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Racconti in concorso 2004

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SEZIONE I

 

 

RACCONTI IN CONCORSO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BELIZE

 

E’ da quasi sei anni che ci lavoro. Giovedì, finita la premiazione e consegnato il trofeo, fuggirò in auto fino a Pisa, dove mi aspetta un volo per il Belize. Centotredici milioni di euro: mi sono voluto accontentare. Avrei potuto aspettare che i soldi che frutta la Fondazione arrivassero ad una cifra ancora maggiore, ma ho voluto accontentarmi. Soldi che mi sono guadagnato, sia beninteso. Se colei a cui è intitolata la fondazione non fosse rimasta sfregiata in maniera tanto turpe quanto imprevista (da tutti tranne che da me, ovviamente), non sarebbe mai diventata così ricca con i soldi dell’assicurazione. Se non fosse morta in un incidente tanto improbabile, i capitali della Fondazione non sarebbero mai stati così cospicui.

Giovedì vado in vacanza, per la prima volta dopo sei anni di lavoro indefesso, tra raggiri, minacce, torture ed omicidi. Un’ ora dopo la premiazione sarò su un aereo che mi porterà in Belize. Un’ora dopo la premiazione del Quarto Concorso per Giovani Autori Indigenti indetto dalla Fondazione Anna Aglietti, della quale sono amministratore unico.

 

BOCCA PIENA

 

Qualche tempo fa ero dal dentista. Mentre aspetto entra una bruna, gran fisico, naso rifatto, espressione vacua. trilla senza ragione e si mette a parlare del tempo. Fa caldo, in effetti. Tra i maschi in sala di attesa si nota un generale gonfiare di petti e raddrizzare di schiene. Le femmine impietrano, causa tremendo confronto. Una, poverella, stava sfogliando La vita, istruzioni per l’uso di Perec. Avrebbe fatto meglio ad accantonare quei soldi per una plastica. Forse che nel suo cervellino bacato si va facendo strada l’idea di essere uno scarto? Percepisce che la bruna interesserà sempre di più, anche senza conoscere Perec e l’Oulipo? Passo sul tavolo da macello. La bruna mi segue e dice qualcosa, tipo “tocca anche a me... odio i dentisti...”. Che si aspetta, che solidarizzi?

Arriva il cavadenti, sorride, spara qualche cazzata. Mi chiama per nome, il che mi irrita in sommo grado. A parte che è carissimo, questo bastardo vuol fare anche il simpatico. Cominciamo. Steso, rovescio gli occhi e vedo entrare un altro dentista. Mentre mi ravanano in bocca, i due conversano amabilmente. “Hai visto la bruna?”

 

“patana. te la fai tu?”

 

“sisi. le metto lo strumento in bocca...”

 

“ma credi che poi avrà problemi di ingoio?”

 

“nooo... ride al massimo un po’ di alitosi!”

 

“aspè, finisco questo e vengo anch’io.”

 

“seee... questo è lavoro per il mio trapano [ride di nuovo. Incredibile]” Questi due avranno 50 anni, l’aspetto massiccio e ottuso di molti medici, abbastanza soldi per pagarsi una fregna passabile. Visto l’indegno show, mi chiedo se gli tiri ancora. Finiscono, vanno via. Arrivano le assistenti a completare il lavoro. Hanno la mascherina e data la posizione non posso evitare di fissarle. Guarda un po’, anche loro parlano della bruna. Sembra che il naso non sia venuto al meglio, insinua una. L’altra stringe gli occhi, un vero lampo d’odio, che non è un bello spettacolo quando sai che la tipa ti sta muovendo un uncino in bocca. Dico: “che cazzo volete, è la vita. l’avete data al capo per lavorare qui? ma sarete sempre la seconda scelta”. Naturalmente esce solo un farfuglio.

“stia fermo”

“a-an-ùlo!”

Sputo un po’ di sangue, ascolto i soliti consigli, pago e vado via. Al bar di sotto vedo la bruna seduta col dentista. Lui proprio cortese, lei tutta orecchi. Senza pensare, mi avvicino. Incombo sul tavolino. Si voltano a guardarmi. “Dottore, crede che ci saranno problemi di ingoio?” Domando. Il tipo sbanda, cerca di ricordare chi diavolo sono e che voglio. La femmina sorride, ignara. Ora lui ha capito. Si ricompone, sa che non posso dire niente. “No, nessun problema, può buttare giù tutto” dice, e non so se parla di me o della tizia. “Beh”, gli stringo la spalla. Mi guarda come se gli avessi pisciato sulle scarpe. “Ciao Michè, ci vediamo. Salutami la signora!” Troppo sorpreso, esita a reagire. Mentre mi allontano lo sento blaterare: “ma chi è quello? io non lo conosco... guarda a questo... ma chi è...”.

 

Rido e mi fa male la bocca.

 

CALL CENTER

 

Due uomini, uno visibilmente più giovane dell’altro, sono comodamente seduti in poltrona; davanti a loro una parete completamente occupata da schermi televisivi che trasmettono contemporaneamente le immagini e le voci di numerosi operatori impegnati davanti a centralini e terminali.

-Pronto… si, qui è la “Ovunque.NET”, per ogni informazione la preghiamo di contattarci tramite il nostro sito…

-“Immediatamente”, buongiorno. Il suo appuntamento è stato spostato a…

-Buongiorno, sono Cinzia de “Sulla Strada”, i nostri esperti hanno visionato il suo curriculum e…

-“JobDriver”, buongiorno. In cosa posso aiutarla ?

Il più anziano dei due elimina il volume con un telecomando che poi ripone su un vicino tavolo.

-E funziona ? – chiede il più giovane.

-Certo che funziona, prima di entrare qui da noi tu ti sei mai soffermato a chiederti quante agenzie esistessero e come riuscissero a dividersi il mercato ?

-Beh… no.

-Vedi ?

-Ma come fate… facciamo a mantenere il contatto con le aziende ?

L’immediata correzione non gli risparmia un’occhiata sospetta da parte dell’altro.

-Quale contatto ?

-Beh… tutte quelle persone che telefonano, che mandano i propri curriculum vitae… dovranno pur ottenere una risposta, no ? Dovre… mmo pur avere un riscontro dalle aziende.

-Non ci sono più aziende che assumano. Sono decenni che la robotica e l’informatica permettono di fare praticamente a meno della forza lavoro umana, o credi davvero che il massimo sviluppo dei computer sia finalizzato a farti giocare ai M.U.D. in Rete ?

-Ma allora …

-Ma allora i non… utili… non devono stare troppo a preoccuparsi. Il Ministero è stato creato proprio per questo: per gestire una rete di offerte fittizie, per promettere lavori incerti ed indefiniti, per presentare criteri di selezione sempre più assurdi.

Sapessi quanti curricula con l’elenco dei piatti preferiti piuttosto che con la descrizione dell’ultimo gelato mangiato quell’estate, quante foto con tatuaggi, racconti e brani musicali suonati con l’oboe vengono richiesti dalle agenzie.

-Ma perché ?

-Perché così facendo l’ex od aspirante lavoratore impiega il suo tempo nella ricerca e non nell’approfondimento, non si preoccupa, non da’ fastidio e prima o poi, riuscirà a trovare qualcosa che lo faccia andare avanti; in fin dei conti un pezzo di pane non lo si nega a nessuno.

-Temevo quasi che…

-No, no, l’eliminazione non è funzionale. Un mercato è indispensabile. Andremo avanti così finché non troveremo una soluzione più pratica.

I due uomini si alzano il più anziano tende la mano all’altro.

-Bene, ora hai visto tutto, ti do il benvenuto e mi raccomando: entusiasmo, disponibilità e soprattutto… spirito di corpo.

 

DEFICENTE

 

La peggio è la pioggerella fredda nella nebbia di Padova, mi pizzica la faccia ma solo le checche portano l'ombrello per cento metri dalla fermatadell’ autobus. Devo andare e tornare con questo freddo della mona perché lei deve portare a scuola la bambina, deficente una e l'altra. Senza Giulia l’avrei scaricata da un pezzo. Anzi, senza la bambina, e quegli occhi da vacca triste fatti a mio padre, non ci saremmo sposati. Perdio non sono neanche sicuro che sia mia. Cosa cazzo ho dovuto subire per esserci andato qualche volta, il cinema, una pelle, il normale che uno ha diritto di fare e non trovarsi incastrato da una deficente che non sa cucinare, non sa stare al mondo, non sa parlare. Una deficente.

Ogni tanto prova pure a reagire, “perché mi tratti così, ma che ti ho fatto, sei ingiusto!” Oh, cavolo, non ha un filo di classe, è una rompicoglioni. Ma glielo dico, eh, gliele canto chiaro quando ne fa una delle sue. Ieri poi che mi ha detto di avere trovato la macchina graffiata il ceffone ci stava tutto, eh, bella mia non hai più papino e i miei che ti proteggono per farmi dispetto, deficiente, scommetto che hai preso qualche muro e poi mi volevi vendere la storia che l’hai trovata così nel par...

Scatta lo scrocco e la porta si apre sul saloncino buio. Freddo, buio, silenzio.

“Bhè? Non è pronto?” dico naturalmente, accendo la luce e vedo che dal divano Giulia mi guarda. Solo la testa però.

 

Il resto di Giulia lo trovai più tardi, nel bagagliaio dell’auto. Il mio cervello intorpidito registrava particolari senza rendersene conto.

Il solito vestitino azzurro un po’ stinto.

Il telo di nylon nel bagagliaio. Il sangue rappreso.

I lunghi graffi fatti da una chiave sulla fiancata della macchina.

 

 

 

Nota: “deficiente” senza la i è ancora più deficiente, perché “manca” di qualcosa. L’autore, consapevole, tira un calcio nei denti all’ortodossia grammaticale e ne gode.

 

DEVIAZIONE STANDARD

 

Anche se ormai sono quasi infallibile devo dire che con gli uomini la percentuale di successo è leggermente più alta. Con buona pace del sesso forte. Ad ogni modo si tratta di uno scarto piccolo piccolo: con le donne la percentuale di successo, nell’ultimo anno, si è aggirata intorno al 89%; con gli uomini ormai arrivo al 91,5%. Mi riferisco ad individui adulti. Con i bambini ho smesso nel 1994: da anni non avevo più fallimenti e francamente mi annoiavo. Forse però qualche nuovo esperimento lo potrei fare, per vedere se sono ancora ferrato nelle tecniche che usavo con loro. Per altro mi sembra che i ragazzini di ora siano un po’ più tosti di quando ho smesso.

Il luogo più difficile è il ristorante. I fallimenti incassati al ristorante erano tali da abbassare le mie medie annuali. Dopo un periodo di ostinati tentativi, che ha comportato un calo vertiginoso nei successi durante il quinquennio 1996-2000 ho preferito lasciar perdere. Da allora il trend globale è nuovamente in ascesa. D’accordo, mi manca una sfida non da poco, ma quello che ricerco io non è tanto la gloria, lo stabilire record sempre più alti, quanto il piacere immediato; e allora, mi dico, chi me lo fa fare? Tra i luoghi in cui esercito ora (e il dato è allucinante e dovrebbe farci pensare!), quelli dove riesco più difficilmente a far piangere la gente, sono i supermercati. Nei supermercati la percentuale di fallimento nell’ultimo semestre del 2003 è stata del 15%. Differenziando, il 14,3 nelle Esselunga e il 15,2 nelle Coop. Chissà, forse questi dati potrebbero interessare qualche esperto di marketing. Nei supermercati, è evidente, la gente non ci va per piangere. Soprattutto alla Coop.

I posti più facili, banalmente, sono gli ospedali, i cimiteri e le chiese. In questi luoghi, assemblati nel dato statistico per pragmatica semplicità, riesco a far piangere il 97% dei miei interlocutori. Potrei addirittura pensare di escluderli dalle statistiche, ma non riesco a convincermi a rinunciare a quelle che definisco ‘sveltine’. Entro in una chiesa di periferia o a Trespiano, o nei reparti più idonei di uno degli ospedali cittadini, mi tolgo il cappello che porto sempre in queste occasioni, mi avvicino di soppiatto a qualcuno e chino il capo. Di solito sono loro a fare il primo passo, e allora è fatta: “Era sua moglie?”, “Viene per sua moglie” o “Qual è sua moglie?”; queste sono le frasi con cui cascano nel mio gioco (l’84% delle volte), da ormai cinque o sei anni. Nel 74,4% dei casi, lo dico senza falsa modestia, capitolano in meno di 7 minuti. Il 96,6%, che ci crediate o no, in meno di 11. Prima mi prendevano per fidanzato, fratello o figlio. Una volta, ero nell’astanteria del reparto di oncologia di Careggi, una vecchia mezza cieca esordì chiedendomi se ero Angela, la figlia del povero Lorenzone, quella che era andata a stare in Francia. Con un falsetto appena passabile stetti al gioco e non venni deluso. Seguono, per facilità, i parchi pubblici: pare che la meditazione all’aperto si adatti al carattere malinconico, o forse è perché i giardinetti hanno sempre una vaga atmosfera cimiteriale. In un parco pubblico ci sono una quantità di soggetti ben disposti. Innamorati, vecchietti, giovani madri. E’ pregustando quello che succederà dopo che mi avvicino a quelle belle carrozzine inglesi che vanno di moda ora. La mamma, quasi sempre tra i trenta e i trentacinque, subito sorride. A volte ci vuole un po’ per deviare il discorso su marito o lavoro, ma appena ce la fai il risultato non tarda ad essere eclatante.

Continuo ad esercitare anche nei pub, nonostante mi abbassino la media, perché ci sono affezionato. E’ in un pub che ho iniziato a far piangere estranei per hobby. Prima mi ero esercitato solo con fidanzate (praticamente zero errori: 93,4% di successi! E solo perché quella stronza di Simona mi lasciò per telefono dalla Grecia) o familiari. Con la mamma era uno spasso ogni volta e col babbo difficile ma appagante, però nell’angusto ambiente famigliare non mi ero reso mai conto della potenzialità della cosa.

E’, non mi vergogno a dirlo, un piacere vagamente morboso quello che mi assale ogni volta. Non riesco più a farne a meno. Le labbra si serrano (94%), le sopracciglia si aggrottano, spesso (78%) si cerca di nascondere l’inevitabile piegando il capo. Una mano scorre verso la fronte coprendo un po’ gli occhi. E’ lì che la mia soddisfazione raggiunge l’acme. Non sono le lacrime, anche se solo loro provano effettivamente il mio successo: è la certezza che arriveranno, in genere copiose (67%) a regalarmi quel deliquio indescrivibile che ricerco ogni volta.

 

 

HO SCRITTO TANTO

 

Dicimila parole per ferirti.

Dicimila frasi, dette col colpo in petto.

Diecimila carezze splendenti, e d’odio piene.

 

Ho parlato e sparlato e ogni sussurro una saetta.

Ho parlato e riempito ogni vuoto memorabile.

Ho parlato per non smetterti più l’ansia di dosso.

 

Ho calpestato i fiori, gli insetti e la terra.

Ho calpestato tuo figlio, i suoi amici e il mondo.

Ho calpestato il domani rifiutando lo ieri.

 

Io tronfio di gioia ho schiacciato dove potevo

Tronfio di gioia primo fra tutti gli altri ultimi.

Tronfio di gioia io ho riso la tua morte

 

Domani faccio cento anni e una cosa ora l’ho capita,

che ogni amarezza che ho dato, non l’ho data che a me

Ora lo so, ora che zoppico solo e ricordo un passato che poteva essere dolce.

 

LA RAGAZZA CHE DICEVA SEMPRE NO.

 

“C’era una volta una ragazza.

Era una ragazza normale, con niente di specialmente brutto e niente di specialmente bello, tranne quando sorrideva.

Abitava in una bella casa, andava all’università ed aveva tanti amici che l’apprezzavano molto, anche se lei non riusciva a capirne la ragione. Perché non poteva vedersi, mentre rideva.

Questa ragazza aveva un grosso difetto, più grave dell’essere grassa (cosa che credeva), o di parlare troppo e a sproposito (cosa che ogni tanto faceva): tutte le volte che la invitavano diceva sempre di no. Ancora peggio, non se ne rendeva conto.

C’erano delle cose da fare che venivano prima del resto. Avrebbe avuto altre occasioni, dopo.

Se ogni tanto aveva dei dubbi sul suo comportamento, subito li soffocava e ricominciava peggio di prima. Alla fina, dai e dai, a sentirsi rispondere sempre no, i suoi amici cominciarono a non includerla più nei loro programmi, e, molti e molti no, dopo, gli inviti si diradarono sempre più, finché cessarono quasi del tutto.

Non importa, diceva la ragazza. Non mi hanno dimenticata, sanno già che non posso. Una volta finiti gli impegni riprenderò tutti i contatti.

I giorni passavano, e passavano i mesi, ormai la ragazza aveva smesso anche di scrivere storie buffe, e di passeggiare guardandosi intorno. E di sorridere. Avrebbe avuto tempo, poi.

E staccò anche il telefono, che ormai non le serviva più. Pian piano smise anche di avere dubbi.

Andò avanti così per anni.”

“e poi?- chiede la bimba con il cuore stretto, abbracciata al suo coniglio di pezza – Cosa è successo?”

“Poi, un giorno d’autunno, mentre tutti gli alberi erano pieni di foglie rosse e gialle, la ragazza ha finito di leggere uno dei suoi ponderosi libroni, chiudendolo con un tonfo, e si è guardata intorno. Ora che ho un po’ di tempo – ha pensato – potrei andare a fare due passi. E potrei cercare i miei amici che non vedo da anni. Potrei fare parecchie cose che ho rimandato…

Così, pensando cose che no pensava più da tempo, si è vestita con cura ed è uscita.

Un camion l’ha investita mentre attraversava la strada. È morta sul colpo.”

 

LA VERA STORIA

 

Il settimo giorno Dio si riposò e pensava di farsi almeno due settimane, ma poi ci fu il casino combinato da Eva e tutta la storia della cacciata che lo lasciò prostrato. Dopotutto, sì. Aveva fatto un mondo perfetto, ma solo in quel pezzettino dove aveva messo Adamo ed Eva, il resto ad essere onesti, aveva un mucchio di cose che non funzionavano, e Lui era stato così bastardo da far credere ad Adamo ed Eva che era tutta colpa loro.

Il senso di colpa gli fece venire la depressione e con la depressione cominciò a piangere.

Piangi oggi, piangi domani, combinò un altro pasticcio che chiamò Diluvio Universale e ci ricascò di nuovo a dare la colpa agli uomini che volevano solo divertirsi un po’.

E così era sempre più depresso. Siccome era Dio non sapeva a chi rivolgersi.

Ma anche gli dei hanno una madre. Lui, sua madre, che cominciava a tralignare, l’aveva fatta ricoverare all’istituto “Mater Dei”. Così pensò di andarla a trovare. Lei ci mise un po’ a riconoscerlo e allora Lui le raccontò tutte le sue angosce, tanto per parlare con qualcuno.

Lei disse “sei proprio un bastardo come tuo padre. Smetti di ubriacarti di Spirito Santo, trovati una moglie e fatti un figlio che così dopo mandi lui a sistemare le cose.”

Dio fece proprio come aveva detto sua madre e ancora oggi ne portiamo le conseguenze.

Infatti Lui e sua moglie erano così scombinati che i Servizi Sociali dovettero dare Gesù in affido a due palestinesi che pensavano solo a lavorare e a far soldi e il ragazzo venne su per la strada.

Quando poi gli dissero che era adottato ebbe una crisi terribile, si perse nel deserto e lo trovarono solo dopo quaranta giorni, magro come un chiodo e completamente delirante.

Non riusciva a mantenere nessun lavoro, alla fine si mise con un suo cugino, un certo Giambattista, e insieme fondarono una setta. Il governatore del posto non vedeva la cosa di buon occhio e ordinò di eliminare Gesù. Gesù dise “non importa perché così andrò dal mio Vero Padre” e si portò anche un amico, un mezzo delinquente, che aveva conosciuto sul patibolo.

Ma Dio non ne volle sapere di prenderli in casa tutti e due e così disse “Il tuo amico rimandalo indietro”.

Allora Gesù fece travestire il suo amico da se stesso e gli disse “torna là e dì che sei Me resuscitato, vedrai che ti faranno un mucchio di feste”.

E così questa è la vera storia della Resurrezione. Amen.

 

LA DATA

 

Cari amici che leggete

So che presto piangerete

Della storia avvenuta

Per la data sconosciuta

 

A Maggio ho dovuto aspettare

E Luglio sta ormai per arrivare

Ma i direttori hanno litigato

E il regolamento han cambiato

 

Entro il 15 mi dovevo laureare

Perché il Prof in Brasile deve andare

Certo sono un poco sfortunato

Al 22 mi hanno rinviato

 

Di deroghe neppur l’odore

Ma puoi chieder il sostituto relatore

Ovviamente la rinuncia devo fare

E all’agriturismo con gli amici posso andare

 

Li mi riesco a divertire

Ed è dura dover ripartire

Ma deve venir la parte più dura

E’ in agguato la fregatura

 

Il regolamento a posto è rimesso

Ed a me hanno fatto fesso

Laurearmi il 15 potevo

Ma rinuncia fare non dovevo

 

E Settembre saltare dovrai

Se il dottorando non farai

Altrimenti Ottobre aspettare devi

E se va male anche le prime nevi

 

Alla fine però è arrivata

Dopo essere stata agognata

Ma in vita mia mai più sarà scordata-

La lunga l’attesa per questa data

 

LA VENDETTA DI MARCOMAGLI

 

Marcomagli era un bravo bambino. Tutti lo chiamavano Marcomagli tutto attaccato anche se lui si chiamava Marco di nome e Magli di cognome. Anche la maestra lo chiamava cosi’ ma lei poteva. Marcomagli non sapeva dire perché lei potesse e gli altri no, mapperò era così. Forse perché lei era la maestra e quindi comandava lei. Forse perché era bionda. Non bionda vera, diceva la mamma, pero’ a Marcomagli piaceva lo stesso. Pero’ alla mamma mica lo diceva. Era l’ultimo giorno prima di Natale quando la maestra aveva notato il suo elastico colorato. A lui piaceva molto, ma quando la maestra glie lo aveva chiesto, lui glie lo aveva dato subito. Le stava molto bene, perche’ era rosso e stava bene sul biondo finto. La maestra gli aveva dato un bacino ed i suoi capelli biondi gli erano finiti in faccia. Forse anche lui ci stava bene visto che era diventato più rosso del suo elastico. Ed era stato allora che Antonello lo aveva fregato. In meno di un secondo aveva detto alla maestra che in bagno si e’ fatto la pipì sulla mano, sporcando l’elastico. A quel punto era la maestra ad essere diventata rossa. L’elastico finì nella spazzatura e con lui il buonumore di Marcomagli: avrebbe voluto nascondersi nel cassonetto fuori dalla scuola. Meglio lì che in classe. Antonello era un ragazzo strano. Era un po’ strabico, la mamma gli aveva spiegato che da piccolo si era girato male e per poco soffocava. Un pò come quando lui si impigliava nelle coperte solo che era nella pancia della mamma. Era per questo che gli mancava un muscolo sul torace, gli avevano detto. Marcomagli ci aveva pensato un po’ e quel giorno gli disse fai sempre le stronzate. E uno che riesce a fare le stronzate ancora prima di nascere non può che essere una merda. Antonello si mise a piangere e fu così che Marcomagli si ritrovò dal direttore. Il direttore sembrava Babbo Natale però stupido. In quel momento però non gli sembrava stupido, ma solo pericoloso. (Marcomagli sapeva che Babbo Natale non esiste, però se la mamma lo avesse saputo, non gli sarebbero arrivati regali di natale). La punizione era terribile, ovvero passare il capodanno con Antonello.

Ma fu così che durante le vacanze Marcomagli trovò la soluzione a tutti i suoi problemi.

Fuori nevicava. Si organizzarono vari giochi, ed alla mezzanotte, quando i grandi erano a giocare coi fuochi, Marcomagli ed Antonello erano a giocare a palle di neve e nascondino e ce l’hai. Marcomagli avrebbe voluto giocare coi fuochi, ma a tutto c’e’ un prezzo. Qualche giorno prima aveva visto un documentario dove spiegavano gli scherzi che a volte i signori anziani fanno. Parlavano di un signore che faceva cerchi nel grano, e parlavano del fatto che tanti anni prima un paio di signori anziani avevano tenuto la tele in casa per due settimane fingendo che c’era un bambino in un buco in giardino. Che bello scherzo.

Proprio davanti a casa di Antonello c’era una buca molto grossa. Da qualche anno i lavori erano in corso ma nessuno li aveva mai finiti e la buca si era riempita di acqua e sporco ed altre cose. Loro la chiamavano La pozza. Tuttoattaccato. Come Marcomagli. Fu così che Marcomagli invitò Antonello a giocare ed organizzò lo scherzo. Sai che bello vederlo uscire dalla pozza tutto sporco. Marcomagli si chinò fingendo che ho visto una cosa bellissima. Antonello all’inizio non ci credeva però poi non poté resistere, e fu così che Marcomagli lo spintonò dentro Lapozza. Antonello ci cascò. Nello scherzo e dentro Lapozza. Quando ci cascò dentro fece lo stesso rumore della cacca nel bagno, però anche più sordo. Aveva fatto anche un rumore di rami rotti e gridava, però il rumore dei botti copriva le sue frignate. Frignone. Marcomagli non ci credeva che si era rotto la gamba perché lo so che sotto ci sono i tubi e di sicuro si sono rotti i tubi. Anche perché Lapozza non era così profonda ed Antonello era proprio nella merda fino al collo. Perdavvero.

Antonello iniziò a sprofondare. Fu allora che smise di gridare ed iniziò a singhiozzare e basta, il frignone. Marcomagli gli disse sei nella merda fino al collo, e che te lo meriti perché sei una merda. E che la tua mamma ti ha fatto dal culo. Fu a quel punto che Antonello fece un grido assurdo. Sembrava una sirena. E smettila. Smettila! Vabbe’ allora ti copro. Marcomagli prese un grosso pezzo di legno e coprì. Poi torno’ a casa e si mise a letto. No, non lo so dov’è Toni, abbiamo litigato. Ecco lo sapevo è sempre colpa mia. Bella merda, pensò Marcomagli. Però era soddisfatto.

Lo era ancora due giorni dopo. Nessuno gli aveva dato la colpa, perché Marcomagli, tuttosommato, era un bravo bambino.

 

M.A.R.I.A (Manco Avessi Ricevuto Infiniti Assegni)

 

Nel buio, Maria, aggredita dal caldo in questa rigida notte invernale, solleva la coperta. Un piede sul freddo pavimento, e Maria si solleva a fatica, se ne va nel corridoio tra il russare altrui. Guarda la luna: va bene che i vecchi dormono poco, cercano di rubare ore alla morte, ma così non si può: saranno le due di notte. Niente da fare, il sonno se n'è andato. E qui non c’è proprio niente da fare, dormono tutti, e anche se non dormissero, sono anni che non lega con nessuno; sì, conosce tutti, ma da quando gli amici, quelli veri, i compagni di vita, se ne sono andati tutti, preferisce la solitudine, trovandola più dignitosa.

Gli occhi si sono abituati all’oscurità, Maria osserva la fila di letti dove barboni come lei hanno trovato scampo al gelo. Si ricorda di quando l’hanno inaugurato, probabilmente l’unico giorno in cui il sindaco si è occupato dei senzatetto. Ma poco importa essere polemici, ormai, sulla soglia degli ottanta anni. L’importante è che questo dormitorio è un po’ casa sua, ormai… Che poi, a voler essere polemici, il sindaco non c’entra nulla, qui bisognerebbe fare causa a una vita ingrata che l’ha mollata ben presto in mezzo a una strada senza nessuna possibilità di riscatto. Ma proprio nessuna.

Meglio fare due passi. Guanti cappellino due maglioni lo scialle e tutto quanto il resto. E poi via.

I lampioni sono aloni freddi che punzecchiano la notte. Qualche macchina cerca di distruggere l’ovatta di nebbia con i fari e con la marmitta. Solito scenario. Maria si stringe lo scialle e decide di ammazzare l’insonnia frugando nei cestini, come ai vecchi tempi, prima che tutte le associazioni umanitarie decidessero di occuparsi il più possibile di lei. Ma è così presto, che ci vuole un bel viale, per passare il tempo: così ci sono un sacco di cassonetti della pattumiera, stracolmi, e i soliti cartoni ricchi di chissà cosa. Maria trova una valigia. Una gran bella valigia. Nuova. Da rivendere. Si chiede chi è così pazzo da. La prende, vuole aprirla, ma è chiusa a chiave. Ora, chi è così stupido da buttare via una valigia nuova dopo averla chiusa a chiave? Maria è donna e la curiosità è femmina e poi è evidente che qualcosa non torna. Prende una sbarra di metallo, fa leva, le forze non sono tante, ma tanto ci dà e tanto ci riprova e tanto ci salta sopra che- Trova soldi. Ma tanti. Tanti davvero, quanti non solo lei, ma la maggior parte degli abitanti di questa città non ha mai visto. Maria si toglie i guanti, prende una banconota: sono soldi veri. Allora cerca di contarli, ma le mani le tremano un po’ per l’emozione un po’ perché il freddo è davvero generoso stanotte. E poi le ci vorrebbe troppo tempo. Che fare? Maria aziona il cervello. Sono soldi rubati a una banca. Però non hanno nessun segno. Qualcuno li ha persi. Però… persi nella pattumiera? Maria sfila un paio di biglietti. Non si sa mai, per la vecchiaia, si dice sorniona. Una sorta di pensioncina. Ma la valigia non vuole saperne di tornare lì, di fianco al cassonetto, le resta incollata ai guanti. Si concentra, Maria, cerca altre soluzioni. Ma non ci sono molte possibilità. Resta solo che qualcuno si è sbagliato, ha scambiato la valigetta da buttare. Ma, calcolando i passaggi del camion della pattumiera, o l’errore è davvero recente, o questi soldi sono qui da due giorni. Troppi per uno sbaglio del genere. Maria richiude la valigia, si siede, si accende qualche sigaretta, aspetta circa un’ora per vedere se qualcuno arriva a riprendersi la valigia. Nessuno. Maria cammina verso la stazione, la valigia dorme sotto il suo braccio. Si guarda intorno circospetta, ha paura. Non sa nemmeno lei di cosa, ma ha paura. Pensa che sia meglio lasciare qui la valigia al deposito bagagli, per ora, e il resto della notte porterà consiglio, e domani è un altro giorno e a mente fresca saprà il da farsi. Si mette la chiavetta numerata al dito, come fosse un anello, e stringe il cerchietto col numero nel palmo. Si addormenterà così.

Oggi ci sono un sacco di strade da tentare.

Ma. No signora se non ha fissa dimora non può aprire un conto in banca…. No signora ci lasci lavorare, si deve mettere in coda qui in questura abbiamo emergenze… No signora ho capito che vuole donare dei soldi all’Unicef, ma se non ha il numero di conto corrente postale…

No signora se vuole fare una donazione deve riempire questi dodici moduli e poi effettua il versamento in posta per poi portare la ricevuta nell’ufficio amministrativo…

 

Maria, finalmente, ha deciso il da farsi.

 

“MY WAY”

 

L’auto viaggia veloce attraverso le nebbie della bassa, mentre l’autoradio gracchia “My way” di Sinatra.

Un po’ lugubre per chi va a visitare una figlia malata, ma il congegno è vecchio ed è sfortunatamente bloccato su Radio San Luchino.

And now, the end is near;

And so I face the final curtain...

- L’ultimo viaggio… - dice la madre, un sorriso triste.

- Domani l’espianto.- dice serio il padre.

I've lived a life that's full.

I've traveled each and ev'ry highway;

- Si sa già per chi sono… ?- comincia la madre

- No, in queste cose non si sa mai, l’interrompe il padre, comunque mi hanno detto che ci sono delle richieste, gente ricca. Potremmo anche riuscire a guadagnarci parecchio.

...I planned each charted course;

Each careful step along the byway...

La nebbia è sempre più fitta ma chi abita da queste parti è abituato a guidare a memoria, curva dopo curva attraverso la campagna per raggiungere la città.

- Un po' mi dispiace sai, è parte della famiglia e non è davvero una bella fine.- Ricomincia la madre con voce ormai rassegnata

- Ti capisco, ma è piena di problemi e non possiamo più permetterci di mantenerla -

L'auto continua fendere la nebbia, le casse sfondate coprono a fatica il rombo del motore che accelera.

...And may I say - not in a shy way, No, oh no not me,

I did it my way...

Alla fine, cara, questo è il distino che attende tutt…

…!Yes, it was my way!

grida Fred Durst attraverso un autoradio che si e' improvvisamente sbloccato, un istante prima dello schianto, mentre il rumore del metallo che si torce e le chitarre elettriche mescolano le loro voci.

- Dicono che si sono rotti i freni e lo sterzo contemporaneamente. E pensare che dovevano farla rottamare.- Commenta il distinto signore sfogliando il Carlino mentre aspetta il suo turno dal barbiere.

- Certa gente se le va a cercare!- Aggiunge un altro cliente.

- Non ne ha anche lei una uguale? Chiede il barbiere mentre affila il rasoio.

- Si, stesso anno e modello, praticamente gemelle.

Mi ero perfino informato sulla possibilità di acquistare i pezzi di ricambio ancora in buono stato. Ormai sono diventati introvabili.-

- Che cosa farà adesso?-

- Niente più espianto purtroppo.

Ride

- L’auto è andata distrutta e quindi dovrò portare anche la mia a rottamare. Probabilmente cercherò qualcuno a cui venderne i pezzi, prima di finire contro un platano!-

Tutti ridono ed il suono si spande attraverso la piazza fino ad una vecchia auto sportiva, con l'autoradio lasciato acceso, forse da un proprietario distratto.

 

...And did it my way! Yes, it was my way... canta fiero Sinatra alle auto nel parcheggio.

 

Dedicato alla mia vecchia Alfa 33.

 

NICOLE SI SVEGLIA

 

Nicole si sveglia.

La stazione che ha messo sulla radio per strapparsi dal sonno non è delle sue preferite, ma tanto a quest’ora alzarsi di buon umore è più di un’utopia.

Dopo il solito, lieve indugiare sul significato della vita e dell’essere umano sotto le lenzuola, il corpo meccanicamente comincia i movimenti quotidiani: mano che corre verso la lampadina, occhi che si abituano (sempre maledettamente troppo poco in fretta) alla luce, mano verso gli occhiali, prima o poi dovrà cambiare montatura…in piedi, occhiali sul naso, pacchetto di sigarette. Accendino. Fiamma. Boccata. Pacchetto incastrato nell’elastico dello slip. Barcollìo verso il bagno. Lo specchio le restituisce la solita, monotona, ingrata immagine: occhi verde pallido con i capillari impazziti, occhiaie, pelle bianca, troppo. Sto male, chissenefrega… qualche segno tardivo di acne che la sua alimentazione e il suo stile di vita non sconfiggeranno mai, piccola cicatrice sotto lo zigomo destro, il viso sottile che termina nelle labbra chiare e in un mento affilato. Acqua che scorre, mano bagnata che viene passata tra i capelli corti e nerissimi. Sigaretta nel cesso. Acqua sul viso. Qualcosa per vestirmi, prima che muoio di freddo…calzettoni di cotone pesante, pantalonacci, scarponi da lavoro. E sopra? …hmmm…maglietta anonima e maglione di lana pesante. Tutta questa fatica merita un’altra sigaretta. Nicole fuma mentre prepara il caffè e la radio le annuncia che da qualche parte qualcuno sta facendo partire gente per difendere il mondo dalla tirannia e dall’oppressione di qualcun altro. Chi è contento e chi no. Mentre beve il caffè lungo mangiucchia una fetta biscottata e scrive La Lettera. Non è difficile in fondo: l’ha pensata e ripensata una miriade di volte e sa già tutto. Nonostante questo una goccia di sale le fugge dal viso mentre è china sul foglio, ma la mano svelta la raccoglie prima che lasci traccia della sua debolezza sull’A4. La lascia lì, tra il posacenere sporco, la tazzina con ancora metà del caffè e briciole di fetta biscottata. Si avvia lungo il corridoio. Infila un giubbetto al volo e corre via. La strada s’interrompe quando lo sguardo si posa sul portafoto. La mano lo sbatte forte contro la cassapanca e le orecchie sentono lontano il rumore del vetro infranto. Controlla che ci sia tutto nella sacca, poi esce. C’è ancora la nebbia, ma è normale data l’ora; le strade della città sono in quel limbo che va da quando si spengono i lampioni e quando comincia ad esserci davvero un pochino di luce, ma c’è nebbia e la luce oggi ha deciso di prendersi una vacanza. Un’altra sigaretta e via di buon passo. La città è ancora addormentata: le brave persone e il sonno dei giusti. Mentre passeggia vede il tag di Anton sul muro grigio; lo accarezza con la mano sorride, ed è il sorriso più triste che sia mai stato fatto. Alla faccia di quel coglione che ha detto che è meglio un sorriso triste che nessun sorriso Poi si allontana quasi di corsa. Arriva al parco, deserto, ovviamente. È ancora parecchio umido, ma passerà in fretta. Nicole si allontana dalle e giostre per i bambini: non sarebbe carino farsi trovare lì… fila verso una discesa, poi ancora verso una piccola svolta, una siepe nascosta. Si accuccia Nicole, walkman sulle orecchie (“lunga vita”, Ustmamò) e dalla sacca escono siringa cucchiaino emostatico e alchemica magia. La puntura è lieve, neanche se ne accorge Nicole (il cd intanto manda “lepre”, sempre degli Ust). Prima che tutto diventi ovattato, Nicole tira fuori tutti i pensieri dal cervello e la pistola dalla sacca. Noi ci allontaniamo mentre Nicole fa quello che ha deciso di fare. Si è soli in quel momento, ed è giusto così. Tanto il rumore si sente anche da così lontano…eccolo.

Punto.

 

Nicole si sveglia.

La stazione che ha messo sulla radio per strapparsi dal sonno non è delle sue preferite, ma tanto a quest’ora alzarsi di buonumore è più di un’utopia.

 

STUPRO E VENDETTA

 

Nicoletta non si muove. Resta lì, schiacciata dal peso dell’uomo,

anche lui finalmente immobile. Il sangue cola tra le sue gambe

nude, ma più lento, adesso che la furia si è spenta.

Tace, non singhiozza più. Sono passati pochi minuti da quando

tutto è cominciato. Sembrano passati anni, nel suo mondo di bam-

bina ferita. Sente mancare il respiro, cerca di spostarsi strisciando

sulla schiena. La sua testa emerge dalle spalle dell’uomo. La sua

bocca è vicina alle orecchie. “La pagherai”, gli dice, “morirai.

Mio padre ti ucciderà per quello che hai fatto”. Si aggrappa all’ul-

tima frase come a una speranza, ne fa un ritornello rassicurante,co

me fosse una filastrocca: “Mio padre ti ucciderà”. L’uomo rimane

voltato contro il muro. Tiene gli occhi chiusi. La voce di Nicoletta

gli arriva smorzata, lontana, come se venisse da un altro tempo, eco di un mondo che si è frantumato. “Mio padre ti ucciderà”. Fa male anche a lui stare in quella posizione ora che tutto è finito. Ma dove può andare adesso?

Come può pensare di rimettere insieme i cocci del suo universo?

Guarda la finestra e la vede scheggiata, guarda lo specchio e lo vede rotto. “Mio padre ti ucciderà”.

Niente è più come prima, niente gli sembra riparabile.

Si solleva stancamente, senza guardare la bambina.

E’ in piedi davanti a lei, di spalle, la sua ombra sul corpo nudo di

Nicoletta.

Va alla scrivania. Apre il cassetto. Prende la pistola.

Si avvicina allo specchio. E’ come se fosse un altro uomo.

Canna alla tempia. Sparo. Cade vicino alla bambina. Il sangue si mescola al sangue di lei. Nicoletta non si sposta, fiuta l’aria e il silenzio. Dice: “Mio padre ti ha ucciso”.

Se non fosse cieca capirebbe che suo padre si è ucciso.

 

PASSATEMPO

.

Cercate la vostra vittima. Cercatela bene. Potrebbe essere chiunque. Potrebbe essere dovunque. La compagna di corso, quella bellissima, che se la tira da qui a domani. Quella brutta. Il collega scorretto. La portinaia. La stramaledetta vicina di casa che tiene la televisione al massimo ventiquattro ore su ventiquattro... Ad ogni modo, le donne funzionano meglio. L'arcata orbitale è meno pronunciata; la testa è più piccola.

Seconda fase: stabilite un contatto. Fate i carini, per una volta. Gli educati come siete, in realtà; borghesi, se volete. Giocatevela d'astuzia, sempre. Disponibilità e cortesia, in primis. Soprattutto dovrete mostrarvi molto pentiti di come fino ad ora vi siete comportati, da veri stronzi bastardi.

Poi, arrivati in un luogo nascosto (casolari, cantine di periferia, bunker sotterranei...), PAM! Una botta in testa, alla base della nuca. Senza scrupoli, mi raccomando, forte... Ma, attenzione, non fracassate la scatola cranica: rovinereste tutto! La vittima non bisogna ucciderla, ma stordirla soltanto.

Procederete quindi legando il vostro giocattolo vivo, stretto stretto, ad una sedia con il pianale di paglia intrecciata, da vecchia osteria. Lasciate che le cosce nude del soggetto aderiscano alla paglia grezza che avrete cosparso di sale a grana grossa e di pietruzze da acquario, di quelle piccole e taglienti. Infine, mettetevi una maschera e badate all’anonimato: non una parola.

Fatto ciò − e siamo alla terza fase − rinvenite il prescelto con una secchiata d’acqua gelida in viso. Gustate l’espressione di sorpresa travolgente, il disorientamento panico e lo stato di prostrazione successivo alle prime rabbiose proteste. Se serve usate un qualsiasi bavaglio.

Avrete precedentemente disposto della brace sulla quale, ad arroventare, sarà stato sistemato un cucchiaino da tè. Sono indicati soprattutto i servizi inglesi. Eleganti, mai esagerati. Usate l’argento, magari, e rendete tagliente la coppa del cucchiaio ai bordi, con un affilatoio. L’operazione è di grandissimo effetto se il soggetto è già stato svegliato.

Ora, senza esitazione, stringete tra pollice e indice la palpebra inferiore del disgraziato/a. Tiratela leggermente in modo tale che la coppa del cucchiaino bollente penetri sotto, tagliando e perforando le cartilagini. Siete a metà della quarta fase: il cuore del passatempo migliore per una giornata di pioggia e malinconie.

Non lasciatevi impressionare dal fiume di sangue, né, tanto meno, dalle grida mugugnate nel sudore del bavaglio, dallo sfrigolare della carne, dall'odore di pollo alla diavola... Fate leva sul manico del cucchiaio. Non vi scottate, voi. Avete i guanti ignifughi, voi! L'intento è quello di estrarre l'occhio dalla sua orbita e il gioco sta nel non spappolarlo tutto come un uovo sodo. Siate delicati, ma decisi.

Ad operazione conclusa, dopo lo svenimento del soggetto, potrete accanirvi sul nervo ottico. Le varianti dell’operazione sono numerose. Si potrebbe consigliare ai più giovani di tranciarlo via con un colpo di cesoia, ma perché negare ai più esperti di consumarne la consistenza con della carta vetrata? Se il bulbo oculare, cadendo, dovesse rimbalzare per più di due volte, senza produrre quel rumore di grasso umido sul marmo, allora, e solo allora, vi sarà data la possibilità di esprimere un desiderio!

Pulitevi, prima di rincasare. Pena non poter giocare più...

 

 

PICCIONI

 

Frullano frullano nel cielo d’aurora, sopra la mia testa, ma oggi ne ho abbastanza.

Centinaia di piccioni sporchi e malati volteggiano su questo parco. Ghiotti inzozzatori che fagocitano fino ad avere il gozzo tronfio prossimo ad esplodere e poi spiccano il volo pesanti, pericolosi proiettili sparati nel nulla.

Hanno imbrattato questo luogo silenzioso e sacro, invasori barbari, profanatori blasfemi.

Piume grigie di smog e sporcizia, macchiati dal loro peccato beccano senza posa, girando in tondo sulle loro zampette mozzate, dai piccoli arti incarniti, invalidi parassiti che deteriorano il panorama.

Al mio passaggio alcuni si alzano da terra, sbattendo frenetici le ali: che fragore, che spreco di energie, stupidi pennuti! Nemmeno la vista della bianca basilica conforta più il passo, la pace è ormai solo frastuono. Tagliano la strada, insignificanti temerari pazzi, sfiorando sfrontati le caviglie, circondandomi, terribili ammaliatori, con il loro insopportabile tubare. Saltellano e si scansano ma subito dopo ritornano, per riprendere il cammino lungo la loro inutile vita.

L’idea è fulminante, mi dirigo dritto a casa. Arrivo, ed il tempo sembra immobile. Cuocio del riso in acqua e cianuro: sarà il vostro ultimo pasto, bestie immonde!

Tentenno per un attimo, incerto se uscire o aspettare domani, ma domani potrei aver perso il coraggio e ritrovarmi dopodomani a dover subire ancora la loro intollerabile presenza.

Esco, del resto è ancora presto, e ripercorro i miei passi fino al parco infestato che tra poco sarà di nuovo libero.

Avvicinatevi piccioncini e mangiate. Il sorriso nasce spontaneo mentre si avventano uno sull’altro in braccio alla morte.

 

Nell’autunno 2003 il Parco San Paolo, che circonda la Basilica omonima a Roma, è stato chiuso per alcuni giorni perché tutti i suoi piccioni vi sono stati trovati morti, probabilmente avvelenati da un ignoto, per ragioni ignote.

 

QUESTO È QUELLO CHE RIMANE

 

Ester chiude gli occhi e salta,

ma il buio si rifiuta di seguirla.

Così apre gli occhi ed è sveglia.

Il sogno è finito ... l’incubo ricomincia.

Sapore di ferro, colore rosso, odore di morte…

Questo è quello che rimane

 

Oltre al ricordo, ovviamente.

Oltre al ricordo, purtroppo.

Se solo potesse perder di nuovo i sensi…

Sputa quello che una volta era un dente

Un sassolino rosso e bianco sul pavimento.

Questo è quello che rimane.

 

Il suo corpo non vuole più reagire.

E anche lei non riesce più a reagire.

Le gambe ancora nella posizione innaturale in cui lui le ha lasciate,

le braccia legate alle gambe del letto. Se solo riuscisse a muoverle…

Ma ha troppa paura che ritorni il dolore ai polsi ...

Il dolore fuori e quello dentro... perché

Questo è quello che rimane.

 

Che ore sono? Che ore sono?

Non che abbia importanza…

Il suo tempo è ormai scandito

dal tempo in cui lui è nella stanza,

quello in cui lei è svenuta

e quello in cui aspetta che tutto ricominci…

Il peggiore.

 

Da quanti giorni è qui? Da quanti giorni?

Ricorda solo che una volta sentiva ancora i morsi della fame

Ora potrebbe giurare che non ha più uno stomaco che possa lamentarsi.

Che bambina fortunata.

Pensandoci, in effetti, le cose stanno migliorando

Non sente più dolore. Oggi si sente fortunata…

Si sta consolidando in lei la certezza che le sue sofferenze stiano per finire

e che, se tutto andrà bene, non ci saranno domani.

 

Poi la porta si apre…

Scarpe, pantaloni calati e grassi polpacci pelosi.

Lui ricomincia e lei capisce che sì, ha ragione.

Oggi è un giorno fortunato e

oggi è una bambina fortunata.

 

Un sassolino rosso e bianco sul pavimento.

Questo è quello che rimane.

 

RACCONTO DI NATALE

 

La nostra storia, come tutti i racconti di Natale che si rispettino, ha come protagonista un bambino molto ma molto buono e molto ma molto povero.

Matteo, così si chiama il bambino, ha imparato presto cosa vuol dire non avere nemmeno un soldo per potersi vestire ma non se ne è mai lamentato. Sa benissimo cosa significa vedere gli altri bambini della sua età accompagnati dai genitori con le mani piene di dolci o con i giocattoli più meravigliosi e non ha mai protestato. Una volta è persino andato a parlare a Babbo Natale sperando che questi lo ascoltasse, ma il 25 non ha ricevuto nulla, nemmeno il carbone e neanche questa volta ha detto nulla. Tutte le sere prega perché il giorno dopo sia migliore e ogni volta che può compie una buona azione.

Matteo non capisce perché non avvenga mai qualcosa di bello nella sua vita e comincia a chiedersi perché, nonostante lui sia sempre un bravo bambino, le cose non cambino mai. La mamma ormai non sorride quasi più ed il papà…Lui nemmeno si ricorda più che faccia avesse.

Matteo è un bambino veramente buono, così buono che non ha mai litigato con nessuno. C’è da chiedersi come faccia e, soprattutto, bisogna ammirarlo per la sua costanza.

Ed in effetti, finalmente, un Natale, qualcuno lassù si è deciso a ripagarlo di tanta bontà.

- Matteo, - gli hanno detto, - sei stato così bravo da meritare una ricompensa!

- Oh, - ha risposto il bambino dimostrando nuovamente quanto grande fosse il suo animo, - ci sono tanti bimbi che soffrono più di me…

- Il tuo cuore è immenso e per questo riceverai un premio!

- Quale premio? – Ha chiesto Matteo con il cuore pieno di gioia tendendo le mani.

- Verrai con me su nel Cielo e ti beerai della Pace e della Felicità eterna!

- Quindi non mi regalate una X-Box?

- No figliolo, avrai qualcosa di più! Ammirerai la Grazia Celeste!

- Nemmeno una playstation?

- No! Camminerai con i Santi e parlerai con gli Angeli!

- Quindi niente figurine rare di Digimon?! – Ha chiesto ancora il bimbo.

- No…

- E di Magic?

- Sarai fra i Beati! Godrai della grandezza e della bontà del Cielo!…Che fai con quel pugnale?! Fermo! Fermo!

La mamma di Matteo quella sera tornando a casa stanca rimane stupita nel sentire un delizioso profumino venire dalla cucina.

- Mamma! Questa sera si mangia pollo! – La accoglie il bambino con un sorriso.

 

Come in tutte le fiabe di Natale che si rispettino anche questa ha una morale: per quanto uno sia buono la ricompensa non sarà mai quella che ci si aspetta ma è importante saperne sempre vedere il lato positivo…O utile.

 

SE DIO È CON NOI, CHI OSERÀ METTERSI CONTRO DI NOI?

 

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“Muori,

1. Negro

2. Giallo

3. Viso Pallido

4. Yankee

5. Usurpatore

6. Feccia Ribelle

7. Tiranno

8. Demone dell’Inferno

9. Subcreatura

10. Panda “

Hammer of God munitions “Aiutateci a costruire un mondo migliore” 

 

SEI M O F?

 

Mi chiamo Sulfureo. Sono alto 1.84, peso 73 kg. Sono di carnagione chiara. Ho i capelli rossi e il pizzetto, ma senza baffi. Detesto i baffi. E sono un serial killer.

Bello, vero? Sapeste come funziona… nemmeno se dicessi che sono una rockstar, o George Clooney, attirerei così le ragazzine.

Non so come si chiamano. Non mi importa di saperlo. Siamo tutti molto più complicati di un nome. Io guardo dentro di loro. Prima con la lente d’ingrandimento dello schermo… davanti a uno schermo, tutti si tolgono la maschera. Il loro viso non conta più, il loro corpo non conta più. Conta solo quello che scrivono. Frasi, pensieri, emozioni.

Giada era speciale. Era acuta… aveva il senso della frase. Forse un po’ ingenuo, ma a vent’anni era già tanto. Ed era bella. Ma fragile. Altrimenti non si sarebbe rotta…

Ma tutti i giocattoli, prima o poi, si rompono. E devi comprarne di altri, se vuoi continuare a divertirti.

Io avevo trovato un negozio di giocattoli straordinario. La chat di mtv.

 

Messaggi. Lettura messaggi. Nuovo.

OK FACCIAMOCI QUESTA PIZZA NEL MIO AMENO PAESE. QUANDO VUOI, BASTA CHE MI AVVERTI PRIMA. A – CHE TU NON PREFERISCA UN GELATO A PIACENZA… CHE APATIA STO VIAGGIO…

Chiudi.

Giada è fantastica… riesce a essere letteraria anche via sms. Quando ci siamo conosciuti, lei si chiamava “Constatazione”. Le ho chiesto se era amichevole, e se potevo prendere i suoi dati per l’assicurazione.

Le era piaciuto l’approccio.

 

La prima volta che ci siamo telefonati, mi ha chiesto se ero un trafficante di organi. Buffo, vero? Le ho risposto di no…

La prima volta che ci siamo visti, me lo ha richiesto. Le ho risposto di sì. Non ci ha creduto… l’ho sempre detto, io: dire la verità è il modo migliore per non essere creduti…

 

 

TIMBUKTU

 

L’ironia è una qualità razionale che presuppone un pizzico di cinismo.

Ironie ist eine rationale Eigenschaft, die ein wenig Zynismus voraussetzt.

 

Grande sorpresa quest’anno alla specialissima 45a edizione del Concorso di Scrittura Creativa “Dante in progress”, dedicata per la prima volta ai forestierismi che, grazie al loro polivalente repertorio, con dilagante successo contaminano sempre più la nostra lingua accademica. L’iniziativa, promossa ed ideata dallo scrittore Astaserse Simone, è stata subito accolta favorevolmente dal comitato organizzativo del Concorso, benchè il Direttore Artistico, Prof. Dr. Norberto Finzi Maria Sagaci, abbia poi dichiarato alla stampa solo ad ultimazione dei lavori di aver nutrito non poche perplessità nei confronti di un’impresa certo inedita ma anche molto audace. Il timore di Finzi Maria Sagaci, docente di Letteratura medievale comparata all’Università Alma Mater Studiorum Saecularia Septima Semper Fidelis Ubisque Toto Tuus, nonchè insigne dantista, sarebbe stato quello di legittimare, tramite un rinomato Concorso pubblico, una sorta di contaminazione extralinguistica a danno dell’integrità semantico-strutturale della lingua italiana. L’introduzione della sezione “New Horizonts”, gestita e coordinata dalla direttrice del comitato “Pomozione Young People Let’s Go”, Dott.ssa Sig.ra Annabella Profumini, è stata però accolta con molto entusiasmo attirando un numero davvero inaspettato di candidati. Argomentando che Dante stesso, all’epoca sua, piuttosto che rannicchiarsi nella lingua dei dotti (il latino) abbia preferito sperimentare quella ancora “non laureata” (tanto per usare un’espressione cara a Montale) che veniva parlata dal volgo e quindi dalla maggior parte dei cittadini (il volgare appunto, a cui l’italiano deve la paternità), la Profumini è riuscita a convincere la giuria ad aprirsi verso nuove prospettive linguistiche da lei stessa definite con orgoglio e commozione “pro-Europa”. Inaugurando una nuova categoria, dedicata alla creazione di abstracts infarciti di anglicismi acquisiti, il Concorso ha finalmente e con lodevole coraggio rivelato come i tempi siano già maturi per prendere ufficialmente atto delle trasformazioni in corso proprio tra i native-speakers italiani, in particolari i giovani, oggi più che mai consapevoli target-users di una proto lingua europea, multiculturale, flessibile e polisemica, l’italo-inglese. Tuttavia non poche polemiche sono incorse quando la commissione organizzatrice ha reso noto il procedimento della prova finale, ove è stato richiesto ai candidati di cimentarsi con la stesura veloce di un testo in quattro righe entro soli 5 minuti, cronometrati ad honorem dal neo eletto presidente della Regione Gianfranco Spinelli. La polemica, sollevata dopo un animato brain storming ad opera dei membri della Crusca, non ha tanto investito la celerità della prova, quanto piuttosto i suoi contenuti. Infatti ai giovani finalisti, il dottorando in Teologia Pietro Dal Fiume e l’agronomo Beppe Testoni, è stato richiesto di comporre un breve testo di senso compiuto ed in lingua inglese, che in qualche modo si concludesse in rima con il termine “Timbuktu”. Il presidente della Crusca, l’Avv. Dott. Giorgio Garrett-Ciecarelli, si è dichiarato indignato per la difficoltà del task. Ad ogni modo i due candidati hanno saputo tener testa alla sfida. Dal Fiume ha consegnato alla giuria il seguente script:

I was a father all my life,

I had no children, had no wife,

I read the bible through and through

on my way to Timbuktu.

Al momento della lettura ufficiale del componimento il pubblico non ha potuto che applaudire entusiasticamente, ritenendo che oramai la vittoria fosse decisiva per il teologo. Ma poi la Profumini, salendo sul podio con un golden globe, ha sorpreso tutti gli astanti leggendo la versione dell’agronomo Testoni:

When Tim and I to Bruciata went,

we met three ladies cheap to rent.

They were three and we were two,

so I booked one and Tim booked two.

 

TUTTO SCORRE

 

Avevo passato anni a cercare Anader, il mio nemico. Se lo avessi trovato... Oh, se lo avessi trovato! Lo avrei affettato sottile sottile con la mia spada. O forse ne avrei fatto polpette, con queste mani enormi che gli dei mi hanno dato. Ma il vigliacco sfuggiva alla sfida: chissà dov’era, il bastardo. In che covo, in che tana. Con che avanzi di fogna, con che cagna rognosa. Forse neanche sapeva che lo andavo cercando, in villaggi e città, per monti e foreste. Tutto sbagliato, mi ha rivelato un giorno l’eremita di Tartran: il mondo è grande, la gente è tanta, io nulla avrei trovato vagando in preda all’ira. Io, Alaberth il Massiccio, avrei dovuto farmi umile e quieto: seduto sulla sponda del Fiume, avrei visto passare il cadavere del mio nemico. Io ci credo agli eremiti. Affidai a un amico sincero il cavallo e le armi. Poi sedetti a braccia conserte su uno sperone di roccia, a strapiombo sul Fiume. Cominciava l’attesa. Passò forse un mese. Mi allontanavo dalla roccia solo per i più impellenti bisogni corporali; la figlia dell’oste portava del cibo dalla vicina locanda. Dormivo seduto, le braccia conserte, un occhio sempre aperto perché non perdessi il passaggio del corpo di Anader. Dopo anni di esercizio fisico non fu facile smettere di colpo. Ero tutto un dolore! Dopo pochi giorni, tra l’altro, iniziò la stagione delle piogge. Mi costruii un riparo di rami e di foglie: ciò non mi impedì di buscarmi una mezza polmonite. Ma aspettavo seduto e scrutavo le acque. Finché un giorno non vidi qualcosa venire giù a valle, trascinato dal Fiume. Mi sporsi in avanti per meglio vedere, e ciò fu fatale: scivolai sulla roccia resa viscida dalle piogge e piombai nelle gonfie acque giallastre. Era violento, il Fiume, in quelle settimane di maltempo. Cercai invano di afferrarmi al tronco che mi aveva tratto in inganno e che affiorava e spariva nell’acqua a pochi metri da me, mentre correvamo entrambi verso l’Oceano spumeggiante. Malconcio e intorpidito, presto fui vinto dall’onda. Ma prima di affogare potei scorgere per un ultima volta l’odiato Anader: qualche decina di metri più a valle sedeva su un muro, le braccia conserte, e scrutava pensoso le acque del Fiume.

 

UN RACCONTO CATTIVO

 

Era un nebbioso pomeriggio di fine novembre ed Elettra stava tentando di scrivere su blocco di fogli sperduto sulla scrivania tra i libri dell’Università. Ovviamente, non si chiamava Elettra, non aveva questa fortuna: i suoi prosaici genitori l’avevano chiamata Silvia. Silvia! Ella detestava questo nome, era troppo diffuso e privo di sostanza, così aveva iniziato a farsi chiamare Elettra. Impugnò la matita, rilesse il titolo “Un racconto cattivo” e cercò di iniziare: “Era una notte buia e tempestosa” scrisse, poi mordicchiò il lapis perplessa. Ma come poteva pensare, per gli dei, con il cantiere che faceva casino fuori dalla finestra? Dovevano proprio costruire una nuova palazzina? Se solo fosse scoppiato un acquazzone, avrebbero smesso. Elettra sfiorò il ciondolo che aveva al collo ed attese: la tempesta mise ben presto fine ai rumori molesti, i tuoni non la disturbavano affatto. Dunque, il suo racconto…l’inizio era banale, lo cancellò e scrisse: “Era una serata scura e tempestosa”. Chissà perché, non andava ancora… Urla dal piano di sopra: ancora quell’odioso bambino dei vicini! Se solo avesse taciuto per sempre…Silenzio dal piano di sopra. Oh, bene, ora poteva continuare: dunque, “serata” stonava, meglio scrivere “sera” o forse tornare a “notte”? Un’autoambulanza si avvicinò a sirene spiegate, passi frenetici sulle scale, sentì sua sorella correre alla porta; stava riflettendo se cambiare “scura” con “oscura” quando sua sorella Maria entrò in camera, dicendo: “Hai sentito l’autoambulanza?” Elettra sollevò lo sguardo sulla sorella più giovane: “E’ ovvio, non sono sorda. Ora, vuoi lasciarmi in pace per un poco?” Maria continuò: “E’ il bambino del piano di sopra, ha smesso di respirare.” Elettra alzò le spalle: “Oh, interessante. E ora vai, va bene?” Maria era una stupida nullafacente, si era appena iscritta all’Università, ma solo per passare ancora qualche anno a fingere di studiare. Elettra amava quello che stava studiando, Lettere Classiche, e aveva una media superiore al 29, mentre Maria…beh, quando prendeva un 22 a posto dei soliti 18 i suoi genitori le facevano festa grande! E quando Elettra otteneva un 30 le dicevano: ah, niente lode, questa volta? Che paio di stupidi! Elettra temperò con ira la matita, stava per continuare quando sentì sua sorella palare al cellulare: come al solito, urlava invece che parlare, chiamava per ogni minima inezia quell’altra stupida della sua migliore amica. “Ti si friggesse quel maledetto aggeggio!” sibilò a bassa voce Elettra. Sentì poco dopo Maria gridare: “Brucia! Il telefonino brucia!- ed, inevitabilmente- MAMMA!” Ovviamente, la madre si precipitò a consolare la sua ultima “bimba” e alla fine disse anche: “Silvia, vieni a vedere la mano di Maria.” Elettra posò la matita per non spezzarla: “Elettra, per favore. E poi, non si è fatta nulla, ce l’ha ancora tutta la mano, no? Ora, se è possibile, vorrei un poco di quiete, sto scrivendo.” La madre si mise sulla soglia della camera con fare accusatorio: “Insomma, Silvia, ma che cosa fai tutto il giorno tra i libri?” “Che faccio? Studio, una cosa che Maria non fa mai. E per studiare mi servono i libri, sai?” “Come sei polemica, Silvia! E poi, che fai ora? Ancora a scrivere? Ma non esci mai? C’è qualcosa di malsano, in quello che fai, sempre a scrivere, scrivere, c’è qualcosa di cattivo nel tuo scrivere…” “Cattivo, eh? E cos’è quel fumo che proviene dalla cucina?” “Cielo, l’arrosto! Ma era crudo!” La madre corse via, mentre Elettra gli gridava dietro: “E mi chiamo Elettra!” La giovane riprese la matita: “Qualcosa di cattivo nei miei racconti, eh? Qualcosa di cattivo in me, eh?” Sfiorò il ciondolo che aveva al collo, un coccio di un antico vaso: e la gente diceva che Lettere Classiche non serviva a nulla? Una cosa era certa, gli antichi dei non ricevevano preghiere da secoli ed erano molto disposti ad aiutare chi li adorasse ora…a proposito, doveva ricordarsi di procurarsi qualcosa da sgozzare per l’aiuto che le avevano fornito quel pomeriggio. Ora, per quanto riguardava il suo racconto, se le Muse fossero così benigne da darle un po’ d’ispirazione… Elettra guardò il foglio, lo appallottolò e lo gettò via, quindi, sorridendo, riprese a scrivere:

 

UN RACCONTO CATTIVO

 

Era un nebbioso pomeriggio di fine novembre…

 

UNA FIABA SEMPLICE

 

I tre gnomi camminavano con passo spedito nel sentiero ombroso quando, d’un tratto,lo gnomo sincero s’arrestò

Voglio chiedere la mano della Dama dei cristalli -disse Voi che ne pensate?

Pazzo -sbottò lo gnomo cattivo-Pazzo ed irrimediabilmente stupido.Perché mai Sua Grazia dovrebbe volerti?

Ti sei visto? Sei brutto,tozzo ed insignificante .Ah non ti vorrà neppure vedere.

-Ma io l’amo veramente –provò a ribattere

-Le dame come Lei se ne fottono dei tuoi sentimenti idiota! –

-Non credergli –l’interruppe il terzo gnomo ,quello buono,-Se il tuo sentimento è sincero vedrai che trionferà,deve trionfare,lei sicuramente apprezzerà l’onestà del tuo amore ed anche il tuo splendido carattere.

Permettimi inoltre di dissentire dal nostro compagno,tu non sei brutto,hai un viso…….interessante.

Così,come spesso capita nella valutazione delle proprie proposte,si ricorda solo ciò che si vuole e si scorda il resto,lo gnomo sincero decise di proseguire nel suo intento.

La Dama dei Cristalli dominava la sala del trono in tutta la sua regale beltà mentre lo gnomo sincero,dal canto suo,si era fatto ancor più piccolo ed era in piedi,di fronte a tanta maestosità,grattandosi nervosamente il polpaccio destro con il piede sinistro e tormentando,torcendolo,il suo buffo cappello come per spremerne il coraggio atto a farlo resistere alla risposta che attendeva.

D’improvviso Ella ruppe il silenzio

-Vattene dalle mie stanze stupida parodia d’un uomo!,

Fai ch’io creda questo sia stato solo uno scherzo,peraltro di pessimo gusto!

Ho fior di pretendenti io!! Cosa credi!Non ho tempo da perdere con te ,perché mai dovrei volerti meschina creatura?!?-

Perché io l’amo sinceramente balbettò

Non so che farmene del tuo amore l’aggredì la Dama- Tu mi porti in dono l’amore e l’avvolgi in quella sciatta scatola che è la tua figura??!?

Vattene!A mai più rivederci!-

Fù dunque così che lo Gnomo cattivo per aver detto la verità, anche se cruda ,si trasformò in uno gnomo sincero.

Fù dunque così che lo Gnomo buono mentendo,anche se per non ferire l’amico,si trasformò in uno gnomo cattivo.

In ultimo fù così che lo Gnomo sincero non potè mai trasformarsi in buono visto l’incompatibilità dei due modi d’essere e morì,con il cuore spezzato,sul ponte d’alabastro che conduce al castello dei cristalli.

 

HLIDSKJALF – A YULETIDE FAIRYTALE

 

Nera quale lacrima d’angelo caduto, la sagoma truce del combattente si staglia contro un cielo del colore di un teschio.

Lugubri figure si agitano ululanti nella notte e i corvi si radunano in volo, gracchiando poesie di morte alla luna immota, vergata del sangue dei figli di Odino.

Il canto che rimbomba nelle orecchie della solitaria figura ammantata di tenebra e vendetta è una struggente nenia funebre, le note che la compongono orchestrate da lame d’acciaio che si uniscono in un fulgido amplesso, generando milioni di scintille sugli innevati campi di battaglia.

Il corno delle valchirie ha suonato la sua musica, ed ora il fraterno amico del guerriero solitario, il compagno d’armi di una vita, è stato preso dalle nobili combattenti e trasportato nelle sale del Valhalla, al cospetto del padre Odino e dei suoi figli prediletti.

 

Per un istante fugace, l’ombra cupa del vendicatore danza al ritmo di fiamme che ardono; le fiamme dei ricordi di edifici blasfemi purificati dal fuoco, i covi sacrileghi del culto barbaro del nemico, giunto a imporre la sua legge nelle lande sommerse dai ghiacci.

E quando la porta si apre, il giustiziere sa che l’uomo che ha di fronte è uno di loro.

Pur non condividendo l’immondo credo dell’invasore.

Pur essendo anch’egli figlio delle gelide terre del nord.

Pur serbando in cuore un barlume di fede negli dei, egli ha tradito.

E l’eroe sa che dovrà appellarsi all’astuzia di Loki, questa volta, in luogo che alla forza di Thor, mettendo mano al suo pugnale lucente, consapevole che è giunta l’ora di condannare il malvagio profanatore dei resti del suo migliore amico a condividere l’eterno tormento dell’Ingannatore.

Con occhi freddi come il mare in inverno, il vichingo osserva il suo avversario, prima di abbassare lo sguardo sulla collana che il bastardo sfoggia con orgoglio sul petto glabro.

Piccoli pezzetti di cranio ornano il gingillo scellerato e il santo rimembra le cervella dell’amico sparse sulle pareti e in parte ingoiate dalle fauci diaboliche del verme meschino che gli sta di fronte. Piccoli e soffici batuffoli di carne inzuppata di sangue e paprika.

 

“So che sei venuto per uccidermi… Burzum.” sentenzia il figlio bastardo degli dei, prima che il dente d’acciaio che il vendicatore stringe tra le mani laceri la sua schiena decine di volte, lasciandolo a terra privo di vita, un’immonda carcassa macellata senza ombra di pietà o perdono.

 

Prima di uscire dalla stanza, il giustiziere osserva il fucile intonso del suo avversario, poi si volge alla luna con un sorriso, scomparendo nella notte bianca che l’ha vomitato.

 

Hlidskjalf – A Yuletide Fairytale

FINE

 

Nda: Attualmente il cantante e filosofo Varg Vikerness, alias Count Grishnak, alias Burzum è detenuto in un carcere norvegese di massima sicurezza, dopo essere stato nuovamente arrestato in seguito ad una rocambolesca evasione.

Vikerness è solo uno tra i casi più tristi ed emblematici di mala giustizia in Norvegia, una terra in cui anche i diritti fondamentali di un uomo, quali libertà di culto e legittima difesa, vengono costantemente minacciati da gente che considera un reato pugnalare alle spalle ventisei volte un divoratore di cervelli umani.

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