+SEZIONE PRIMA
RACCONTI IN CONCORSO
CARA SIGNORA JONES
Cara signora Jones,
spero non ci sia rimasta male se ho tardato così tanto per darle mie notizie, purtroppo il tempo qui è stato così brutto che abbiamo ancora i telefoni fuori uso. E dire che nell’era della tecnologia nessuno avrebbe mai immaginato di poter restare tagliato fuori dal mondo per così tanto tempo! Ero così ansiosa di scriverle che sono ricorsa a quelli che ormai chiamiamo vecchi metodi, carta e penna. Spero perciò che la lettera le arrivi prima di Natale, in modo che le buone notizie che le porto le allietino le Feste.
Qualche settimana fa ho conosciuto suo marito, uomo delizioso, proprio come me lo aveva descritto. Non ho faticato molto a convincerlo a venire a trovarmi e sono rimasta sorpresa nello scoprire che sapesse tante cose di me, sono lusingata che lei abbia parlato così bene di una povera vecchia signora che vive fra le montagne. Aveva un’aria così stanca che mi ha fatto un po’ pena, pensi che quando gli ho offerto da bere e l’ho lasciato in salotto mentre preparavo qualcosa di caldo, si è addormentato sul mio divano, proprio come un bambino! Si è svegliato solo al profumo delle pietanze che stavo preparando ed è subito venuto a curiosare cosa stessi cucinando. Che uomo delizioso! Insisteva per aiutarmi ed ho dovuto per forza dargli qualcosa da fare mentre finivo di preparare la mia famosa torta di Natale (che lei conosce molto bene). Mi ha tagliato la legna per il camino e ha apparecchiato la tavola. Le confesso che nel vederlo così gentile ho pensato che lei avesse esagerato nel descrivermelo ma poi mi sono detta che uomini simili nascondono facilmente la loro vera natura. Ma sto divagando… Non appena ho finito di preparare la torta ho invitato suo marito a cena e lui ha cortesemente accettato, non può immaginare quanto sono stata contenta, erano tanti anni che non avevo compagnia a tavola e mi ha fatto piacere avere qualcuno con cui chiacchierare. Deve essere stato allora che lei lo ha chiamato. Suo marito si è scusato e si è ritirato in cucina ma non ho potuto fare a meno di sentire cosa le diceva dato che aveva alzato la voce. Mi scusi se glielo dico ma io non ho mai permesso al mio Luke di trattarmi così.
Quando è tornato si è divorato la mia torta, poi si è seduto davanti al camino e in meno di cinque minuti si è addormentato di nuovo. In effetti doveva essere molto stanco per cui ho deciso di lasciarlo riposare perché sa benissimo, signora cara, quanto io detesti la carne se non è tenera al punto giusto. Ho pensato che tanto dovevo preparare il soffritto per il sugo e pelare tutti quei pomodori quindi non c’era assolutamente necessità di svegliarlo prima del tempo. Non le dico che lavoro! Certo che le feste richiedono così tanto impegno per i preparativi che quando arrivi al dunque sei troppo stanco per godertele! Meno male che lei mi ha assicurato che suo marito ha il sonno pesante perché con tutto quello spadellare ero sicura che si sarebbe svegliato. Ho finito a notte fonda e quando sono entrata in salotto ho sentito il russare provenire dalla poltrona e mi sono fermata ad ascoltarlo commossa, mi ha ricordato così tanto il mio povero Luke. Poi sono bruscamente tornata alla realtà ricordandomi del suo volto, signora Jones, quella volta in ospedale, ho raccolto la corda che avevo nascosto dietro il divano e mi sono avvicinata a lui. E’ stato tutto molto veloce, suo marito non è stato in grado di reagire a causa della droga che avevo messo nella torta e non è stato difficile trascinarlo in cantina e appenderlo al gancio. Ha cercato di dire qualcosa quando ha visto il coltello ma un po’ la posizione scomoda, a testa in giù, un po’ la droga, hanno reso impossibile capirlo, quindi mi spiace mia cara ma non posso proprio dirle quali siano state le sue ultime parole.
Il resto è abbastanza banale, ha tirato fuori così tanto sangue che ho dovuto pulire la cantina per un giorno intero, però che carne, mia cara, che carne! L’ho servita una sera a cena con patate e fagiolini e tutti non hanno fatto che complimentarsi. Il brodo poi era favoloso! Mi ero ripromessa di mandarle qualcosa da assaggiare ma questo cattivo tempo me lo ha reso impossibile. Ora devo lasciarla perché sta arrivando Roger, il marito di Cathy Brown, per il cenone di Capodanno.
Spero che lei e i bambini passiate un Buon Natale ed uno splendido e felicissimo Anno Nuovo.
Sempre vostra, signora Adeline Costombe.
CENA A SORPRESA
La pagina di cronaca del quotidiano riporta gravi incidenti stradali avvenuti nella notte.Queste nebbie invernali sono davvero pericolose, ci sono stati addirittura tre morti.
Ripiego il giornale e mi concentro sul lavoro: oggi è il primo giorno, nella mia nuova sede.
Ieri, ognuno di noi , si era visto recapitare un lussuoso biglietto vergato a mano con in calce la firma autografa “Giovanni De Martinis”. Il direttore generale nessuno lo conosceva veramente, lo avevamo visto giusto in un paio di occasioni al nostro distaccamento ,l’ultima volta era stata per la dipartita del capo sezione, l’anziano Franco Cardoso, per tutti Franco Barboso.
Il contenuto era inderogabile: invito a cena nella sua dimora: è gradito l’abito scuro.E chi lo aveva un abito scuro! Nessuno di noi aveva denaro per un guardaroba adatto ad eventi simili. Avevamo, invece, oneri finanziari di una certa rilevanza: mutui per case, mobili, auto ,lavori dentistici per i figli e via di questo passo.Nessuno di noi avrebbe voluto essere presente a questa cena, e poi era quasi Natale, se qualcosa fosse avanzato sarebbe stato per dei presenti da mettere sotto l’albero e non per un abito .Tutti sapevamo che il posto di Franco Cardoso era vacante già da qualche mese e che , probabilmente, qualcuno di noi lo avrebbe presto ricoperto.Il Barboso teneva uno schedario puntigliosamente aggiornato; se si arrivava in ritardo, con la cravatta male annodata o si aveva il raffreddore, c’era da scommettere che era stato diligentemente annotato.Questa pressione ci aveva portato a lavorare con un impegno al di sopra della media e altresì innescato una certa competizione, celata da rapporti formali ed educati tra colleghi.
Era chiaro che saremmo andati tutti e dieci, e la cena non era certo solo per augurarci buone feste. Come becchini impacciati, alle nove di sera eravamo al cancello della villa, pochi minuti dopo nel salone da pranzo, seduti uno di fronte all’altro.
Il direttore occupava la testa della tavola. La cena era squisita, ma non sapevamo quasi cosa ci fosse nei piatti, e non pensavamo di certo a chiedere delucidazioni sugli ingredienti o a rifiutare una portata. La conversazione era condotta esclusivamente dal direttore, ci scrutava con un mezzo sorriso sinistro , attento alle nostre parole.
Al momento del dolce Giovanni De Martinis si era alzato –“ Il dessert sarà servito nella serra.”- Il tempo di entrare ed avevamo tutti una coppa di champagne tra le mani .
“Carissimi”- aveva attaccato De Martinis parafrasando un famoso film –“la vita è come una scatola di cioccolatini , non sai mai quello che ti capita. Ho preparato una sorpresa. Su quel tavolo ci sono dieci scatole, all’interno di ognuna ,insieme al cioccolato, c’è una busta con un biglietto che parla del vostro futuro. L’ufficio dove lavorate verrà chiuso.” A queste parole era sceso il gelo tra tutti noi. De Martinis continuò –“Io possiedo molti uffici e Cardoso mi aveva informato che siete tutti meritevoli….” fece una pausa nel silenzio più totale ; e mentre usciva dalla serra aveva aggiunto “Le scatole sono anonime. In sette ci sono altrettanti contratti da centomila euro l’anno e sono già pronti gli uffici nella nuova sede; nelle restanti …..il licenziamento: quello che succederà qui stasera rimarrà solo tra noi, vi aspetto per il caffè nella sala da pranzo.” Era sparito…. lasciando noi, allibiti, a guardarci nella parete a specchio della serra.
Tre quarti d’ora dopo eravamo seduti a bere il caffè, a cui sarebbe seguito un cognac e un buon sigaro…in sette.
CUCINAVA DIVINAMENTE
In principio, Dio creo’ il cielo e la terra.
Dove non era che tenebra, fece la luce. Dove era il vuoto, fece la materia.
Separò le acque dalle terre, formò le montagne, i laghi e i fiumi.
- Allora, è pronta la cena?
- Ancora un attimo!
Sulla Terra seminò i semi di tutte le piante, e i campi si coprirono d’erba , e le foreste furono verdi di alberi. Nelle acque Dio mise i rapidi pesci, nell’aria i leggeri volatili.
- Ma io ho fame ora!
- Senti, se non è pronto, non è pronto.
E su tutte le terre emerse pose gli animali che corrono, strisciano e saltano, con tutti i loro generi e le loro forme differenti.
- Almeno posso assaggiare?
- Giù le mani!
E in ultimo, quando la Terra fu perfettamente formata, Dio fece l’uomo, la sua più importante creazione.
- Voilà, adesso è pronto. Galactuuus! In tavola!
ELEGIA DELLA PATATA
Oh, elegia della patata
che con la tua morte divieni dorata!
Solo tu mi sai soddisfare
con l’unto tuo guscio da sgranocchiare.
Sei la compagna perfetta , che dico ideale
Per la spessa fetta o per l’unto maiale.
Ascosa tu stai nel suolo profondo
E la tua forma À a tubero tondo
Informe, invero e assai butterata
Del resto, l’ho detto, tu sei una patata.
Mentre sul fuoco ribolle l’icore
Spremuto dai frutti di verde colore
Con lama bifronte ti scollo la pelle
Ma À solo l’inizio, lo dicon le stelle
A tocchi , a filetti e a dischi forati
Il corpo tuo smembro in pezzi squadrati
Cosparsa d’aromi ed ebbra di vino
Conosci il tuo amico, messer rosmarino
La torrida unione À breve ma bella
Consunta nel fuoco di una padella
Natura t’ha dato un’anima molle
Ma forgiarla posso nel lago di bolle
Dura la scorza, soffice interno
Per te la cucina diventa un inferno
Non vogliami il cielo mal giudicare
E in una patata me far reincarnare!
IL COMPAGNO DI LAVORO
Buongiorno. Mi chiamo Nicola, o Nick se preferite, e sono un agente del nucleo anti sofisticazione. Detto così suona bene e ci si aspetta che io faccia chissà cosa, in realtà no. Il mio lavoro è monotono e pagato poco, giro tutto il giorno in auto e controllo luoghi di ristorazione, panifici, pasticcerie, bar verificando che sia tutto pulito e in ordine. Pulito e in ordine! Se i miei superiori vedessero come tengo il mio appartamento mi licenzierebbero subito. Insomma, le mie giornate sarebbero noiose se non avessi un compagno di lavoro. Enrico riesce a rallegrare qualsiasi giornata, non importa che tempo ci sia o che notizie diano al tg radio. Vento, nebbia o sole, lui è sempre di buon umore. Ogni tanto mi fissa senza dire nulla e se la ride sotto i baffi. Chiedo spesso a cosa pensi per essere così allegro ma lui non mi risponde mai, si limita a guardarmi. Enrico è un tipo di poche parole e ha solo un difetto: va matto per le noccioline e semina i gusci vuoti su tutto il sedile anteriore. L’ho detto molte volte di non sporcare e in tuta risposta mi ha guardato sorridendo, nient’altro. Stessa storia questa mattina, ad esempio. Io arrivo in centrale, prendo la cartella con il giro di controllo di oggi e salgo in auto. Lui è già sul sedile del passeggero che si guarda in giro come se vedesse il posteggio per la prima volta. Io chiudo la portiera, sbuffo e parto verso il primo controllo, un ristorante… che emozione, l’ennesimo ristorante. Dopo un breve tragitto, che sarebbe stato più veloce se fatto a piedi, visto il traffico di oggi, arrivo sul posto. Posteggio a pochi metri dalla porta principale, all’interno di un piccolo cortile. L’auto è troppo vicina a un muro e Enrico deve scendere dalla mia parte. Veloce e senza fare rumore, si dirige verso la porta sul retro. Enrico sa già dove deve andare e cosa deve fare, non c’è bisogno che gli dica nulla. Vado verso la porta principale e busso. La reazione nel vedermi, anzi, nel riconoscere il mio distintivo, è sempre la stessa: ‘O mio Dio, speriamo che sia tutto a posto’. Mai trovato nessuno che mi guardasse con aria sicura, hanno tutti la coscienza sporca. Il giro di controllo è il solito. Forni, piani cottura, lava stoviglie, piatti e pentole, tutto a posto, non riesco a trovare la minima traccia di sporcizia o di disordine. La mia mal celata espressione insoddisfatta rende il capo cuoco pieno di sicurezza e i ruoli si invertono. Ora è lui che sembra dominare la scena e la sua voce diviene più sicura. Odio mettermi sulla difensiva e odio essere contraddetto. Cammina a testa alta mentre mi guida verso l’uscita, passando nuovamente per le cucine e spiegandomi la funzione di questa e quella macchina, come se fossi in gita scolastica. Sono quasi dispiaciuto dall’aver trovato il primo ristorante assolutamente a norma, quando delle grida acute e il cadere di posati attira la nostra attenzione verso le cucine. Ci muoviamo di corsa vero l’ampia stanza, giusto in tempo per vedere un bel topo dal pelo marrone fa’ capolino tra i piatti, si ferma, si alza sulle zampette posteriori annusando l’aria, e poi scappa sotto i tavoli svanendo nel nulla. Guardo il caporeparto con aria seria. “E quello cos’era?” Non ottengo risposta. “Spero che quelle povere creature non vengano utilizzate nei condimenti.” Sorrido e un po’ godo nel vedere la faccia sorpresa del cuoco. Abbassa subito la cresta e, con voce incerta, mi sommerge di possibili giustificazioni. “E’ un bel problema, sa? Dovremo chiudere il locale per fare un controllo accurato. Dobbiamo appurare la presenza di altri topi o eventuali escrementi. Una bella rogna per voi, sa?”
“No, no! Per noi sarebbe un disastro! Non è possibile risolvere la faccenda in un altro modo?”
“Beh, un sistema ci sarebbe. Potrei farle un piccolo favore. In fondo lei mi è simpatico.” Sorrido. “Quanto costa questo favore?”
…
Esco tenendo la mazzetta di soldi in tasca, ben nascosta. Ho temuto per il peggio ma Enrico ha fatto il suo dovere anche questa volta. Quando salgo in macchina lui è già sul sedile di fianco. “Bravo Enrico, ottimo lavoro”. Lui mi guarda on i suoi occhietti neri pronto a ricevere la ricompensa. “Questa volta, oltre alle noccioline, ti sei meritato anche un bel pezzo di formaggio.” Enrico va matto per il formaggio e io credo che lo aiuti a mantenere bello il suo pelo marrone, o almeno credo. Gli do la ricompensa e lui si avventa felice sul cibo. Divora il formaggio e, prima di sgusciare le noccioline, mi guarda felice con i suoi soliti occhi vivaci.
Questo lavoro sarebbe una vera noia, senza il mio fidato compagno.
LE LEGGI DEL MERCATO
Le guardiamo nascere e controlliamo la crescita passo per passo.
Alla fine, scegliamo solo le migliori.
Rosse, ramate, bionde ne abbiamo di tutti i tipi.
Carni bianche, compatte da scoprire strato dopo strato.
Il prezzo: un affarone. Veramente competitivo.
E se qualcuno spargerà delle lacrime... Beh, è così che va il mondo.
Devi seguire le leggi del mercato, se vuoi vendere cipolle.
MAMMA CATTIVA DI UN FUTURO NO-GLOBAL
Mi guarda con i suoi occhioni pieni di pace e mi dice: - Cano lino.
Inutilmente, mi indica una cagna gravida che da giorni scacazza sul nostro marciapiede. Dico: - Dio ti prego, tutto ma non un animalista.
Lo trascino via perché è l’ora della sbobba omogeneizzata e non ho tempo da perdere in minchionate.
Lui comincia a strillare di disperazione. Manco fosse già un attivista di Greenpeace.
Io inizio a sospirare e dico: - Questo bambino mi farà venire l’esaurimento.
Fa un capriccio dietro l’altro, chissà dove andremo a finire.
Prima del pappone, lo lascio al buio nella sua stanzetta, almeno finchè non si calma.
Poi viene da me tirando su col naso. Io faccio finta di niente. Poi gli dico:
- La pappa buonissima di verdure che ti avevo preparato con tanta fatica, adesso è fredda, fa schifo e di sicuro, viziato e capriccioso come sei, non la mangerai.
Meglio tenerlo a digiuno, che rischiare di farne un vegetariano.
Quel bambino con gli occhi pieni di pace oggi ha 30 anni, ed anche se tu (cattivo, cattivo, cattivo! Ed anche bastardo) lo avresti voluto fra quelli della scuola Dìaz, sappi che non c’era.
Quello stesso giorno ha vinto 3 miliardi con un gratta e vinci, preso in stazione mentre aspettava il treno per Genova. Appena un attimo dopo ha incontrato la donna della sua vita. E insieme hanno preso un aereo per le isole (certo che sei proprio bastardo) delle Bahamas.
NOCCIOLINE
Non lo sopportava più! Venti mesi di matrimonio e già si sentiva morire al pensiero di passare il resto della sua vita con lui. Quel mucchio di volte in cui si era chiesta perché l’aveva sposato, beh... si diceva, quasi a giustificarsi, che forse era stata accecata dalla villa con parco e piscina, dalla Bmw tutta per sé, dalla prospettiva di non dover lavorare... non ce n’era bisogno.
Eppoi si era trovata in quella villa, prigione dorata dove recitava la parte della moglie felice, di fianco a quell’uomo che ora più che mai le sembrava avere la personalità e il carisma di una vongola.
Ma ora era felice. Dentro, ghignava. L’avrebbe ucciso, e nessuno l’avrebbe scoperta. Aveva già una mezza idea di come avrebbe vissuto dopo, con tutte quelle possibilità non solo economiche... tempo al tempo.
L’occasione: signore e signori, la festa di compleanno di lui, il party del caldo metà luglio. Tavoli all’aperto, buffet, ospiti, dialoghi improponibili e inconcludenti tra Virginie e Ludoviche ingioiellate. Il piano: beh, aveva imparato qualcosa da film e libri gialli divorati sin dall’infanzia. Soprattutto che il colpevole viene spesso, troppo spesso scoperto dal Poirot di turno o da una perniciosa signora in giallo onnipresente.
Ma lei aveva la ghiotta occasione su un vassoio d’argento. Il marito era allergico alle noccioline. Già. Un banale e inespressivo frutto da scoiattoli l’avrebbe steso. Shock anafilattico. Edema. La gola si gonfia, il respiro che si strozza, l’istamina impazzita... E provate pure a soccorrerlo! Si pentirà della villa a 40 km dalla città. E l’antidoto? La fialetta di comediavolosichiama? Oh, la povera moglie, sconvolta, nel caos non la trova, o la trova tardi... in fondo mai lo aveva dovuto usare! Era un precauzione, come il siero antivipera nello zaino di montagna. E lui, sempre attentissimo a evitare cibi potenzialmente pericolosi, che per un attimo, tra libagioni e auguri, si dimentica che quella torta era proibita, a lui. Oh, straziante.
Si chiude in cucina, quell’enorme e brillante cucina da pubblicità. Dal finestrone spalancato vede sotto il sole che picchia i tavoli già pronti per il giorno dopo, tra gli alberi e gli ibiscus del parco. Le brillano gli occhi, è frenetica ma accurata. Le noccioline tritate nell’impasto, nella pastafrolla, e poi tutto mascherato, come una pianta carnivora che attira gli insetti. Nella gelatina, a cerchi concentrici, colorata e innocua frutta: i verdi e sugosi kiwi, le arance cilene, le fragole purpuree, uva a profusione, morbide fette di banana. Appoggia la torta sul davanzale, come Nonna Papera, e pregusta il momento. La gola che si gonfia, il respiro che si strozza...
Al funerale la suocera, sotto un assurdo cappello col velo nero, è in disparte con un’amica... con quasi più lifting di lei. Guardano da lontano, inconsolabili. L’amica sussurra: “Povera cara, doveva saperlo che le avrebbe attratte...”
“Già, ma se non sai di essere allergica al veleno delle vespe...”
QUESTIONE DI GUSTI
Cella 38 Centro di ricerca e cura per malattie mentali St.Nicholas Southampton Inghilterra
Cartella 71/99 Paziente Harold Painworth.
-Ho FAME!! Fottuti bastardi..cosa deve fare un cittadino britannico per avere qualcosa da mettere tra i denti??Liberatemi da questi stupidi imbrigliamenti…io non sono pazzo…APRITE questa maledettissima porta una volta per tutte!!ho fame..ho fame HO FAME!!! ..io sto qui rinchiuso e tutto quel buon cibo viene sprecato e voi !?!? voi che fate!!?! Con i vostri pietosi camici bianchi venite qui a passarmi una ignobile sbobba che chiamate cibo!!?!Dite di volermi curare…CURARE??!! E da cosa? È forse una colpa il voler mangiare crudo!?! Eh? Rispondetemi almeno!!!RISPONDETE!!!!
HO FAMEEEE!!!-
Studio privato della Dott.essa Melany Hartpool psicologa Qeen Victoria St. Blackfriars Londra Inghilterra.
Interessante-Quel giovane dall’aria tanto distinta che sedeva di fronte alla Dottoressa Hathpool era veramente interessante.Stava lì,discorrendo del più e del meno da non più di dieci minuti dentro quel completo blu scuro di alta sartoria italiana…Armani forse?..Con quei modi gentili e ben educati da perfetto gentiluomo,capelli corti nerissimi ed occhi di ghiaccio,ventisei/ventisette anni non di più,ben rasato e con mani molto curate…Melany riusciva a sentire il profumo che si era messo…non troppo ,si potrebbe dire “il giusto”tanto che a farci caso riusciva anche a percepire il sentore di nocciole e mandorle amare che proveniva dal suo alito,se non fosse stato per quel leggero sbuffo e metà tra il ruggine ed il sangue rappreso che sporcava quel sorriso smagliante al lato sinistro della bocca lo avrebbe potuto definire praticamente perfetto…ma il residuo non pulito della colazione dimostrava sono un po’ di distrazione,non certo mancanza di cura.
Decise in pochi istanti che quell’uomo le piaceva…decisamente,ora però restava da scoprire perché fosse venuto da lei.-Mi diceva dunque signor Painworth che non è sposato ne fidanzato-Bene-…Beh! non sarà certo per questo che si trova qui vero?-
No di certo rispose sorridendo lui- Ma mi chiami Mathias la prego ,vorrei solo sapere se alcuni disturbi mentali possono essere trasmessi geneticamente-.
Domanda diretta ma non inusuale…Mathias -interloquì lei mentre si scostava leggermente dalla scrivania in modo che lui potesse notare le gambe di cui lei andava tanto fiera abbronzate e tornite fasciate da un fazzoletto di stoffa che veniva indecentemente definito minigonna-Scusi se le sembro scortese ma è il mio lavoro sa com’è….,crede di aver ereditato un qualche genere di disturbo?
A dire il vero…forse,ma vorrei una conferma
Mi dica prima cosa le fa credere che ciò possa essere avvenuto o meglio, partiamo dal principio.Chi dei suoi familiari è affetto e da cosa se posso essere indiscreta?
-Si figuri,è per questo che mi trovo qui…Era il vecchio Zio Harold,fratello di mio padre-.
-Mi scusi Mathias,cosa aveva di così strano suo zio?Cosa le fa credere di aver ereditato lo stesso problema?
Oh nulla di sconvolgente mi creda…Era una gran brava persona,così lo descriveva mio padre,a patto di non farsi invitare a cena da lui!
Una frase del tutto normale, eppure un brivido percorse la spina dorsale della dottoressa Hartpool che d’istinto riprese una posizione molto più professionale poggiando i gomiti sulla scrivania e nascondendo le gambe all’ altrui vista,nulla di ciò che aveva detto l’aveva sconvolta ma...quel sorriso ora...non le sembrava più tanto accattivante
Parla di suo Zio al passato Il suo tono era incerto ora ,se ne rese subito conto ma non le riuscì di meglio è forse accaduto qualcosa?
Si ,circa sette mesi fa è stato arrestato e poi rinchiuso in una clinica di Southampton
-E… per cosa se posso chiedere?-Ora era lo sguardo di lui a metterla in agitazione
Un giorno ha semplicemente preso il treno, è sceso a Liverpool ed ha deciso di farsi la colazione nel bar della stazione
Oramai Melany era certa di aver capito quale innominabile segreto nascondesse quel bel giovane che le si era presentato quella mattina….e qualcosa la tradì,forse il pallore immediato che la colse… qualcosa che anche lui notò ...tanto che si alzò dalla sedia dicendo-Mi scusi Dottoressa,credo che non mi potrà essere d’aiuto….spero di non averle fatto perdere troppo tempo-
Anche lei meccanicamente si alzò e lo accompagno alla porta,tutto le diceva di non farlo eppure lo seguì e giunta alla porta non si accorse nemmeno del voltarsi repentino di lui,lasciò inerme che questi la abbracciasse e subì passivamente quel bacio lungo e profondo….le immagini si accavallarono caotiche nella sua mente,vide il sorriso,lo sguardo, il tutto corrotto da una luce folle che solo la sua mente aveva dipinto su quel giovane ed avvenente volto ed ora quel lieve sentore di nocciole e mandole amare le riempiva la bocca insieme alla lingua di quell’uomo che era riuscito a stregarla e terrorizzarla in soli pochi minuti…trattenne a stento un conato di vomito poi,di colpo,tutto finì e lei si ritrovò a fissargli le spalle,seduta sul pavimento cercando di respirare mentre Mathias Painworth usciva dalla porta....con un filo di voce riuscì a sussurrare-Mister Painworth…dunque suo zio e…-non riusciva neppure a dirlo….prese il poco fiato rimastole-…e lei siete cannibali…giusto?-
-No dottoressa Hartpool,nulla di così tragico….solo semplici coprofagi-.
RICETTE DAL SESTO GIRONE
Orso polare all’esquimese
Ingredienti:
Un osso di balena, duro ma che conservi una certa flessibilità
Grasso di foca
Un orso polare
Clima artico
Preparazione:
Prendere l’osso di balena e piegarlo, avendo l’accortezza di non romperlo.
Tenendo piegato l'osso, avvolgerlo con il grasso di foca.
Esporre l’involto così ottenuto al clima artico.
Attender che il pacco si indurisca al punto sufficiente da non rendere possibile la distensione dell’osso inseritovi.
Lasciare il pacco in attesa del primo orso.
Attendere che l'orso venga attratto dal grasso e mangi l’involto.
Attendere che all'interno dell'orso l’involto si scaldi e che l’osso si estenda.
Andare a raccogliere l’orso.
Cervella alla Conte Ugolino
Ingredienti:
Un traditore della Patria o del partito politico
Due figli e due nipoti del traditore
Un arcivescovo
Una torre chiudibile dall’esterno
Ghiaccio sufficiente a tenere bloccati il traditore e l’arcivescovo
Senso di colpa
Preparazione:
Chiudere il traditore, i due figli ed i due nipoti in una torre, poi buttare via la chiave della torre.
Attendere due giorni.
Lasciare che le carni del traditore si insaporiscano con quelle dei propri parenti, poi attendere che la Natura faccia il suo corso.
Attendere che la Natura faccia il suo corso anche per l’arcivescovo.
Porre il traditore e l’arcivescovo nel ghiaccio.
Attendere che il traditore roda la parte posteriore del cranio dell’arcivescovo.
SAMBAL
“Sambal! Sambal!”
“Che c’è? Altre uova fritte? Sono quasi pronto con la pancetta dei finlandesi!”
“No, no, spegni tutto!”
“Ma che c’è? Aspetta un momento, per favore! Ci metto un momento e te la do!”
“Venite fuori tutti dalla cucina! Uscite dalla cucina e salite qui!”
“Ma che succede?!”
“Un disastro, è un disastro!”
“Ma che c’è? Che succede?!”
“È arrivata un’onda enorme e ha spazzato via tutto, la gente sulla spiaggia, la piscina, è un disastro, ti dico!”
“Un’onda?!”
“Vuoi spegnere quei fornelli e venire su, per tutti i diavoli?!”
“Ne arriva un’altra!”
“Sambal! Vieni su!”
“Vieni Sambal, dobbiamo uscire ad aiutare i clienti! Ci sono feriti...”
“Ne arriva un’altra!”
“Cosa?!”
“Aiutooooo!!!”
“Ma che succede? Che è stato?”
“Un’onda! È stata un’onda!”
“Ne arriva un’altra!”
“Dobbiamo scappare, vieni Sambal!”
“Non ho capito, comunque non mi muovo.”
“Che onda?”
“Arriva! Dicono dal piano che ne arriva un’altra, più grossa!!”
“Scappiamo!”
“Aiuto! Dov’è August? Aiuto!”
“Venite su! Salite ai piani!”
“Io non in muovo da qui.”
“Vuoi venire su, che il diavolo ti porti?!”
“Qui sono al sicuro, qui non mi può succedere niente.”
“Ti dico di venire su! Sta arrivando un’onda grossa! Vieni su, ti dico!”
“Usciamo, ho la macchina!”
“Arriva!!”
“Vieni via! Perdio vieni via!!”
“Salite!! Salite su!!”
“Qui non è sicuro!”
“Io non mi muovo, qui è sicuro, lontano dalla spiaggia.”
“Eccola!!!”
“Ti dico di no!!!”
“Ti dico di sì!”
SAPORE DI ZUCCHINE AMARE, E UN PO’ BRUCIATE
Salve, sono un neurochirurgo il cui nome non ha molta importanza. Sono quel tipo di persona che quando la vedi ti domandi sempre: ma a che cosa starà pensando? In realtà indovinare è piuttosto semplice, poiché o sono in ospedale, o dormo (e in questo caso di solito non c’è mai nessuno ad osservarmi) oppure, quando non riesco più a tollerare il brontolio del mio stomaco, cucino. Quando sono al lavoro ripasso mentalmente ciò che dovrò fare al mio prossimo paziente, dove tagliare, dove cucire e via dicendo; quando sono in cucina invece penso a, come si può dire, ah sì, agli aspetti morali della mia professione e al mio passato.
Ad esempio adesso mi sto preparando una bella omelette, di quelle ricche, con formaggio, prosciutto e un po’ di zucchine. E penso a oggi, al fatto che sono sola in casa, alle persone a cui voglio bene e che non sono qui con me, a tutto ciò che ho sacrificato in nome della carriera e, beh sÏ ovviamente penso ai miei cari genitori che non hanno voluto che io facessi la cuoca, che dicevano sempre: Con l’abilità che hai nelle mani altro che tagliare cipolle! Tu devi diventare un grande medico! Infondo è colpa loro se oggi mi trovo qui, a sbattere uova e a pensare al fatto che domani mattina, dopo una notte che sarà sicuramente insonne dovrò fare una scelta difficile, una di quelle che il grande bastardo dovrebbe fare al tuo posto. Cazzo domani devo guidare una equipe di medici dai titoli altisonanti quanto il mio in un intervento di separazione di due gemelle siamesi unite per la testa e: fanculo! da tutti gli esami è evidente che solo una di loro potrà sopravvivere. E tu dici “vabbè, concentrati su quella che ha più chance, no? No caro amico, non è così semplice. Le due gemelle hanno ciascuna il 100% delle possibilità di farcela, se l’altra muore. E io dovrò scegliere chi resta e chi se ne va, e se da un lato sarò contenta di dire alla sopravvissuta “Ciao, io sono la dottoressa che ti ha salvato la vita”, dovrei anche aggiungere “e che ha deciso che tua sorella gemella, con cui hai passato tutta la vita doveva morire”.
Bella situazione eh?
Tu, che stai lì a guardarmi mangiando la tua brioche calda, nei miei panni che cosa faresti?
Potevo vivere felice fra i fornelli, con un marito, dei figli e magari un ristorante e invece eccomi qui, sola come un cane a cucinarmi una fottuta frittata mentre penso a chi domani dovrò lasciar morire.
VERSUS
Noi lo chiamiamo "il mostro". Non è proprio la realtà dei fatti ma è comunque una buona approssimazione. Come qualsiasi mostro che rispetti, è pericoloso e va tenuto a debita distanza. Il video che ci hanno ammannito durante il corso di formazione dice di mantenere almeno una decina di centimetri tra sé e il mostro, anche se non sempre è facile, perché ci si deve sporgere in avanti per controllare che stia facendo il suo lavoro, e qualche schizzo rovente può sempre colpirti. La vera mostruosità è pulirlo, scrostare ogni suo anfratto, detergere ogni più piccola impurità. Da noi tutto si ripete uguale a se stesso, così questo è un compito che chiunque di noi guerrieri del quotidiano svolge, prima o poi. Nel grande cerchio della vita, prima o poi a tutti tocca pulire il Fry Master. Così combatte un guerriero.
Ma oggi fortunatamente non è uno di quei giorni. Oggi il mostro è acceso e tutti noi crew preferiamo offrirgli il nostro tributo di cicatrici e bruciature piuttosto che passare il tempo a pulirlo. Da noi tutto si ripete uguale a se stesso. Si prende una porzione di patatine surgelate, la si mette nella cesta e si immerge il tutto nell'olio bollente. Il mostro fa il suo dovere e quando si accende la spia rossa, dopo esattamente 52 secondi, è il momento di scolare le patatine, che così possono essere servite assieme agli hamburger.
Un Big Mac pesa sempre di 211 grammi. L'hamburger consta esattamente di 103 grammi di macinato, misura 10 centimetri, viene grigliato per 41 secondi a una temperatura di 200° C. La fetta di pane ha uno spessore di 16 millimetri, un diametro oscillante tra i 9,5 e i 9,8 centimetri e viene tostata per 35 secondi.
Scattano i 41 secondi e si accende una spia verde. Io sono già pronto con la paletta e giro gli hamburger sulla piastra secondo le istruzioni del manuale. Tecnicamente sarebbe carne: non è proprio la realtà dei fatti ma è comunque una buona approssimazione. Della carne di manzo resta un aroma persistente, ottenuto ovviamente con additivi aggiunti dopo la lavorazione. La macinazione rende indistinguibile la consistenza del prodotto originale: le parti si sminuzzano e vengono ricomposte in un tutto unico e coerente con se stesso, uguale a ogni altro hamburger servito nel locale, uniforme con qualsiasi hamburger servito in un locale qualsiasi presente sul pianeta.
Da noi tutto si ripete uguale a se stesso. Ogni ordine è diviso in piatti, ogni piatto in porzioni, ogni porzione in procedure di preparazione, ogni procedura in singole azioni meccaniche. Gira la carne, metti le patate nel mostro, metti la tovaglietta sul vassoio, sorridi al cliente guardandolo negli occhi. Il tutto sfugge di mano, quando è macinato fine fine. Anche pensare e razionalizzare, finché indosso l'uniforme a righe rosse e grigie, diventa più difficile. Così non mi accorgo subito dei tonfi sordi che provengono dall'interno della cella frigorifera. Non ragiono su quanto sia strano questo rumore, come qualcuno che batta sulla porta dall'interno. Non mi soffermo a pensare che da dentro ci sono ben due maniglie di sicurezza e che nessuno può rimanere intrappolato dentro. Non penso effettivamente a quello che sto facendo quando apro la porta della cella. E non resto colpito più di tanto quando ne esce un golem di carne. Non è proprio la realtà dei fatti ma è comunque una buona approssimazione.
Sto lì a osservare il suo corpo che emette vapori di freddo, mentre la figura massiccia si scrolla dagli arti inferiori le scatole di cartone rotte e avanza verso la cucina. Fa un passo, si ferma per un po', ne fa un altro. Scruta attorno a sé la cucina vuota. Oltre la paratia c'è solo l'altra crew. A quest'ora del pomeriggio, dopo il rush di mezzogiorno, non c'è proprio nessuno nel locale.
Sto davvero guardando un ammasso umanoide di carne macinata che tende un paio di braccia verso di me e avanza con pessime intenzioni?
Suppongo che prima o poi dovesse succedere. L'uomo ha mangiato carne per migliaia di anni. Prima o poi la carne doveva vendicarsi. Dichiararmi vegetariano last minute, se anche fosse vero, non fermerebbe la cosa che si fa sempre più vicina.
Come combatte un guerriero? Il guerriero sfrutta l'ambiente che ha intorno come un'arma totale al proprio servizio. Come combatte un guerriero in un McDonald's?
Usare la paletta non servirebbe, è troppo sottile, non è affilata.
Lanciargli scatoloni di cannucce? Troppo leggeri.
Strizzargli bustine di salsa negli occhi? Ma se gli occhi non ce li ha nemmeno.
Cosa può fare veramente male, qui dentro?
Oh, certo. Il mostro delle patatine. Metti un mostro contro un altro mostro.
Arretro verso il rumore di olio sfrigolante. Ma no, non posso. Non posso proprio.
Da noi tutto si ripete uguale a se stesso. Non si può mettere la carne nell'olio di frittura delle patate.
E' contro le procedure.
La carne va dove deve andare tutta l'altra carne. Sì, dev'essere così.
Afferro il golem ancora mezzo congelato. Per un intero secondo lo tengo sospeso sopra la mia testa come un wrestler professionista e poi lo sbatto sulla piastra.
Inizia a sfrigolare, mentre un aroma di carne bovina uguale a quello di ogni altro hamburger si diffonde in tutta la cucina. La carne diventa marroncina e la cosa sulla piastra si agita sempre più lentamente.
Come combatte un guerriero?
Da noi tutto si ripete uguale a se stesso. Non è proprio la realtà dei fatti ma è comunque una buona approssimazione.
Quarantuno secondi. Si accende una spia verde.
Lo giro dall'altro lato.
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