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Racconti fuori concorso 2005

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SEZIONE SECONDA

 

 

 

RACCONTI FUORI CONCORSO

 

 

CUCINA DI GIURATO

 

La mia prima cucina è umida e grande, in una casa abusiva alla periferia di Roma. Mia madre, in cappotto e calzerotti di lana, si alzava presto per mettere la legna nella stufa e farci vestire al caldo, quando ci preparavamo per la scuola. Nel pomeriggio, io studiavo, lei lavorava con la radio accesa, le mani a mollo nell’acqua e oggi le dita deformate dall’artrosi.

La mia seconda cucina, a Roma, nella casa del ragazzo che mi ha chiesto di andare a vivere insieme, ha gli scaffali bassi, alla mia altezza. Per la prima e unica volta vedo tremare l’acqua della pasta e un lampadario per il terremoto.

La mia terza cucina, nella casa che i suoi gli hanno regalato, ha la lavapiatti. Mi sento ricca.

La mia quarta cucina è a casa di un amico: mi ospita, mentre mi riprendo da sei anni di convivenza andati a rotoli. Gli rompo una tazza.

La quinta è in affitto: i piatti rimangono nel lavello per giorni, a turno li laviamo io e la coinquilina. Offro un the a un vecchio amico trasformatosi in dirigente iperimpegnato e quasi svengo quando mi chiede di diventare la sua amante.

La mia sesta cucina è ancora in affitto: un angolo cottura, un lavello unico, un frigo da minibar con freezer rotto, nessun posto dove poggiare le pentole. Mi sono sposata.

 

PALINSESTO

 

22/11/04 Il signor F. non accenna a guarire. Non che la sua sia una patologia vera e propria ma ad ogni modo, il peculiare disturbo che lo affligge non accenna a voler recedere. L’unico sintomo di una qualche disfunzione neurologica, il sig. F. lo avverte quando cerca di ricordare una qualsiasi puntata, di quelle da lui viste nei lontani anni ottanta, della trasmissione Il pranzo è servito. L’anomalia consiste nel fatto che il sig. F. si ricorda perfettamente ogni piccolo dettaglio di quella trasmissione. Se interrogato può dire con precisione assoluta chi sia stato il vincitore di ogni puntata da lui vista, i piatti conquistati da ciascuno dei due contendenti, le domande e le risposte fatte, le prove di abilità sostenute ed ogni altro dettaglio. Si ricorda, meglio che se le stesse guardando ora, tutte le singole puntate di quel mediocre programma presentato da Corrado tra il 1982 e il 1990. Dico che se le ricorda meglio perché il suo ricordo non è limitato o focalizzato ad una singola puntata per volta come se l’avesse appena finita di vedere, ma riesce anzi a ricordare dati di puntate diverse, aggregandoli. E’ in grado per esempio di riportare alla mente e di descrivere con precisione maniacale ogni vestito indossato dalla valletta Linda Lorenzi.

27/11/04 Si rende necessaria una precisazione, per quanto ovvia: il sig. F. è in grado di descrivere alla perfezione solo ciò ha cui ha effettivamente assistito. Infatti dalle mie interviste sono risultati dei buchi nella perfetta memoria del sig. F. che è appunto perfetta ma non miracolosa. F. essendo certamente uno spettatore assiduo della trasmissione, che andava in onda in coincidenza col suo ritorno da scuola, pare non abbia visto tutte le puntate del Pranzo è servito. Facendo dei riscontri con i ricordi della madre ed i palinsesti televisivi ricavati dalla attenta lettura di intere annate del settimanale Sorrisi e Canzoni, abbiamo potuto evincere che non ha praticamente mai guardato il programma il martedì, giorno nel quale, sia alle scuole elementari che alle medie, veniva preso da scuola dalla nonna paterna e portato a casa di questa dove, ci ha raccontato lo stesso F. facendo ricorso ai suoi ricordi ‘normali’, preferiva giocare con la cuginetta C. che passare il proprio tempo guardando Corrado. In questo modo F. ha perso la storica puntata del 16/01/90 in cui una mitica concorrente del programma, la signora Lorena Iacopini vinse la notevole somma di 23.650.000 lire.

30/11/04 Le nostre indagini ci hanno permesso di trovare un buco tra il 10 e il 18 febbraio dell’88, quando F. si recò con la famiglia in settimana bianca e un altro, il più grande trovato finora, ad inizio primavera del 1984 quando il televisore a colori di casa F. si guastò, fortunatamente nel periodo ancora coperto da garanzia, e dovette essere portato a riparare.

03/12/04 Spulciando i palinsesti dell’epoca abbiamo potuto verificare la settorialità di questa anomalia mnemonica. Il sig. F. ha ricordi assolutamente normali per quanto riguarda Doppio Slalom, Tra moglie e marito e Drive In, che comunque guardava con pari entusiasmo, e addirittura non ricorda nulla di Bis e Zig Zag, programmi che, ci assicura la madre, guardava con una certa assiduità. E per altro non ha ricordi eccezionalmente particolareggiati per nulla che riguardi quell’epoca, né per gli accadimenti generali, né per quelli più particolari della sua vita privata, anzi, nei suoi ricordi abbiamo riscontrato alcune reticenze, in particolare si è sempre rifiutato di raccontare cosa facesse quei martedì, a casa della nonna, con la cuginetta C.

05/12/04 Ultimamente il sig. F. ha iniziato a guardarsi, con gli occhi della mente, come se fosse davanti ad una televisione, le puntate più divertenti del Pranzo è servito. Mentre le prime volte che ci riferiva del suo disturbo sembrava infastidito da quella trasmissione nazionalpopolare che gli veniva sempre alla memoria, sembra che si stia appassionando. E’ impressionante, oggi ha ‘guardato’, davanti a me, per più di mezz’ora, una puntata speciale con Raimondo Vianello e Lino Banfi, con un’espressione assorta e generalmente quasi commossa, ridendo ogni tanto. Alla fine mi ha confessato di ritenere che all’epoca la televisione non era poi così male e che negli anni ottanta, in Italia, non si stava così male.

18/12/04 Oggi il sig. F. non si è presentato alla seduta. L’ho fatto cercare a casa. Ha risposto la moglie, in lacrime. Pare che il sig. F. sia da tre giorni in uno stato catatonico. Ha un aria vagamente contrita, ma ogni tanto ride. Non spiccica una parola, con lo sguardo perso nel vuoto.

 

SUSHI GIRL

 

Takami Akira, capo di un emergente clan di Osaka, era un uomo che non lasciava nulla al caso. Nello stesso tempo, era orgoglioso di coltivare la via zen della semplicità in tutte le sue azioni. Un’opportunità, una vittoria. Uno sgarbo, una vittima. Mai nessuna complicazione.

Ora si guardava soddisfatto le unghie lucide mentre i suoi soci conversavano, in una sala dalle pareti di carta di riso, nel locale silenzioso e raccolto come l’interno di una conchiglia.

Non aveva alcuna ragione di preoccuparsi.

Tutti gli accessi al ristorante erano controllati da guardie e telecamere a infrarossi; il suo percorso in auto era stato sorvegliato dal GPS, mentre l’autista veniva da un’antica scuola di arti marziali, finanziata nel momento del bisogno. Altri allievi della scuola erano guardie del corpo, due erano travestiti da camerieri. Anche le telefonate fatte e ricevute nei dintorni erano tracciate dai suoi uomini grazie alla centralina installata sul grattacielo di fronte. Appariva macchinoso, ma il principio era molto semplice. Pensa alla via che ha il nemico per colpirti: e su quella tendi una trappola. Per essere uno che aveva rivoluzionato il mondo del crimine a Tokyo, Takami cenava fra i suoi soci con animo eccezionalmente tranquillo.

Pregustava la cena. Era una tradizione del passato che a lui piaceva in modo particolare: i suoi locali preferiti, come questo, la proponevano solo per lui.

Una sola portata, composta da sushi e sashimi, apparecchiata sul corpo nudo di una ragazza giovane e bellissima. Un allestimento eccitante, ma ben lontano da una volgare trovata da bordello. Questo i soci americani non lo capivano mai, e c’era sempre qualche tirapiedi yankee che finiva con le bacchette nel posto sbagliato.

Ma per un giapponese quella era filosofia estetica applicata, come lui amava definirla. Qualcosa di bello disposto con arte sopra qualcosa di bello, nulla di più naturale. Il brivido era più sottile, l’oggetto del piacere più sottomesso, il gioco più inusuale. Non era difficile trovare ragazze disponibili. Il guadagno era buono, la fatica inesistente, ed era noto che il pesce crudo faceva bene alla pelle.

Più raro era trovare donne veramente all’altezza, e a volte capitava che anche i migliori ristoranti presentassero studentesse grassottelle, con l’irritante tendenza a contrarre i muscoli sotto il tocco delle bacchette. L’immobilità poteva durare anche per ore, a partire dalla preparazione del piatto, e non tutte la sopportavano bene.

Ma quella che gli stava davanti sembrava perfetta. Corpo snello, pelle di madreperla, viso rilassato. Poteva sentire il sapore di quella pelle liscia e giovane, lavata con acqua di fonte e levigata da lunghi massaggi con spugne di crine. E non un movimento, non un minimo brivido increspava quella perfetta epidermide. Una quiete perfettamente zen. Nella semplicità, pensò, stava la forza. Pesce crudo, lacca nera, donna nuda.

Sollevò un'altra fettina di tonno, sfiorando soddisfatto l’immobilità statuaria della donna. Riduci la complessità, riduci i rischi: cibo impossibile da adulterare, un locale piccolo, un percorso calcolato. Controlla tutti i passaggi, controlli il risultato.

Così fu per Takami una vera sorpresa quando, a circa cinque minuti dall’inizio della cena, i suoi nervi come in preda a un virus improvviso prima smisero di rispondere perfettamente, e poi si fermarono. Gli arti lentamente si bloccarono, sordi agli ordini sempre più frenetici del cervello. Sillabe rauche e sconnesse gli si congelarono sulle labbra, mentre la vista inesorabilmente si oscurava. Il suo pensiero era ancora di totale incredulità, mentre si afflosciava su se stesso come una marionetta dai fili recisi e rotolava inerte sul costoso tatami.

Seguì un’esplosione di grida e confusione. Pistole vennero estratte e puntate, coltelli sguainati, polsi rigirati, senza che nessuno sapesse bene contro chi gettarsi. Ci volle qualche minuto prima che qualcuno notasse la ragazza ancora immobile, coperta da striscioline di pesce bianche come ornamenti funebri.

E ci volle una mezz’ora prima che un medico compromesso con lo spaccio della droga fosse tirato giù dal letto per certificare la causa della morte. Che nel caso della donna, come nel caso di Takami, risultò essere un potente veleno in grado di agire sul sistema nervoso periferico. Una sostanza tossica che una volta ingerita si diffondeva nelle cellule, localizzandosi a livello epidermico, non diversamente dagli alcaloidi presenti nella pelle dei rospi. Ma solo da una pelle particolarmente liscia, con i pori perfettamente puliti, sarebbe potuta filtrare una quantità di veleno sufficiente a uccidere.

E solo un cibo a sua volta poroso come il semplice pesce crudo, privo di condimenti oleosi, avrebbe potuto assorbire la sostanza e impregnarsene. In un’altra situazione, questo fu il commento del medico, difficilmente una donna morta da almeno mezz’ora avrebbe potuto uccidere un boss della yakuza.

Ma in questo caso, terminò, tutto era stato evidentemente molto semplice.

 

 

LA LINEA PERFETTA

 

Era bellissima.

Come le donne dei miei quadri, pallida, con i capelli neri, le labbra appena rosate; sotto gli archi pieni di mistero delle ciglia, sorridevano due neri occhi da gatto.

Era la donna perfetta. Una oscura divinità, lontana ed estranea come la Luna.

Senza conoscerla, da sempre disegnavo e dipingevo il suo volto, la sua elegante figura sottile.

E ora, eccola comparire sulla scena. Sul balcone della casa di un amico, in una serata qualsiasi, il suo sguardo ironico dietro la brace della sigaretta. E la notte alle spalle come un mantello.

Quando uscì dalla casa la seguii, senza sapere perché. Mi lasciò fare. Parlammo a lungo sotto la sua porta, o meglio, io parlai molto e lei sorrise il suo lontano sorriso. Non vedevo i suoi denti, ma ero certo che i suoi canini fossero lunghi e appuntiti. Prima di lasciarmi mi porse una mano. La baciai, era gelida. Le mie labbra rabbrividirono, e il mio cuore cominciò a bruciare.

La vidi altre volte nei fumosi locali del quartiere vecchio. Abitava con due altre ragazze, in una stretta strada vicino all’università. Parlavamo di pittura, di arte. Conversando, le sue mani tracciavano segni segreti, strette nei lunghi guanti neri. Avrei voluto afferrarle, come scure farfalle, trattenerle fra le mie. Ma in qualche modo non osavo. Lei mi incatenava, e io l’adoravo a distanza. Le bettole che frequentavamo non avevano mai ospitato un sentimento così bruciante sotto le loro travi annerite. Un giorno, poco prima di Natale, fui invitato a una festa. Ci andai perché sapevo che ci sarebbe stata anche lei. Ma mi attendeva un’orrenda sorpresa, la rivelazione di una realtà che non avrei mai voluto contemplare.

 

Da principio non riuscii a trovarla. Mi aggiravo per le stanze gremite e fumose della casa, facendomi largo fra gli invitati con l’aria di un cane smarrito. In fondo c’era la stanza da letto, la porta era socchiusa. La aprii, ed eccola. Semisdraiata sui cuscini, a condividere con un’altra ragazza l’intimità lasciva di una torta al cioccolato. Lei mi sorrise. Rimasi sconvolto. Non l’avevo mai vista mangiare.

 

Uscii, in preda a una leggera nausea. Mi resi conto che non potevo sopportarlo.

Poco dopo mi passò accanto, cercando il mio sguardo, ma io evitai i suoi occhi. Guardai invece la sua schiena mentre si allontanava.

Immaginavo le calorie che si trasformavano in grassi. Nella mia mente vedevo la carne depositarsi su di lei come un orrendo mantello di liquami. La sua silhouette mi parve sformarsi a vista d’occhio sotto il vestito – era l’accenno di un rotolino quello? O un gioco della luce? La gonna aveva sempre fatto quella piega sfacciata sul suo fianco altero?

Non la salutai nemmeno.

Scesi in strada e mi incamminai senza meta. Non riuscivo a smettere di pensarci.

Quando ripresi il mio quadro, quella sera, non potevo concentrarmi. La linea mi sfuggiva dalle mani, e si trasformava in un sinuoso serpente malevolo. Il profilo netto del suo corpo si sfaldava contro la mia volontà in un incerto tremolare di contorni. Lavoravo furiosamente, ma più correggevo più le linee, sovrapposte, evocavano una malsana sensualità carnale.

Gettai i pennelli, sfinito, e sperai che la notte successiva ponesse fine a quell’incubo.

Invece la cosa si ripeté.

 

Non poteva accadere diversamente, dal momento ogni volta che la rivedevo, lei si ostinava a mangiare. Perversamente, la mia presenza sembrava ispirarle il desiderio di cibi grassi, unti e vischiosi, di cui immaginavo istantaneamente le disgustose reazioni chimiche, come un’infame aggressione alla bellezza che ancora vedevo. Per me era un tormento continuo. Ogni volta che un volgare pezzo di cibo profanava il varco delle sue labbra avrei voluto urlare.

Provai a parlarle, a metterla in guardia, a convincerla. Immagina fra qualche anno, le tue gambe perfette crivellate dalla cellulite, e i pannelli di grasso ricadenti come osceni festoni dai tuoi glutei ora così sodi. Immagina la tua schiena, che mostri così orgogliosa dal taglio del vestito, solcata da ondate di pelle flaccida, come le ali di uno sconcio demone! E il tuo bel collo sottile, soffocato dai serpenti di un doppio o triplo mento…

Mangiare non è che alimentare la morte. È nutrire la putrefazione, la decadenza, il verme.

Meglio resistere, e privare la tomba della sua preda. Rifiutarsi di mangiare!

Resistere, non cedere alle lusinghe della carne, e mantenersi sottili e puri come figure di un affresco.

Le dissi tutto questo, con veemenza: volevo custodire il modello di perfezione del suo corpo e salvare l’ispirazione dei miei dipinti.

Ma lei alzava le spalle, ridendo. Non sembrava preoccuparsi, mentre avvolgeva le labbra intorno alla pelle velenosa di un bignè, o leccava con grazia il cucchiaino stillante di orribili creme. Anzi, mi prendeva in giro, e in seguito mi accusò di essere paranoico. “Anoressico per interposta persona” furono le sue parole.

Pazza! Io volevo salvarla per sempre dal decadimento, e questa era la sua risposta?

Decisi di assecondarla. Dovevo cedere, non potevo rischiare di perderla.

Le offrii una torta Sacher, in segno di pace. Lei, prima sospettosa, sorrise, adocchiando la glassa lucente sotto la carta di pasticceria. Quando immerse il coltello, fu come se rompesse la fragile crosta del mio cuore. E quando si accasciò in terra, scossa dai crampi, dibattendosi fra gli spasmi, provai una fitta di rimorso: il suo viso era così scomposto! Ma alla fine un’espressione intensa si depose sui suoi lineamenti, affilati dalla sofferenza, un’ultima espressione di perfetta e spettrale bellezza. La osservai a lungo, mentre tremava sempre più dolcemente, per imprimermela indelebilmente nel cuore.

Per questo non mi pesa ora questa reclusione.

Mi dicono che potrei ricorrere in appello, che potrei fingere di non aver saputo dell’arsenico.

Figuriamoci. Ci ho messo ore a mescolarlo alla marmellata di albicocche.

È il ricordo di lei, immobile e bianca su quel freddo pavimento, che mi tiene compagnia e anima la mia cella solitaria.

Da tutte le pareti ora il suo viso mi guarda, il suo corpo etereo, sottile, tende agguati ai miei sensi.

Dipingo il suo profilo, ogni sua posizione, ogni sua linea perfetta.

La sua linea immortale.

 

 

 

 

ALTRE RICETTE DAL SESTO GIRONE

 

Jésus de Morteau al vino bianco

 

Ingredienti:

➢ Un Jésus

➢ Burro

➢ Vino bianco secco

➢ Timo

➢ Alloro

➢ Zuppa di pomodoro

➢ Prezzemolo

➢ Cipolla tritata

➢ Due teste d’aglio

➢ Patate

➢ Sale e pepe

 

Preparazione:

Sciogliere un’abbondante noce di burro in una padella.

Soffriggere il Jésus.

Versate del vino bianco secco nella padella, fino a coprire completamente il Jésus.

Aggiungere un ramo del timo, una foglia di alloro, una cucchiaiata di zuppa di pomodoro concentrato, prezzemolo, della cipolla tritata, due teste di aglio e piccole patate.

Aggiungere sale, pepe e portare ad ebollizione.

Coprire e lasciar cuocere per 35 minuti.

Ritirare il Jésus, tagliatelo a fette e disponetelo su un piatto con le patate intorno.

Rimuovere le erbe rimaste in padella.

Lasciare bollire il contenuto della padella per alcuni minuti a fuoco alto, dopo di che spargete il sugo sul Jésus e servire caldo.

Abbiate l’accortezza di accompagnare il tutto con lo stesso vino che è stato usato nel corso della preparazione.

 

 

Terrina di foix gras

 

Ingredienti:

➢ 800 g di fegato

➢ 2 cucchiai da minestra di sale grosso marino

➢ 1/2 bottiglia di Porto rosso

➢ 150 ml di Armagnac

➢ 2 cucchiai di caffè di gelatina in polvere per aspic

➢ pepe nero q.b.

➢ 1/2 cucchiaio di erbe secche miste: salvia, rosmarino,cumino e timo finissimamente tritate

➢ uva nera

 

Preparazione:

Togliete al fegato le sue pellicine, aprite i lobi e togliete delicatamente le vene e le membrane.

Deve risultare intero.

Deponetelo in un recipiente che lo contenga appena, cospargetelo col sale e lasciatelo in frigorifero per 24 ore.

Trascorso questo tempo risciacquatelo sotto l'acqua fredda in modo che vada via tutto il sale ed asciugatelo bene.

Rimettetelo di nuovo in una ciotola, conditelo col pepe appena macinato e le erbe aromatiche che farete penetrare dappertutto e bagnatelo con l'armagnac e 150 ml di Porto.

Deve rimanere in questo bagno, in frigorifero, per altre 48 ore.

Ora prendete una mussola, sciacquatela bene sotto l'acqua calda in modo che perda ogni traccia di detersivo, strizzatela bene, apritela e appoggiate al suo centro il fegato che avrete tolto, senza sgocciolarlo, dalla sua marinata.

Arrotolate con delicatezza, in modo da ottenere una specie di salame, senza schiacciare il fegato e chiudete le estremità con dello spago da cucina.

Adagiate il fegato in una terrina di vetro pyrex o di ceramica, non troppo grande in modo che il Porto lo ricopra tutto.

Sciogliete nel Porto i due cucchiaini di gelatina in polvere e poi versate il tutto sul fegato.

Fate riscaldare il forno a 150° per 15 minuti.

Infornate la terrina e quando il liquido comincia a fremere, fate cuocere per 10 minuti (6 minuti per 450 g di fegato pulito) senza mai farlo bollire.

Infatti il fegato se supera i 90° di cottura rischia di dissolversi in grasso liquido.

Sfornatelo subito e fatelo raffreddare per un momento, togliete poi con delicatezza la mussola e adagiate finalmente il fegato, che avrà preso un bel colore rosa chiaro, pressandolo nella terrina in cui lo servirete.

Ricopritelo con della carta oleata, metteteci sopra un piccolo peso e fatelo raffreddare completamente per circa 12 ore in frigorifero.

Lo stesso farete col liquido di cottura in modo da poterlo sgrassare bene.

Dopo 12 ore metterete la gelatina di Porto finemente tritata sul fegato d'oca e servite almeno 12 ore dopo decorando il piatto con chicchi di uva nera.

 

Consigli per la scelta del fegato:

Scegliete un prelato che sia già bello grasso, un vescovo od un cardinale andranno benissimo.

Se la scelta sarà stata fatta con accuratezza, il fegato sarà già bello gonfio e la carne sarà già stata arricchita dalla dieta seguita fino a quel momento dall’esemplare.

Si sconsiglia assolutamente di adoperare parti appartenenti ad esemplari che abbiano passato la propria vita in assistenza a malati, ad anziani od addirittura in missioni all’Estero; nonostante il fegato tenda infatti a gonfiarsi notevolmente in tali ambienti, le carni tendono ad essere un po’ troppo stoppacciose.

 

 

 

UN PIATTO FREDDO

 

Tutto era pronto come calcolato. La serata comprendeva un breve aperitivo in un locale qui vicino, una cena da me, il nostro solito incontro intimo e infine la sorpresa. La cena puntava sul mio piatto forte e un secondo leggero, come al solito. Avevo intenzione di cucinare io, lei in questo era un vero disastro e, nonostante vederla mentre si procurava lievi bruciature e graffi mi eccitasse molto, preferivo svolgere io tale mansione. Nella mia vita, ordine e pulizia avevano da tempo sotituito il caos. Piatti e bicchieri erano in tono con il resto della stanza, le luci erano soffuse e il profumo di essenze giungeva leggero dalla porta che dava alla sala. Iniziai a portare i piatti a tavola e a versare il vino, prima di sedermi. Lei camminava con le gambe un po’ rigide ma, povera, non era facile mantenere l’equilibrio con le scarpe che le avevo regalato, troppo alte per lei. La musica lounge era appena percettibile e stimolava dolcemente il mio udito, al contrario dello stridio delle sue posate sul mio piatto. Quel suono mi fece perdere la concentrazione e feci cadere un po’ di pasta, che finì sui miei pantaloni, macchiandoli di panna. Dovevo restare concentrato e calmo. Mi accorsi che i miei pensieri correvano già al momento della sorpresa e stavo quasi ridendo tra me e me. “Cosa c’è di così divertente?” mi chiese. “Nulla, lo sai come sono fatto. Rido spesso per niente”. Falso, cambiai subito discorso prima che potesse ribattere. Notai solo ora che aveva indossato il collare. Il gancio però era spostato nella parte posteriore del collo. Avevo usato il guinzaglio solo una volta per andare dalla sala alla camera. Purtroppo il tragitto era troppo breve per essere divertente e portarla fuori non era il caso, i vicini non riescono mai a farsi gli affari propri. Sai la cosa curiosa? All’inizio non eravamo così, eravamo una coppia come tante, “normale” diresti tu. In principio mi preoccupai nel provare piacere con queste “perversioni”, come le chiamano gli altri, ma se ci penso adesso non lo trovo così strano. Non ricordo quando le cose cambiarono ma ricordo il perché, lo ricordo benissimo. In principio lei accettò certi giochetti per farsi perdonare quello che mi aveva fatto. Non so se credesse veramente che ciò mi sarebbe bastato, sta di fatto che ci prendemmo gusto e continuammo a farlo, spingendoci sempre oltre, alla ricerca di nuove emozioni. Lei però non perse il vizio e dopo un certo periodo ci ricascò. Io la scoprii subito, non sono mica stupido! Però, questa volta, non dissi nulla e meditai come vendicarmi... definitivamente. Se devo essere sincero, persi molto tempo nel decidere quale punizione infliggerle. In un primo momento decisi di lasciarla ma dov’era il diventrimento in questo? Troppo banale e scontato. Umiliarla in pubblico non era da me, sono una persona troppo riservata e tranquilla per trovare il coraggio di fare una cosa simile. Insomma, la punizione si fece strada nella mia mente con calma, mentre lei continuava con il suo vizio e io facevo finta di nulla. Ma torniamo a noi e alla cenetta a due. Seduti sul divano, la guardavo camminare per la stanza e i miei occhi scendevano lungo la sua schiena, individuando i segni del nostro ultimo incontro amoroso. Facemmo quattro chiacchere su argomenti banali. Prima di dirigerci nell’altra stanza le offrii un buon liquore. Il mio era buono, il suo aveva un sapore un po’ più forte, pungente. Per fortuna non si accorse del piccolo calmante che avevo sciolto nel suo bicchiere. Era leggero, non era mia intenzione farle perdere tutto il divertimento ma non doveva agitarsi troppo nell’oretta successiva. Camminò senza problemi fino alla camera e si sdraiò pesantemente. L’effetto fu quasi immediato, più di quanto credessi. Ridacchiando e giocherellando con lei, le tolsi i vestiti ed estrassi le cinghie per legarlla agli angoli del letto. Non le usavamo da molto ma le avevo precedentemente controllate per verificarne la tenuta. Strinsi più del solito e se ne accorse ma gemette solo un po’, senza fare domande. Le misi poi qualcosa che le impedisse di urlare e fu a quel punto che iniziò a capire che qualcosa non andava. La musica, da dolce e bassa, divenne più veloce, cruenta e forte. Io mi alzai, la guardai mentre si agitava e mi chiedeva con gli occhi cosa avessi in mente. La fissai a lungo senza dire nulla, mentre l’eccitazione del momento aumentava. Mi mossi poi verso l’armadio e indossai il camice per proteggere i miei vestiti, aprii la cabina e ne estrassi una motosega elettrica di modeste dimensioni ma sufficiente a svolgere il suo lavoro. Lei iniziò a urlare e dimenarsi. Le cinghie ressero e il bavaglio fece il suo dovere. Quanti pezzi me ne servivano? Sei, uno per ognuno degli altri. Anzi, meglio farne sette, la testa l’avrei conservata io in ricordo. “Sopresa, tesoro, e buon compleanno” Così dicendo, iniziai il lavoro.

 

CUCINARE E SEDURRE

 

Come ogni ottobre arriva a casa il catalogo dei corsi del Comune di B. A. Vediamo... Tutta roba da donne: Arredamento... Angolo di poesia... Batik... Bonsai... Computer... Composizione di fiori secchi in lingua francese... Ma ci sarà qualcuno che li frequenta? Cucina... Sottolineato in rosso! Ah, si che la Marta vuole iscriversi. Meno male! Niente più intrugli orrendi. Certo che una che riesce a far impazzire il Ciobar...

Il corso è tenuto da una certa Paola... Sarà la solita signora grassa che fa torte di mele... Vediamo un po'... Tot ore... Lunedì e venerdì... Cucina rapida, facile, trucchi per riuscire... Cos'è, una maga? Un'arma per conquistare l'uomo che vi piace... Però!

Portare spatole, ciotola, sbattitore... Cordino in seta?

Sono rimasto interdetto finché non mi sono caduti gli occhi sul sottotitolo, piccolo: "Prendeteli per la gola...".

 

 

LA COLAZIONE DI TIFFANY

 

Com’era stanca la Povera Tiffany,

dalle prime luci dell’alba era intenta a spignattare…con vigore ,passione,dedizione,quasi una lucida follia .

 

Quanto le faceva male…questa volta le aveva fatto più male dell’ultima ma...in fondo sorrideva sapendo che quel pensiero era sempre il primo ad affiorare nella sua mente subito dopo e..sarebbe stato uguale la prossima volta…ma ne valeva di certo la pena.

 

Povera Tiffany quanto sudava tra le pentole quella mattina,le girava anche la testa ma forse era solo un po’ di febbre(quella stessa che le faceva brillare i dolci occhi chiari) o forse….quanto sangue aveva perso quella notte la Tenera Tiffany…..ma ora era finita,non c’era più nulla di cui preoccuparsi se non l’agoniata colazione.

 

Quanto soffriva la Dolce Tiffany..le facevano male le gambe,i fianchi,il basso ventre la pancia…diamine le dolevano financo le spalle…aveva pianto e gridato talmente tanto da non avere più un filo di voce….povera cara ma…era finita ..ora solo il fragrante sapore dei suoi manicaretti le riempiva la mente ed il cuore..troppo aveva atteso e patito…

 

Piccola Dolce Tiffany..già così grande ,con i capelli biondo platino scomposti dalla sofferenza della notte appiccicati a ciocche sul volto pallido e sudato eppure quasi infantile nel suo sguardo tenero impaziente ad aspettare il trillo del forno….ma non devi avere fretta Scricciolo!

 

DRIIINN….PRONTO!... non facciamo suonare neppure il campanello eh ?ma sì..in fondo te lo sei meritata.

 

Come era premurosa ed efficiente la Cara Tiffany,nonostante il seno gonfio che la intralciava,i dolori e la stanchezza aveva preparato la tavola delle grandi occasioni:tovaglia e tovagliolo di lino,servizio bello di porcellana,bicchiere di cristallo e non si era fatta mancare neppure la candela ma bisognava festeggiare..non capita tutti i giorni.

 

Finalmente!-Pensò tra se addentando un succulento taglio preso dalla coscia grondante grasso sulla croccante pelle appena dorata….Mmmmmmh!….delizioso…Forse sarà anche il fatto che il mio arrosto al latte viene cotto nel latte materno a far sì che questo abbia un aroma unico e speciale ma…mi sorprendo sempre ogni volta nello scoprire quanto i miei figli siano così tanto, tanto, tanto, buoni….

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