta.

Un lampo attraversa gli occhi di Penelope. Si rannicchia e resta immobile. Sente la tela vibrare. Rimane ferma ancora per un secondo. La colla agisce sulle estremità del malcapitato che non può più muoversi. Penelope si avvicina veloce e affamata. Ma prima che possa raggiungere il coleottero, due tenaglie strappano la tela. Penelope precipita per terra. Non si muove. Agita piano due zampe, poi le altre. Si rialza. È ammaccata, indolenzita, arrabbiata. Volge lo sguardo verso l’alto. Un mostro enorme pieno di piume e con due tenaglie al posto della bocca sta volando via, dopo aver distrutto il suo lavoro e inghiottito la sua preda. Di quella tela stupenda restano brandelli. I fili tessuti con precisione, la posizione strategica, il gioco di luci ed ombre che rendeva la trappola invisibile sono spariti in attimo. Penelope sente il bruciore dell’ingiustizia e il dolore alle zampe con le quali ha tentato di attutire la caduta. È affamata. Ha bisogno di amminoacidi per riprendere le forze e pensare ad una nuova tela. Ha bisogno di mangiare per rilassarsi e lenire il dolore con il piacere del cibo. Ma per la prima volta è troppo debole per cacciare.

Ulisse cammina in assoluto silenzio. Sembra goffo nei movimenti, come se portasse qualcosa tra le zampe. È impacciato, ma riesce ad evitare qualsiasi rumore. Si muove in direzione di Penelope. Arriva quasi accanto a lei.

Penelope si volta di scatto. Ulisse lascia un involucro e si allontana in fretta, ma di pochi passi. Penelope percepisce un profumo gradevole e tasta l’oggetto. Un lembo di foglia legato da due fili d’erba avvolge accuratamente qualcosa. Incuriosita e invogliata dall’aroma, Penelope prova a scartare il pacchetto. Muove le zampe, gratta con le mascelle, cerca un’apertura da cui far uscire il contenuto.

Con movimenti il più silenziosi possibile, Ulisse le si avvicina di nuovo.

Con fatica, Penelope riesce a far scivolare via i due fili d’erba. Una fragranza invitante profuma l’aria.

Ulisse è appena dietro di lei. È emozionato.

Penelope svolge la foglia arrotolata e con gioia si trova davanti un moscerino appetitoso.

Ulisse osserva meravigliato le forme di lei, per la prima volta così vicine.

Penelope affonda la bocca sul regalo e succhia le parti molli. Il dolore e la debolezza passano.

Con gli occhi pieni di stupore e nella testa qualcosa come il ronzio di 50 calabroni, Ulisse salta sul dorso di Penelope. Il prato attorno inizia a ruotare, i fili d’erba ondeggiano velocemente. Il ronzio dei calabroni è sempre più forte. Ulisse ha l’addome infuocato e le zampe gelate. Una brezza muove i peli ispidi sulla sua testa. Sotto di lui, si realizza un sogno.

Con le zampe tremanti depone la spermateca.

Salta giù. Barcolla. Perde quasi l’equilibrio. Sembra che non riesca a muovere insieme le zampe.

Penelope ha finito di mangiare ed è rivolta verso di lui. Sono l’uno di fronte all’altra. Si osservano.

Penelope ha una scintilla negli occhi.

Ulisse ha la vista annebbiata. Ha l’impressione che lei gli si stia accostando.

Penelope si avvicina realmente. Si avvicina veloce e affamata.

Ulisse la guarda ancora una volta: è lei, astuta, forte, lesta, avida.

È triste davvero innamorarsi di chi non ricambia. Soprattutto se lei è affamata.

 

 

 

Psicopatici in amore

Andrea Lanza

 

 

 

 

Mi guardo allo specchio.

Chi direbbe che sto arrivato lentamente ai quarant’anni.

Ad occhio disattento potrei avere si e no venticinque anni.

Forse qualcosa di più, ma sempre meno dell’età che realmente ho.

Mi guardo e mi riguardo.

Potrei essere etichettato come un paranoico, ma sbaglierebbero.

Io sono un pazzo furioso.

 

La sera i miei colleghi vanno a bere fuori, rimorchiano ragazze, magari se le scopano.

Cazzo, mi dico è tanto che non scopo.

Ma è difficile socializzare quando ogni donna diventa un’opera d’arte da tagliare, modellare a tuo piacere.

Il fango tra le dita mi annoia, io uso il sangue, il dolore, la carne calda che si sfalda e si adagia sulle mia labbra.

Ecco a quel punto il cazzo mi diventa duro, ma non sono un fottuto necrofilo e la voglia rimane.

E’ difficile essere Dio con le voglie di un uomo.

 

Quando iniziò questa storia?

Forse avevo appena ucciso quel gentile poliziotto di colore soffocandolo con della vernice bianca.

Questo per dimostrare i giornali che non ero razzista.

Certo direte voi avevo già giocato al tiro all’iraqueno o a impala Miss Mondo, ma mi sentivo ancora insoddisfatto e non affermato nel sociale.

Bho fatto sta che era San Valentino e mi aggiravo come un anima disperata per la città.

Vedevo tante coppie felici e mi chiedevo come potere distruggere i loro sorrisi.

Chissà magari io vestito da cupido a tirare frecce a destra e a manca con l’amore sulle labbra o a tirare dal cavalcavia cuori con lamette o esplosivi.

Chissà o forse quello che mi mancava era un sentimento così profondo da ricordarlo fin da anziano.

E fu allora che vidi lei.

Bella come mai avevo visto nessuno, una minigonna da favola, un dècolletè da infarto, due tette di marmo, la Venere che esce dal Mare, Dio, la droga più ambita, l’ùbris dell’uomo.

Eccola.

E usai il mio solito piano.

Signorina, signorina (sorriso)… Mi sa indicare la strada? Poi strattone, vicolo buio e sangue ovunque.

Si così mi piaceva.

Magari le avrei preso il cuore e mangiato a cena.

Un buon San Valentino.

Ma successe l’inaspettato.

Lei si voltò bella come non mai e cercammo entrambi di trascinarci nel vicolo.

La guardai stupefatto.

Un secondo ed entrambi armeggiavamo un coltello.

Poi scoppiammo a ridere.

Eravamo colleghi, entrambi serial killer, entrambi pazzi furiosi.

Io ero il suo mito mi disse, lei era da poco nel giro, ma si parlava delle sue gesta come quelli della lupa mannara.

Mi confidò però che era dura aspettare ogni plenilunio.

Mia cara, le dissi, cambia il tuo nome e la presi a braccetto.

Sentivo l’aria leggera della sera, le parlai dei piccoli segreti da evitare per essere presi e lei mi raccontò i suoi trucchi, le sue più piccole paure, era l’orchidea che si apriva al mio venire, era una donna speciale e per qualche ora dimenticai chi era e cosa facevo.

La serata fu meravigliosa, come quei momenti inaspettati che ti trascinano e non puoi farci niente, sono montagne russe che ti portano su e su non è mai abbastanza.

Eravamo bambini al luna park, le decapitai adolescenti per infarcirgli zucchero filato e lei scimmiottava dive passate con scalpi di donne appena ammazzate.

Poi mi disse baciami o il sangue si raffredda e io la baciai con la voglia che avevo di lei.

Mi sentivo bene, mi sentivo felice.

Lei mi parlò del nostro futuro.

Se ci mettessimo insieme?, mi chiese , non sarebbe meraviglioso? Faremmo dei figli e insieme saremo una forza. La sera torneresti e troveresti un piatto caldo e ci racconteremmo dei nostri piccoli giochi.

Si, le dissi, sarebbe stupendo.

Non c’è un prete?, urlai, qualcuno che celebri la messa?

Ma nessun prete era lì nel nostro luna park.

Fu difficile disseppellire dal vecchio cimitero Don Angelo, il parroco che mi battezzò.

Se solo fossi stato più sincero con me, gli dissi, non ti avrei dovuto uccidere, ma tutte quelle stronzate, assassino di qua, disgraziato di là, ho dovuto tenerti giù per 3 ore nell’acqua benedetta bollente, padre.

Ma io lo so che Dio di sopra tutto vede e perdona.

E il prete, con piccoli fili invisibili mossi dal becchino piangente, ci sposò.

E precipitammo, quasi volammo su lenzuola di raso nere.

Le giurai amore eterno e finalmente la ebbi carnalmente.

Fu stupendo, fu meraviglioso, per questo dopo essere venuto la sgozzai.

Lei ancora aveva gli occhi da piccolo, tenero cerbiatto.

Il futuro? I figli? Ma siamo pazzi.

Non ho l’età giusta e poi che padre sarei, il non aprite quella porta della Val di non?

No no, non se ne parla nemmeno.

Ma vi dicevo, non scopo da secoli.

Le incisi sul petto un cuore spezzato.

Rimango un romantico, ma cosa non si fa per una scopata.

 

III – L’imperatrice

 

Eugenio Cavinato

 

 

 

 

La riunione era appena terminata. Tutto era andato come previsto e il suo intervento era stato apprezzato. "Se le cose vanno come devono andare portiamo a casa anche questo contratto!" Sorrise tra sè, pensando alla brillante carriera che le si prospettava davanti. Aveva profuso tutto il suo impegno in questi anni nel suo lavoro ed era quasi in dirittura di arrivo. Il cellulare vibrò nella tasca della giacca. "Uno squillo o un sms?"

Allora siamo d'accordo. Ci vediamo domani per la firma del contratto.

I presenti si salutarono, scambiandosi sorrisi e strette di mano, e rinnovandosi l'appuntamento per il giorno seguente. La giornata non poteva terminare in modo migliore. Rientrò in ufficio, raccolse le sue cose e si preparò ad uscire. Si ricordò del cellulare e lo guardò. Prendi del vino bianco per cena... ho preparato del pesce. Ti amo! recitava il messaggio. Come sempre aveva fatto tardi in ufficio. I negozi stavano per chiudere, ma riuscì a prendere un paio di bottiglie di vino. Ancora poco e sarebbe arrivata a casa dove si sarebbe completamente dedicata al suo compagno. Ultimamente l'aveva trascurato, ma il lavoro l'assorbiva totalmente. E per lei quel lavoro era importante, molto importante. Appena entrò in casa fu accolta da un profumo particolarmente invitante.

Ciao amore! disse lui abbracciandola e schioccandole un bacio sulle labbra ancora cinque minuti... e poi a tavola!

Ok... sei fantastico come al solito! disse lei ricambiando il bacio.

"Finalmente una serata tranquilla" pensò lei mentre si spogliava. Si distese un attimo sul letto per rilassarsi. Indossò qualcosa di carino e andò in cucina. Il tavolo era preparato con molta cura e la musica jazz rendeva l'ambiente ancora più caldo ed accogliente.

Siediti principessa... è quasi pronto.

Un motivetto fastidioso si sovrappose al sottofondo musicale. Subito non lo udì, assorta nei propri pensieri.

Il cellulare... devo rispondere disse lei

Lascialo suonare... per una volta.

Non posso è quello dell'ufficio... potrebbe essere importante!

La donna si alzò e rapidamente andò verso la camera da letto. Prese il cellulare e rispose.

Le parole si confondevano con la musica.

L'uomo si avvicinò allo stereo ed alzò il volume.

Non voleva sentirla.

L'improvviso aumento del volume della musica l'aveva decisamente infastidita. "Sto lavorando, possibile che non lo capisca?" pensò irritata. E, in risposta, la porta della camera da letto venne chiusa con violenza. Il rumore sordo dello sbattere coprì, per un istante, ogni altro suono.

L'uomo prese il bicchiere, lo riempì di vino e lo svuotò in un attimo. Lo fece altre due volte. La bottiglia era quasi vuota. Prese il bicchiere e si avvicinò alla camera. Lo scagliò contro la porta; voleva darle fastidio o, molto più semplicemente, sperava di attirare la sua attenzione.

"Stupido! Vuole proprio rendermi la vita impossibile..." pensò lei mentre accendeva il notebook per cercare la documentazione che il suo capo le aveva chiesto. "Se il contratto salta sarà la mia carriera a farne le spese, non la sua..."

Dopo più di due ore uscì dalla camera da letto. Era irritata e soddisfatta al tempo stesso. Appena aprì la porta percepì un forte odore di bruciato. Si diresse rapidamente verso la cucina, ma dopo un passo il dolore al piede le fece notare i frammenti di vetro sul pavimento. "Maledizione... perché cammino sempre scalza per casa?" pensò mentre tentava di non tagliuzzarsi anche l'altro piede. Vide il fumo provenire dalla cucina e si diresse lì. Tutto era rimasto come prima della telefonata. L'odore era insopportabile. Prese uno straccio e vi avvolse il piede sanguinante. Spense tutto, chiamando a voce alta il suo compagno senza ottenere risposta. Lo cercò, ma non riuscì a trovarlo. Aprì la porta che dalla cucina portava in cantina. Il dolore al piede era fastidioso ma sopportabile. Scese le scale con prudenza.

Amore sei qui? Dai smettila di scherzare... ti chiedo scusa

Ancora nessuna risposta. Cercò l'interruttore della luce. Quando lo trovò e illuminò la stanza non riuscì a trattenere un conato di vomito. Il corpo del suo compagno era appeso al soffitto. Si avvicinò, ma ormai non c'era più nulla da fare. L'aveva perso... perso per sempre. Vicino al suo corpo, per terra, una carta... e improvvisamente ricordò. Ricordò che tutto questo le era stato detto, ma lei non aveva voluto crederci, perché non le era sembrato possibile. Ma lì, per terra, c'era la prova. E pianse... pianse disperatamente... perché, da quel momento, sarebbe stata per sempre sola.

 

VI – L’innamorato

Eugenio Cabinato

 

 

 

L'attesa era insopportabile ma inevitabile. "Certo che trascorrere la giornata in macchina non è un'esperienza esaltante, ma non posso fare diversamente!" La sera precedente, aveva fatto cancellare tutti gli appuntamenti per quel giorno. La segretaria si era un po' stupita, ma non aveva obiettato nulla; d'altronde non era il suo compito. L'uomo si strofinava le mani per scaldarle un po'. Era annoiato. La sua mente vagava per ingannare l'attesa, ma non serviva a molto. Guardava l'orologio e, nonostante la lancetta si stesse muovendo, era convinto che il tempo si fosse fermato. Aprì l'agenda e la scorse fermandosi alla pagina della giornata appena iniziata. Prese il segnalibro e ci giochicchiò un po'. Diede un'altra occhiata all'orologio e lo sconforto lo assalì. "Tre minuti... solo tre minuti. Credo che questa sarà la giornata più lunga della mia vita..." Studiò il disegno sul segnalibro e sorrise.

Una macchina gli passò di fianco. "Ma cosa? Non è possibile..." Buttò tutto ciò che aveva in mano sul sedile di fianco. Accese il motore, azionò l'indicatore di direzione e subito dopo aver controllato partì per seguire il veicolo. "Non è possibile che non mi sia accorto di nulla. La porta di casa non si è aperta. E la macchina era nel garage!" Guardò l'ora e sbatté le palpebre stupito. "Sette minuti? E dove sono stato per sette minuti?" Eppure l'orologio non mentiva, non poteva mentire. Comunque non era quello il momento adatto per distrarsi. Doveva seguire la macchina, senza farsi scoprire. "Nei telefilm è sempre tutto facile, ma questo non è un telefilm e devo essere attento!" Ogni tanto buttava l'occhio all'agenda aperta sul sedile di fianco. "Ma dove sta andando?"

Dopo un po', la macchina rallentò e, trovando uno spazio libero, si fermò. "Maledizione! Non posso lasciare la macchina in mezzo alla strada..." L'uomo proseguì, appena gli fu possibile svoltò a destra e dopo altre due svolte ritornò sulla strada dove aveva visto parcheggiare. Cercò anche lui un posto e si sistemò. "Dove sarà andata?" Si guardò intorno con attenzione. Fissò ogni finestra ed ogni balcone, cercando di capire dove fosse, ma era un'impresa impossibile. "Dove sei? Dai... dimmi dove sei... perché ti nascondi?" Riprese a ispezionare ogni appartamento con lo sguardo, come se fosse in grado di vedere attraverso le pareti. Appoggiò il capo al poggiatesta chiudendo gli occhi e si stiracchiò. Sbadigliò. "Devo stare sveglio! Non devo addormentarmi!" Prese il segnalibro. "Devo stare sveglio! Non devo addormentarmi!" Di nuovo il disegno catturò la sua attenzione.

Lo stridio di gomme sull'asfalto, sovrapposto al suono prolungato di un clacson, destò l'attenzione dell'uomo seduto in macchina. Guardò nello specchietto e vide un giovane e una donna con un cane al guinzaglio che si parlavano. Sentì che la discussione si faceva animata e che i due interlocutori si scambiavano gentili epiteti. Scosse la testa lentamente e guardò l'orologio. Restò di sasso, gli occhi incollati al quadrante. "Come è possibile? Non possono essere trascorse due ore!" Aveva ancora la carta in mano. L'appoggiò sopra l'agenda e con l'unghia batté sul quadrante dell'orologio e poi l'accostò all'orecchio. Tutto sembrava funzionare. Incredulo girò la chiave della macchina e attese che l'orologio digitale mostrasse l'ora. Non poté che constatare che segnavano la stessa ora. "Maledizione! Posso lasciar perdere tutto..." Depresso avviò il motore, per spegnerlo subito. "La macchina è ancora lì. Forse non tutto è perduto." Di nuovo iniziò ad ispezionare ogni finestra ed ogni balcone sperando di vedere qualcosa, ma senza ottenere alcun risultato. Intanto il tempo passava e l'uomo era sempre più inquieto. Lo sbattere di un portoncino attirò la sua attenzione. Si voltò e la vide. Non era sola. Si abbassò per evitare di essere visto. "Se il mancato incidente non mi avesse svegliato li avrei persi. Sono stato fortunato..."

La coppia salì in macchina e partì. Dietro di loro, a qualche decina di metri di distanza, una macchina li seguiva. Nel traffico della sera, mantenere le distanze era complicato. Molte, troppe macchine rendevano facile nascondersi, ma difficile rimediare a spostamenti imprevisti o improvvisi. Sfiorò il segnalibro con la mano mentre i suoi pensieri rallentarono per fermarsi al rosso del semaforo.

Sei sicuro di volerlo fare? chiese una voce profonda

"Come sono finito qui?" Vide la macchina della coppia ferma tra due filari di alberi. Solo le stelle illuminavano la notte senza luna. "Ero fermo al semaforo ed il sole non era ancora tramontato."

Ho evitato di farti perdere tempo! Fai quello che devi… se ne hai il coraggio! disse la voce profonda.

Aveva già preparato tutto, ma voleva vedere con i suoi occhi. Si avvicinò alla macchina senza fare rumore. I vetri erano appannati. I finestrini, leggermente abbassati, permettevano di sentire i mugolii provenienti dall'interno. Si avvicinò ancora un po'... e li vide. Erano abbracciati e languidi baci univano i due amanti. L'uomo si alzò da dove aveva trovato riparo e premette un pulsante su un telecomando che aveva estratto dalla tasca. La macchina si chiuse improvvisamente. I due amanti all'interno si bloccarono e si guardarono intorno. L'uomo spinse la macchina fuori dai filari di alberi. La coppia lo vide ed ebbe un sussulto. Provarono ripetutamente ad aprire la macchina, ma senza risultato. Il panico li avvolse. L'uomo spruzzò qualcosa su tutta la superficie della macchina, sembrava non avere fretta.

Che cosa vuoi fare? chiese lei con fare timoroso.

Quello che tu... quello che voi avete fatto a me! replicò lui secco.

Accese un fiammifero.

Voglio farvi bruciare di passione... voglio vedervi consumati da questa vostra passione!

Gettò il fiammifero sulla macchina. Il fuoco divampò con una velocità ed un potenza incredibili. "Come ne sono stato consumato io... amore mio." Strazianti urla di dolore provenivano dall'interno del veicolo. L'uomo si allontanò di alcuni passi è ammirò la propria opera soddisfatto. Restò a fissare il tutto fino a quando non restò che cenere.

Ora possiamo andare. disse la voce profonda.

Guardò ancora una volta la carta che aveva in mano e la gettò sui resti fumanti della macchina... e se ne andò decisamente soddisfatto.

 

XVIII - La Luna

Eugenio Cabinato

 

 

 

 

Piangeva. Lacrime di tristezza e dolore rigavano il volto della ragazza. I suoi stupendi occhi celesti erano arrossati e gonfi. Il ragazzo la guardò e lei, nonostante tutto, sostenne il suo sguardo. Lui prese il pacchetto di sigarette e ne accese una. Nessuna parola tra i due, solo il rumore dei loro respiri. Fece due profonde boccate e poi gettò la sigaretta, non aveva voglia di fumare. Il silenzio, imbarazzante, continuava a dominare.

Mi devi dire altro? esordì lei improvvisamente, rompendo quella fragile tregua.

No... non credo. Volevo sapere se hai capito perché lo faccio. rispose lui.

No, non l'ho capito. Comunque la decisione è tua... ed io la rispetto.

Di nuovo silenzio. I loro sguardi si incrociavano ed era difficile capire cosa volessero dirsi gli occhi. La luce del giorno diminuiva la propria intensità. Il tempo passava ma nulla sembrava mutare. Silenzi e sguardi. Sguardi e silenzi. Già perché entrambi avevano qualcosa da dirsi, ma nessuno aveva il coraggio o voleva riprendere la discussione. Si stavano torturando silenziosamente. Probabilmente se avessero trovato il coraggio di parlare, sarebbero riusciti a mutare questa situazione. Anche se, in questo genere di questioni, non è mai facile trovare una soluzione o un compromesso.

Va bene. Ti odio! Sei contento adesso? E' questo che vuoi sentirti dire? Adesso potresti, gentilmente, lasciarmi in pace? il tono della voce era quasi infastidito.

Sei proprio una stupida! disse lui mentre le lacrime rendevano lucidi i suoi occhi.

I primi lampioni iniziarono ad accendersi. Il tramonto creava lunghe ombre scure. La ragazza era ancora seduta sulla panchina, non si era mai mossa da quando si erano incontrati. Il ragazzo, poco distante da lei, si muoveva nervosamente con passi rapidi avanti e indietro. L'autunno, quasi alle porte, regalava ancora una giornata calda, anche se a passare tra i due si percepiva un freddo tagliente, quasi fosse inverno inoltrato.

Sii sincero… C'è un'altra?

Quante volte devo dirtelo? No! Non c'è nessun'altra. la voce era stanca a ripetere quelle parole.

Allora è colpa mia? Sono stata io a farti qualcosa?

No...ti prego. La colpa è mia. Sono io che sono fatto male. Sono io che non mi sento di continuare. Non chiedermi il motivo, perché non credo che sarei in grado di spiegartelo. Non voglio rovinare la tua vita, preferisco essere sincero e chiudere qui, piuttosto che andare avanti senza sapere perché. abbassò la testa nel pronunciare quella frase. Non riusciva a sostenere lo sguardo della ragazza, non voleva vederla piangere, non voleva tante cose... "Ci sono cose che non riesco a spiegare neanche a me stesso. Come potrei farlo con te? Non riesco neanche più a guardarti negli occhi."

L'alternarsi di silenzi e mezze frasi, aveva permesso alla luna di fare capolino in un cielo stellato.

"Che splendida luna. Forse non era questo il momento per dirglielo, forse avrei dovuto aspettare, capire meglio che cosa sente il mio cuore. Anche se so ciò che sente il mio cuore. Ma ho paura. Paura di legarmi a qualcuno." fu il pensiero del giovane, mentre guardava la luna piena alta nel cielo.

"Che splendida luna. Perché mi sta facendo questo? Perché lo fa senza darmi una spiegazione? Perché l'unica persona a cui ho aperto totalmente il mio cuore mi sta facendo questo? Perché devo soffrire in questo modo senza una vera ragione?" fu il pensiero della ragazza con lo sguardo rivolto verso la luna.

Restarono fermi per un tempo che sembrava infinito. Avvolti nei propri pensieri con gli occhi rivolti al cielo. Tutti e due avevano domande da rivolgere a se stessi e all'altro. Domande che non sarebbero mai uscite dalle loro bocche, perché il cuore non parla quasi mai nel genere umano. O meglio parla, ma difficilmente è ascoltato. Una raffica improvvisa di vento li svegliò dal torpore in cui erano caduti. Si scossero, come appena svegliati. Alcune foglie volavano nel cielo, trasportate dalla brezza. Qualcosa stava scendendo dal cielo roteando ripetutamente su se stessa. Arrivò a terra esattamente tra loro. Era una carta. La guardarono meglio, rappresentava la luna radiosa. Alzando gli occhi da terra gli sguardi si incrociarono.

Bene. Ora devo proprio andare. disse lei con tono distaccato.

D'accordo. Ti accompagno? rispose lui d'istinto. Chiuse gli occhi e si morse un labbro.

Non ti preoccupare. Ho la macchina qui vicino. Grazie! il tono era ancora più distaccato.

Come vuoi... Allora... Ciao.

Ciao.

Il ragazzo restò fermo a guardarla mentre si allontanava. Non si mosse per diversi minuti. Immobile e silenzioso.

"Sciocco! Ne ho viste di persone compiere azioni di ogni sorta, per i più svariati motivi. Che destino triste che vi siete disegnati oggi. Perché non avete ascoltato i vostri cuori? Sarebbe stato molto meglio per entrambi. Vediamo... La ragazza smetterà di amare. Userà le proprie capacità per emergere nel lavoro. Troverà un uomo che la tratterà da principessa, ma lo perderà tragicamente a causa del lavoro... e sarà per sempre sola. Per lui le cose non andranno meglio... Vivrà male, sempre combattuto riguardo al proprio futuro. Avrà un lavoro che non lo soddisferà, si innamorerà perdutamente di una donna che lo tradirà. Quando lo scoprirà brucerà la propria anima nella vendetta e... no, questo non è possibile, diventerà uno di noi!" Una forte raffica di vento fece alzare la carta da terra... il ragazzo la vide e la seguì con lo sguardo. Come se questo potesse dargli una speranza.

 

 

Piantala

Elena Pedrosi

 

 

 

 

E’ successo di nuovo. Come ogni notte.

 

Mi ero svegliato per bere qualcosa, anzi a dire il vero svegliato è una parola un po’ grossa, perchè ero nel letto da quasi un’ora e non mi riusciva proprio di prendere sonno. Occhi sbarrati contro il soffitto, le quattro del mattino. Che noia! Chissà forse era tutta colpa del peperoncino nella zuppa di pesce di Chicco, abbondava sempre il ragazzo, oppure il ricordo dei due bigliettoni persi alla scommessa al bar. Sì, senza dubbio qualcosa mi bruciava dentro ed era arrivato il momento di spegnere l’incendio. Insomma sono andato in cucina, ho preso i miei cubetti di ghiaccio dal freezer, il succo e …stavo tornando a letto quando l’ho vista!

 

Non sono pazzo e ci tengo a sottolinearlo una volta per tutte: Sono una persona molto sensibile. Nessuno mi ha mai capito. Prima d’ora?

 

“Ho avuto visite…”

“Visite?”

“Sì. Serena la hostess.”

“Ancora lei. Che ha fatto questa volta?”

“Niente. Tornava da non so quale viaggio e ripartiva la sera stessa. Mi ha portato un regalo.”

“Un cuscino con la sua foto stampata?”

“No. Una pianta esotica. Un porta fortuna, lo sai che è fissata con questa roba.”

“Non sarà mica una pianta carnivora. Non hai visto quel film, come si chiama La piccola bottega degli…”

“Orrori… Vuoi prestarmi un ditino Gigi, così la proviamo subito?”

“Lasciami pensare. Ci sei stasera?”

“Sicuro. Faccio una doccia e vi raggiungo. A dopo.”

 

Era sul tavolino accanto al divano, un posto dove fino allora vi avevo solo appoggiato oggetti di passaggio. Non stava male, anzi. Non era troppo grande e aveva le foglie di un bel verde intenso dove al centro risaltava un piccolo fiore blu. Sembrava un occhio, in un certo senso faceva compagnia. Aveva un nome impronunciabile, non mi ero certo curato di appuntarlo da qualche parte, anche perché in realtà non desideravo altro che Serena se ne andasse dal mio appartamento. Un’autentica oca giuliva, non la sopportavo più. Avevamo avuto un avventura mesi prima e da allora ogni occasione era buona per cercarmi. Non le importava di vedermi in compagnia di altre donne, mi telefonava per sentire come stavo, mi veniva a trovare al bar. Era troppo buona e perbene, insomma una noia. Dunque, cosa aveva detto? Acqua una volta al giorno? Mi sembra proprio di sì. E poi… Tenere in un luogo luminoso e soprattutto a temperature miti. In fondo Serena, l’avevo ascoltata più che abbastanza. Mi sono steso un po’ sul divano accanto all’ennesimo essere vivente con cui dividevo casa. Rilassante. Poco dopo mi addormentai.

 

E’ perfetta. Bella da guardare, facile da gestire. Non parla a sproposito, non fa scenate, si accontenta di poco e non devi renderle conto di niente. E’ tranquilla, mi trasmette un gigantesco senso di pace. Forse dovrei trovarle un nome…

 

“Ci sei stasera?”

“Ciao Gigi.”

“Stavi dormendo?”

“No. Mi ero appisolato davanti alla tv. No stasera ho un impegno.”

 

 

Era come se non avessi mai dormito in vita mia, abbandonavo ogni tensione e ritrovavo una serenità perduta da un pezzo. Mi sentivo un po’ strano, ma l’importante era che stavo bene e cominciavo e vedere la vita sotto prospettive diverse. Ad esempio, non era proprio necessario andare ogni sera al bar, non c’era posto più accogliente delle quattro mura domestiche.

 

 

Forse dovrei farlo scegliere a lei. Magari qualcosa come Molly, Polly, ho sempre avuto un debole per i nomi brevi. Sono stanco morto. Non riesco a tenere un occhio aperto stasera. E chiudiamoli, insomma chi mi obbliga a restare sveglio. Notte tesoro.

 

 

“Sono ancora io Gigi. Insomma ho capito che stai frequentando una nuova, però potresti richiamarmi almeno una volta, sono quattro giorni che ti cerco. Insomma sono o non sono il tuo migliore amico?”

 

 

L’agente soffermò lo sguardo sul divano ormai vuoto. Poteva vederci ancora l’impronta lasciata dal peso del corpo. Scosse il capo guardando altrove, la finestra era spalancata e si trattenne dall’affacciarsi solo perché c’erano ancora le ultime cose da sbrigare e non vedeva l’ora di andarsene. In trenta anni di onorata carriera ne aveva viste davvero di tutti i colori.

Ma cosa cavolo ci faceva uno con una velenosissima pianta esotica in casa? Era una domanda che si era ripetuto spesso. Il medico legale che ne aveva constatato la morte aveva parlato di intossicazione graduale e continua, la pianta emanava delle tossine capaci di creare una sorta di assuefazione, quasi una droga. Per fortuna qualcuno si era portato via quel killer dal nome impronunciabile.

- Quel Gigi sembra sparito. Vuoi interrogarlo di nuovo? – Domandò l’agente più giovane.

- No. E’ evidentemente sotto shock. Andiamo via. Magari accertati che non abbia una di quelle in casa.

 

Sensi

 

Giovanni Oldani

 

 

 

 

Un cuore spezzato fa rumore,

come fanno le unghie sulla lavagna.

Un cuore spezzato fa male,

come tagliarsi la lingua con la carta.

Un cuore spezzato fa piangere,

lacrime amare come il caffè salato.

Un cuore spezzato fa bruciare gli occhi,

come se ci avessero versato dentro dell’aceto.

Dicono che se il cuore si spezza l’uomo muore.

Magari! Invece sopravvive…e soffre.

 

Un dettaglio fondamentale

Ludovico Avola

 

 

 

 

La prima volta che lui la vide di persona fu dal commercialista. Silvia entrò, si guardò attorno e gli sorrise prima di dirigersi verso la segreteria. Antonio rispose a sua volta con un sorriso e poi continuò come se niente fosse a parlare con il dottor De Carolis, fingendo di non aver notato quanto fosse carina. Lei si mise a discutere con una delle ragazze di studio: al momento di andarsene si sarebbero salutati con un indifferente "buonasera" se De Carolis, vecchio compagno di liceo di Antonio, non li avesse presentati. Antonio, un libraio di mezza età. Silvia, una cantante pop al secondo album e ai primi passaggi televisivi in orario di massimo ascolto. Anche se Antonio non era un appassionato di musica leggera, saputo il mestiere che faceva capì perché quella faccia non gli era nuova. Quando Silvia se ne andò, lui la salutò cercando di nascondere l'imbarazzo dietro un vago "A presto."

 

Il sabato successivo lei entrò nella sua libreria e gli chiese due romanzi di piccoli editori. Antonio ne aveva uno solo e si offrì di ordinarle l'altro. Si misero a chiacchierare di letture e scrittori: scoprirono di avere gusti simili e si consigliarono a vicenda abbastanza libri da andarci avanti un inverno. Mentre parlavano di autori sudamericani, Anonio gettò lì che nei pressi c'era un ristorantino caraibico veramente curioso. Lei colse l'invito al volo e promise di tornare al momento della chiusura.

 

La cena andò liscia. Antonio accennò al fatto che a casa aveva qualcosa di fresco da bere, ma lei preferì portarlo in un pub: chiacchierarono fino alle due e si lasciarono con un bacio.

 

Il sabato dopo uscirono di nuovo a cena: tre quarti d'ora dopo aver pagato il conto erano già nel letto di Antonio.

 

Seguì una lunga serie di sabati pomeriggio, sera, notte. Lei stava registrando un album e nel fine settimana non aveva concerti né esibizioni; lui prese un ragazzo part-time che lo sostituiva una volta a settimana affiancando il suo socio in negozio per l'apertura pomeridiana. E così ogni sabato dopo pranzo lui passava a prenderla e la portava a casa sua. Le versava un bicchiere di champagne o una birretta, con fragole o patatine a seconda dei casi: il suo era un frigo da single con molte più cose da bere che da mangiare, dove bottiglie e bottigliette si affollavano tra pochi pacchetti di pancetta, qualche uovo, un pacchettino di parmigiano. Antonio e Silvia si sedevano sul divano con i bicchieri in mano, poi lui iniziava ad accarezzarla e non smetteva più. La baciava, dalla bocca passava ai seni e poi pian piano scendeva all'ombelico e anche più giù. E poi, una volta che lei era aperta e pronta, la prendeva. Divano, letto o pavimento era lo stesso, si andava avanti per ore. Finché lei non decideva che poteva bastare, faceva un salto in bagno a lavarsi lasciando la porta sfacciatamente aperta e poi si faceva riaccompagnare a casa. Non facevano altro, assieme: niente uscite, cinema, ristorante o simili. Il resto della vita era lavoro, qualche telefonata e l'attesa del sabato successivo.

 

Era nata una grande storia: l'affiatamento era perfetto. Dopo un po' di tempo si spiegarono anche cosa fosse scattato in quel primo incontro: lui aveva fatto finta di nulla perché lei era bellissima, era padrona della scena, era persino famosa e lui aveva la ferma sensazione che una donna del genere non si sarebbe mai interessata a lui. Lei era rimasta un po' piccata da tanta ostentata indiffrenza, cui non era abituata, e si era fatta quasi un punto d'onore di conquistarlo.

 

A letto, tutto procedeva nel migliore dei modi. Lei gli lasciava fare qualunque cosa volesse. Le prime volte lui non osava andare al di là delle attenzioni più canoniche, ma poi pian piano aveva sperimentato variazioni più insolite. Aveva iniziato bendandola e legandole i polsi alla testata del vecchio letto in ferro battuto: poi le aveva passato uno spillo qua e là attraverso la pelle e leccando via le piccole gocce di sangue che ne erano uscite. La settimana dopo aveva provato a giocherellare dentro di lei con una candela: lei aveva iniziato a strillare, lui si era subito scusato e l'aveva delicatamente tirata fuori. "Non ti ho detto di smettere, scemo!" protestò lei. Lui ricominciò immediatamente.

Lei, così dura e dominatrice nella vita di tutti i giorni, continuava a lasciargli fare qualunque cosa. Alla fine lo ringraziava, come di un favore inaspettato. Una volta, dopo che lui aveva provato qualche variazione un po' più brutale del solito, aveva anche commentato con voce da bambina stupita: "Non hai mai smesso di accarezzarmi..."

 

Un sabato come gli altri stavano a letto da un paio d'ore. Lui si staccò un attimo per prendere il fiato. Lei, che stava afferrando la testata in ferro battuto con entrambe le mani, tirò su le gambe, le aprì e le girò all'indietro, sopra le spalle, infilando anche i piedi tra i ferri. Lui abbassò il viso tra le sue gambe spalancate e iniziò a baciarla, a leccarla, a succhiarla. Poco sotto si apriva un secondo buco, più piccolo ma altrettanto invitante. Ci infilò due dita e prese a frugarla dentro. Sembrava piacerle. Lui continuò e dopo qualche minuto lei gli disse: "Prendimi lì."

A lui venne in mente un vecchio film con Marlon Brando. "Vai di là a prendere il burro", le ordinò. Lei sorrise, cogliendo la citazione, e se ne andò in cucina.

Tornò con il panetto di burro e un coltello, ma era rabbuiata: "Guarda che è scaduto".

Lui scoppiò a ridere: "E allora?"

"E allora è da buttare."

"Non fare la scema. Dammelo qui."

"Non vorrai mica usarlo?"

"Certo."

"Ma è scaduto."

"Dall'odore non sembra poi andato davvero a male."

"Non voglio."

"Dammi qui." Lui prese a tagliarne un pezzetto di forma allungata.

"Ma sei scemo? Non ci pensare nemmeno."

"Dài, non fare storie."

"E' scaduto!"

"Ma mica devi mangiarlo..."

"Sei proprio uno stronzo."

"Stai scherzando?"

"No!"

Era arrabbiata per davvero. Afferrò i vestiti sparsi per la stanza e si chiuse a chiave in bagno. Lui bussò, lei non rispose nemmeno. Mentre Antonio si chiedeva quale fosse la frase guista da dire, lei spalancò improvvisamente la porta e uscì completamente vestita. Frugò tra le lenzuola per recuperare il reggiseno e se lo mise in tasca. Lui provò ad abbracciarla, ma lei si divincolò: uscì senza salutare, mentre telefonava a un taxi dal cellulare.

 

Fu l'ultima volta che lui la vide di persona.

 

 

Sambal all'estero

 

Marco Oreste Lombardi

 

 

 

 

"Ti dico di no!"

"Ti dico di sì, invece!"

"Tuo cugino è già andato allo stadio, cosa stiamo aspettando, dolcissimo

mio?!"

"Amore, amorino, luce dei miei occhi, ma ti pare che chiederei di restare a

casa alla luce dei miei occhi, la mia aria, la mia salsiccetta amorosa,

prugnina, se ci fosse qualche problema?"

"Ma non lo so, salsiccina di zucchero, orsacchiottolino, vedo che tutti se

ne vanno, chiudono casa..."

"Amore, amorino, luce dei miei occhi, pipistrellina, mio tutto, qui fanno

così, sono abituati, hanno le case di legno, prugnina. Quando il tempo è

brutto, loro se ne vanno nell'interno. Fidati, bambolina del mio cuore,

amorettino dolcissima, ci chiudiamo in casa e non succede niente alla coppia

più innamorata del mondo, del cielo, della galassia, ai due ricci di mare

innamorati.

Ti pare, che io, Sambal, farei correre qualche rischio alla mia adorata

mogliettina, luce dei miei occhi, la mia aria, brunzichettola? Al mio amore,

amorino? Io mi sono salvato dallo tsunami, lo so quando si corrono rischi.

Ma ti pare che se ci fossero dei pericoli avrebbero costruito le case così

vicino ai canali? Guarda che bei muraglioni solidi di cemento,

rintottolottolina mia amorosa! Ti pare che ci possa fare qualcosa una

tempesta che si chiama come te, Katrin, Katrinuccia,

Katrinucciolottolucciolina?

Vedrai, amore, amore, amore mio, non succederà niente, mia luce, mia

finestra sul mondo, mia maniglia sulla vita, questi yankee sempre

esagerati... L'uragano, l'uragano, l'uragano lo facciamo io e te stanotte a

letto, patatozza di fuoco. Dai, passiamo una serata da soli, senza la

famiglia di mio cugino, io e te. Soli, i due cucciolotti di passione soli. A

New Orleans, la città dell'amore."

"Ohhh, Sambal, stenodottologattirottopollotto mio, quanto ti amo!"

MOM

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un trucco

Mauro Aloisio

 

 

 

− Forse non avresti dovuto farlo.

− Semmai non avremmo dovuto.

− E sì che per fare certe cose bisogna essere in due…

− Specialmente questa cosa.

− Non è detto.

Si alza, prende una bottiglia dal frigo e beve.

− Vuoi?

− Solo un goccio. Come sarebbe non è detto?

− Così.

− Non mi sembravi dello stesso parere, dieci minuti fa.

− Lo dico per te. Non so se ti è convenuto.

− Sono grande.

− E vaccinata.

Rimette la bottiglia a posto, chiude il frigo e torna a letto.

− Sembravi così solo, in quel posto terribile…

− C’eri anche tu, in quel posto terribile.

− Già. Forse non era così terribile.

− Ti facevo pena?

− Pena? Ma sei scemo?

− Paura?

− Mi incuriosivi. Ma forse era solo uno dei tuoi trucchi…

Si guardano.

− Non appena mi sono avvicinata, non mi sei più sembrato così solo.

− Prima ero lontano?

− Sembravi lontano.

− Tu invece sembravi perfettamente a tuo agio.

− Un trucco. Migliore del tuo, sicuramente.

− Tu ti affidi alla tua presenza. Io alla mia assenza.

− Sei un megalomane.

− E tu una megalodonna.

− A me è piaciuto.

− Anche a me.

Si volta verso di lei, sono viso contro viso. Lui apre la bocca ed un’onda densa e scura la avvolge. La digerisce così, dolcemente, la dissolve e l’assorbe. Ora lei fa parte del suo niente.

Uno dei suoi trucchi, già.

 

 

 

Ogni favola e' un gioco, e' una storia inventata, ed e' vera soltanto a meta'

 

Andrea Giammanco

 

 

 

 

Peter teneva la sua donna, come si suol dire, in palmo di mano. In senso piuttosto letterale.

 

Campanellino mugolava di piacere, mentre le enormi dita di Peter sfioravano il suo corpo.

Si libero' con uno sbattere d'ali e plano' poco distante. Peter ridendo protesto' un po' per il solletico mentre lei si posizionava con i piedi sul suo scroto; abbraccio' la sua verga e comincio' a procurargli piacere. A tempo debito l'eruzione di lava bianchiccia la ricopri', impiastricciandole le ali.

Peter, amorevole e grato, la prese tra le mani e la porto' al lavandino, dove la ripuli' e poi asciugo' con profondo affetto, ripetendole parole dolcissime.

 

Un calcio involontario di Pete, nel rigirarsi nel sonno, la sottrasse al suo sogno ricorrente preferito.

Ormai irrimediabilmente sveglia, guardo' prima l'orologio e poi Pete, che dormiva accanto russando come un mantice. Si chiese: io sono felice?

Ando' in cucina a farsi un caffe'. Quando torno' tra le lenzuola (non era neanche l'alba) lui non russava piu'. Pete mollo' una scorreggia. Poi allungo' una mano e la sfioro'. "Senti, ti andrebbe di... e' da un po' che non..."

Lei si sforzo' di sorridere e disse si'. Lui scosto' il lenzuolo e si tolse i mutandoni, che scaglio' da qualche parte nella penombra.

Poi, come faceva sempre da quando si erano sposati, Pete afferro' Campanellino per le gambe e la adopero' a mo' di stantuffo nel culo.

 

 

 

Sig. Nencini

 

Francesco Beltramini

 

 

 

Anche le grandi fabbriche di calzini sottostanno alla Grande Regola sul Numero dei Calzini

C = 2n + 1

Il suo lavoro era quello, cercare il calzino spaiato.

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