racconticattivi

 

Racconti fuori concorso 2004

Page history last edited by dancerswords 3 yrs ago

SEZIONE II

 

 

 

 

 

RACCONTI FUORI CONCORSO

 

 

 

In questa sezione sono raccolti racconti che hanno contravvenuto a una o piu’ regole del concorso.

 

 

 

Nessuno di questi racconti era in gara per il premio o per le menzioni speciali.

 

 

 

 

 

L'ANGURIA

 

E camminando andando

in certo sol d'agosto

d'un canto tosto preso,

mi si confuse il senso.

 

In fetta d'anguria, mie labbra d'estate,

male addentate, di bava baciate

da fauci barbone,

nel parco, in panchina

là vidi la laida stracciona che

sporca, olezzante, di sugo colante,

luna rossa d'anguria sugava per bene

 

La lorda signora, sbranando e godendo,

male in arnese per dentatura,

suggeva quel fresco da sotto l'arsura,

rumor gorgogliando e saliva facendo,

 

Restava, impudica, l'ùrbana diva,

lesa e svaccata, in corpetto stracciato,

mutanda levata.

 

M'accosto, tentenno, mi faccio vicino

gentile, cortese e d'estate ubriaco

Le dico:" Signora! La prego, un po' di decenza!

un po' di contegno, un po' di eleganza!

Signora! La prego! Ma guardi che sbraco!

Ci sono i bambini, ci sono le mamme,

la prego, davvero,

chiuda almeno le gambe!"

 

"Signore − mi dice −

di me stessa ho ritegno,

di gambe e vergogna pagherò pegno,

che in Chiesa san già: son attrice

di strada e non tengo in impegno

a mancar di rispetto, a traviare i bambini,

ma a mangiare la mia anguria, non i moscerini!"

 

ARRIVANO!

 

“Arrivano! Arrivano!”

Lornan lasciò cadere a terra il martello e corse sulla porta. Nonostante la calura estiva, il villaggio era in fermento: tutti correvano di qua e di là. Alzò lo sguardo verso la Torre e vide il fuoco ardere sulla terrazza. Era il segno: i predoni stavano per attaccare il villaggio, le loro lunghe navi dalle vele quadrate erano ormai in vista. Maledetta estate, che sciogli chissà quali ghiacci lontani e consenti a quei barbari di arrivare fin quaggiù... Corse in casa. “Arrivano”, gridò. La moglie e i due figlioletti stavano già scendendo le scale di corsa. “Andate avanti, io vi raggiungo.” Tornò sulla porta. Stavano tutti correndo su per il pendio, verso la Torre. Aralan, Bilna dai rossi capelli, Ullemon, Gargaf, Efelis con la bambina in braccio... Anche quel borioso di Sgron, quel pallone gonfiato, quel caprone:anche lui era lassù che arrancava col fiato mozzo, stroncato dall’afa. Prima o poi doveva succedere anche al nostro villaggio, pensò Lornan. Era solo questione di tempo. E infatti, ecco che arrivano. Rientrò in casa, mentre i suoi uscivano gridando. Prese la spada, pur sapendo che non si sarebbe combattuto: i predoni avrebbero afferrato ogni bene e ogni animale che potessero caricare sulle navi e avrebbero distrutto tutto il resto, ma poi si sarebbero ritirati soddisfatti. Se il bottino gli fosse bastato, non avrebbero perso tempo e vite per attaccare la Torre. Lornan prese anche il sacchetto delle monete e se lo legò alla cintura. Chiuse a chiave la casa, pur sapendo che non sarebbe servito a nulla, e si incamminò verso la Torre. Era l’ultimo. Gli altri erano già quasi tutti dentro. Si voltò e vide del denso fumo nero: veniva dalla spiaggia. Probabilmente stavano incendiando i battelli da pesca. Poi sarebbero passati agli edifici.

Si fermò un istante. All’improvviso si voltò e tornò frettolosamente sui suoi passi. Giunto a casa aprì rapidamente la porta, prese una torcia e l’accese al fuoco della fucina. Quindi uscì di corsa, senza più nemmeno riprendere la chiave dalla serratura. I predoni non si erano ancora sparpagliati nei vicoli, ma li si sentiva gridare giù alla spiaggia. Lornan si diresse verso la casa di Sgron. La porta era chiusa: la sfondò a calci. Brandendo la fiaccola diede fuoco alle tende. Poi passò sul retro e gettò la torcia nel fienile. Non vorrei che i predoni si dimenticassero proprio di quel maiale di Sgron, pensò. Quindi uscì dal villaggio e prese a salire la china con agili balzi, verso lo scuro portone della Torre. Canticchiava una vecchia ballata.

 

ASSOLUZIONE

 

“Padre, perdonami perché ho peccato...”

 

Il tono dell’uomo è sommesso, ogni singola parola reca il peso di un retaggio di falsità e menzogna.

Nel confessionale il penitente è avvolto dalla grigia penombra che odora di polvere e incenso.

Per un breve, doloroso istante, l’uomo avverte un sussulto, un brivido inquieto corre come un ragno gelido lungo la sua schiena di peccatore; la luce che filtra oltre la grata disegna sulla sua pelle di luna un geometrico intreccio di fili di seta nera, attraverso il cupo color rubino che solca le giovani mani delicate.

 

“Le mie mani sono sporche di sangue, padre… Ho ucciso un uomo oggi. L’ho atteso rincasare e l’ho pugnalato al cuore con un paletto di frassino, fino a quando cuore e frassino non sono divenuti una cosa sola, come due giovani amanti stretti nel loro ultimo abbraccio…”

 

Padre Stone respira piano nella raggelante ambiguità sacrale.

Lascia che l’aria si condensi per poter osservare il suo respiro e rendersi conto di essere ancora vivo.

Non ha paura.

Prega per avere paura ma Dio non lo ascolta e Padre Stone parla lentamente con la sua strana voce, troppo giovanile per un uomo della sua età.

 

“Perché lo hai ucciso, figliolo? Ti aveva fatto forse un torto?”

“E’... Era... l’uomo che mi ha reso ciò che sono...”

“Capisco... Io ti assolvo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.”

“Ma... Padre... I-io... e la penitenza?”

“Stringi i denti, figliolo: sta arrivando...”

 

Padre Stone preme il grilletto e socchiude gli occhi quando la grata viene squassata dai proiettili della calibro .45, disintegrandosi in piccoli frammenti, sottili schegge di legno che scalfiscono il suo viso e la massa di cranio, cervella e cuoio capelluto che una volta era il volto del peccatore. Senza una ragione particolare, padre Stone pensa ad uno specchio infranto, i cui frammenti gli rimandano l’immagine distorta di un segmento di realtà che egli non riesce a riconoscere attraverso il rumore delle piccole esplosioni e della loro eco sinistra, che quasi copre il suono della carne che si squarcia.

Stone esce dal confessionale e volge lo sguardo lucidamente folle al crocifisso.

Gesù Cristo gli sorride e gli parla come ad un Don Camillo anni novanta.

 

I passi del sacerdote sono lenti e misurati, i passi di un uomo senza fretta, consapevole del suo destino... Non prova nulla quando il suo paletto penetra nel cuore del peccatore una, due, dieci volte, ad ogni colpo più in profondità, fino a fare capolino dalla schiena...

 

“L’ultimo abbraccio di due giovani amanti: c’è una sorta di decadente senso poetico in tutto ciò...”

 

Prima di uscire dalla sagrestia, padre Stone pensa di asciugarsi il sangue dal viso, ma poi rammenta che la sua rumorosa sega a motore ha il brutto vizio di spargere quel prezioso liquido ovunque, imbrattandogli il colletto candido e gli abiti con piccoli brandelli di carne soffice e schegge di tessuto osseo...

 

“Sono gli inconvenienti del tagliare la testa ad un vampiro” pensa padre Stone ad alta voce, prima di concedersi un sorriso.

 

BRASILE

 

"....e ci ha insegnato una cosa; ci ha insegnato che ogni vita va presa a modo, e questo modo è quello giusto, è il modo degli esseri umani".

 

Bahia, terra nera.

La rabbia e l'odio.

Il contrasto fra il denaro e la vita vera.

 

Ho vissuto a Bahia per un po’. Nel mio cuore c'è lei. Il luogo paradossale dove i contrasti sono il pane quotidiano, perché nient'altro che quello può mangiare un nero a Bahia. Chi è fortunato lavora per 50 euro al mese e ha tre figli a carico.

Non c'è spazio per il cinismo e l'autocommiserazione nella Bahia dei neri. Quello lasciamolo a noi occidentali benestanti!

 

Se non credi sei morto. Se non speri sei morto.

E se lo fai forse sei morto lo stesso.

Ma la speranza prima di tutto!

 

Gli atabaques e i ritmi del candomble, matrone Bahiane e Mae de Santos che invocano Oxalla, Oxossi, Yemanja, Ogum e tutti gli altri Orixas perché sono la loro speranza.

Divinità snaturate perché per poterle adorare c'è stato il sincretismo ed ogni dio è un santo cristiano.

 

Bahia madre terra della capoeira.

Lì ha una senso al di fuori dello sport. E' una missione. E' un rito. E' una via d'uscita.

La Bahia brilluccicante per il carnevale, la Bahia colorita delle pareti che si affacciano sul pelourinho... la dove gli schiavi venivano frustati in pubblico. La bahia che era ed è tutt'ora razzista.

E non crediamoci di essere da meno qua a Roma.

Ho amiche nere che faticano a trovare lavoro e quando lo trovano...beh, lo sapete, no?

Bahia de todos os Santos. Bahia della musica e della danza, lì le cose hanno una

dimensione. Nel mondo falsato in cui viviamo noi, poche cose hanno la dimensione che dovrebbero.

Le scelte di un bambino di 5 anni, decideranno se domani sarà vivo.

 

La bahia delle bande e quella del mercato modello "Eu quando chego no Mercado modelo, modelo , perto do amanhecer!".

La Bahia in cui le cose hanno una dimensione esagerata. In cui la banda più grossa è la banda del padre padrone bianco; la polizia!

La Bahia più grande fallimento di quel modello occidentale di capitalismo in cui si gongola l'america. Ho visto volti che non scorderò mai la’ dove le speranze si infrangono sulla realtà e continuano ad esistere lo stesso!

 

Ho visto una Bahia nuda e cruda…..forse molti direbbero cattiva.

 

Io l’ho vissuta e l’amo ancora con tutta la sua naturalezza.

 

IL CARNIVORO

 

Lucida pelle e lunga,

sopra muscolo e canotta,

io l’osso morderei

della scapola intrigante!

Il nervo affusolato

ch’io vorrei,

e i tuoi tendini affilati,

sotto pelle ben filati...

Quasi bagnate carni di conigli

al supermarket.

Se sapessi solo scorrere veloce

le tue vertebre…

verbene secolari.

E perdermi dell’iride nei mari…

Per portarti «crani e stinchi» tra le mani

dei miei giorni salutari...

e delle dita tue far scempio

affondandomele in cuore!

 

DIRECTOR’S CUT

 

“Non puoi sconfiggermi ,sciocco!”

“Forse no, ma non mi piegherò mai ai tuoi loschi progetti!”

“E allora, giovane insolente, tu morrai!”

Dal soffitto si stacca una lastra di pietra tipo “majong per titani”, diretta proprio nel punto dove si trova l’intrepido eroe! Innumerevoli tonnellate di basalto assassino in caduta libera, ma con un’audace e spericolata scivolata in avanti, l’eroe si sottrae alle grinfie della morte!

“Mi sono addestrato per anni, sono finiti i giorni del tuo malvagio dominio!” dice , estraendo dalla fondina la pistola “ non un altro passo!”

Dalla nube di roccia polverizzata una voce sprezzante, altera:

“Non ho bisogno di muovermi per questo!” RATTATTTATTATATA!!!

Gocce di grigia morte si avventano, sfrecciando nell’angusto passaggio. Un concerto per timpani impazziti si scatena quando il piombo e il basalto si incontrano, il fato si improvvisa compositore, unendo sibili e percussioni selvagge in un cacofonico crescendo….! Poi l’acuto della soprano:

“Johnny!”

“Matilda! Matildaaaaa!” come se i decibel potessero riportare calore nel corpo ormai freddo, l’urlo sale fino ad un parossistico rombo “MATILDAAAAAA!!!!”

Con la polvere raccolta in grumi attorno agli occhi pieni di lacrime, Johnny sfreccia nel corridoio, la pistola stretta in pugno. “SE MIOOOOO!”

Tre Colpi e tre lampi di luce si diffondono nell’aria piena di polvere, poi il silenzio.

 

“Come..? Come hai fatto?”

“Se continui a parlare sarà ancora più doloroso, puoi ripetere la domanda?”

“aaaargh…maledetto, crudele e spietato, non doveva finire così, come è potuto succedere?”

“vedi Johnny, questa è la versione integrale, non editata, il director’s cut, i buoni non vincono mai…”

 

dissolvenza

 

IL FANTASMA

 

La donna seduta davanti a me era alta e bella, con profondi occhi d’ambra cerchiati di scuro. Mi raddrizzai e assunsi un’aria professionale, mentre lei si accendeva una sigaretta. “Sono Clara Tremayne, mister Hund, e posseggo una casa infestata. Almeno, lo spero…” La storia venne fuori in pochi minuti, con il suo tono di voce basso e dolce. La signora era vedova, ereditava una casa in un quartiere periferico e malandato, vicino al nuovo impianto di smaltimento dei rifiuti. Negli ultimi mesi il valore degli immobili nella zona era sceso di venti volte, e continuava a precipitare.

“Ma se potessi provare che la casa è stregata,” disse con un lampo dei suoi occhi luminosi “Potrei venderla per un prezzo molto alto.” Parlò di una certa fondazione D’Aille, che avrebbe pagato alte cifre per un’autentica casa infestata.

Prima di rendermene conto, accettai l’incarico di controllare e certificare la presenza di fantasmi.

“Ma sia chiaro, Mrs. Tremayne: mi accerterò che gli spettri ci siano davvero. Non firmerò nessun certificato falso.” Lei fece un dolcissimo sorriso “ Non ce ne sarà bisogno.” Tenevo molto alla mia professionalità di indagatore dell’occulto, per cui rimasi vagamente offeso dall’aria condiscendente con cui accolse le mie parole. Avrei dovuto capire tutto in quel momento.

 

La casa si chiamava Carpax Alley, e si trovava in fondo a una vecchia strada con lo stesso nome. Nelle crepe dell’asfalto crescevano ortiche e cardi scheletrici; il terreno intorno era incolto e brullo, grigiastro alla luce torva di novembre. Mentre mi avvicinavo, il cielo si incupiva sempre di più. L’ edificio si stagliava come una sgraziata scatola sullo sfondo dei campi, con i muri colore del cartone bagnato, e le tegole tutte smosse che davano al tetto l’aspetto di un istrice arrabbiato.

Presi dalla giacca un mazzo di chiavi arrugginite, ma il cancelletto incassato fra due pilastri di mattoni era avviluppato da un grosso rampicante nero, impenetrabile come filo spinato. Per fortuna il muro di cinta era crollato in vari punti, e mi fu facile scavalcare. Tre gradini coperti di coppi rotti portavano all’ingresso: la mia chiave girò con fatica, e la porta si aprì con un gemito, rivelando un interno non meno squallido della facciata.

Mi addentrai nei corridoi polverosi e nelle stanze devastate dal tempo. Osservai tende a brandelli, pavimenti corrugati dall’umidità, poltrone da cui pendevano disfatte interiora di lana; scardinai una porta mimetizzata nella tappezzeria, che si rivelò un armadio a muro pieno di vecchie bottiglie. Al primo piano sorpresi una sagoma nera in movimento: mi voltai di scatto mentre il cuore mi sobbalzava- ma era solo il mio riflesso in un enorme specchio ossidato. Non trovai altre sorprese in tutta la casa, e non sentii nessuna presenza oltre quella dei ratti che correvano spaventati nei muri.

Fu solo scendendo in cantina che notai qualcosa di strano. A cominciare dal grande pentacolo che campeggiava sul pavimento di pietra grezza, contornato da simboli arcani.

Sapevo cos’era: i satanisti credevano che potesse trattenere i demoni, o intrappolare le anime dei morti. Era stato tracciato con sangue recente. Inquietante, pensai, ma tutt’altro che soprannaturale, viste le impronte di scarpe col tacco nella polvere. Mi guardai intorno: un’ombra si mosse leggermente su una parete.

“Non so che gioco state giocando, Mrs. Tremayne” dissi avanzando verso di lei “Ma per quanto mi riguarda è finito. A Carpax Alley non c’è proprio nessun fantasma.” Lei scosse garbatamente la testa: “Vi sbagliate, mister Hund. Direi che non c’è ancora nessun fantasma.” Sorrise guardando la posizione dei miei piedi, proprio in mezzo al pentacolo, ed estrasse la mano dalla borsa. Poi qualcosa scoppiò con una vampa ed esplose nella mia testa: caddi, e non sentii più nulla.

 

Mrs. Tremayne riuscì a vendere la sua dimora alla Fondazione D’Aille per mezzo milione di sterline, e credo che ora viva a Capri. La Fondazione pagò fino all’ultimo penny senza nemmeno contrattare: non si era mai registrata, a detta degli esperti, una presenza spettrale così vivida e interessante in tutto il Regno Unito. Ancora oggi lo spirito prigioniero a Carpax Alley suscita interesse in tutti gli occultisti del mondo: con il suo completo nero, lo sguardo triste, che sembra trapassarvi l’anima, e il foro di proiettile, orribilmente sanguinante, proprio in mezzo alla fronte.

IL RITUALE

 

La luna piena bagnava la valle di una luce dolce e chiara. Le foglie degli ulivi riposavano immobili, e persino l’acqua del fiume scorreva senza rumore. Una quiete sognante posava sul mondo, ben presto – sogghignò il negromante – destinata e infrangersi nella tragedia.

E non una tragedia qualsiasi! Si preparava un sanguinoso rituale che avrebbe cambiato il mondo.

I segni erano chiari, le profezie e gli antichi libri non mentivano. Lui li aveva interpretati e aveva compiuto orribili riti per assicurarsi l’appoggio delle forze soprannaturali: ora le energie che aveva risvegliato erano all’opera tutto intorno a lui, in attesa di esplodere.

Il grido lontano della guardia annunciò l’ora prima. Tutti dormivano, e solo la sua vittima – forse inquieta per un presentimento –vegliava ignara.

Presto avrebbe dato inizio al sacrificio. La storia stava per cambiare. Nessun imperatore avrebbe potuto fare altrettanto, nessun esercito, nessun cataclisma.

Si concesse un sorriso. Una forza mistica in grado di governare il mondo. Con il potere di spalancare le porte dell’aldilà, comandare le anime, cancellare il passato e scrivere il futuro.

E lui, supremo sacerdote, onnipotente, sarebbe stato immortale. Aveva scoperto il modo di reincarnarsi in eterno, e avrebbe regnato, attraverso i suoi successori, fino alla fine dei secoli.

Controllò che la spada fosse nel fodero. Il lacero vestito la copriva alla perfezione.

Tutto era stato preparato insieme a pochi adepti fidati. Erano anni che tesseva la sua oscura trama, nascosto sotto le umili spoglie di uno zotico mendicante… fino ad ora. Si voltò di scatto.

Con un rumore di arbusti schiantati, un drappello di uomini era comparso nel giardino, gettando ombre lunari sul terreno arido. Lui indicò la sagoma bianca che vegliava in preghiera sul fondo, fra gli alberi, e i passi pesanti dei sandali si mossero in cadenza. Li seguì, imponendosi la calma, ma con il cuore che batteva furioso, un tamburo rituale in un sotterraneo. Tutto incominciava.

La vittima, come previsto, non oppose resistenza. Ma mentre si avvicinava, il negromante vide che uno dei soldati, un veterano, abbassava la spada e scuoteva la testa. – No, stiamo sbagliando. Quest’uomo è un santo. Io l’ho ascoltato parlare, non possiamo…- rapido come un serpente, gli fu addosso con la daga sguainata. Un lampo d’acciaio passò sul viso dell’uomo, che si accasciò urlando. Teneva una mano sul lato della testa da cui filtravano fiotti di sangue. Lui gli diede un calcio e pulì la spada sulla tunica lacera. L’orecchio dell’uomo, staccato di netto, giaceva ai suoi piedi nella polvere come un pallido fungo. - Hai ascoltato troppo, idiota. – girò lo sguardo sui volti tesi degli altri – Non sono ammessi ripensamenti. – indicò il suo uomo – Fate quello per cui vi ho pagato! – In silenzio, sottomessi, i soldati si avviarono, sospingendo via la figura bianca. Il negromante cercò con lo sguardo i suoi assistenti: erano entrambi in attesa sotto un olivo, nascosti nell’ombra. Ma mentre i soldati passavano loro davanti, uno – il più giovane e sentimentale– si slanciò verso il drappello, si gettò ai piedi del prigioniero e poi, piangendo, lo baciò implorando perdono. I soldati lo spintonarono via. Il negromante scosse la testa: che patetico sciocco! Non aveva lo stomaco per far parte del piano: doveva farlo impiccare come lezione per gli altri.

Ma prima, c’erano molte cose che doveva fare. Si voltò, e seguito dal suo secondo assistente scomparve nelle ombre.

Tre giorni dopo, il sole brillava sfolgorante sulla città e sulle colline circostanti. Il negromante, in prima fila fra la folla, seguiva l’esecuzione col fiato sospeso. Perché il rituale funzionasse, lui non poteva macchiarsi le mani di sangue. Ma proprio come previsto il governatore aveva condannato il prigioniero a morte, e il piano stava per giungere al culmine. Ora poteva permettersi di stare a guardare.

Mentre la vittima moriva, un fortissimo tuono squarciò l’aria, e il negromante sorrise al cielo che diventava rapidamente scuro, come se un velo coprisse il sole. Il sacrificio era compiuto. Cominciava una nuova era, veniva il suo regno.

 

LA PRIMA VOLTA

 

Sono molto emozionata, ma mi hanno detto che è normale. Dopotutto ho solo quattordici anni.

In realtà ho paura.

Ho paura della cosa in sé, e ho paura di sbagliare, di essere troppo goffa, troppo rigida.

E lui? Come sarà? Cosa farà?

Quello che mi hanno detto per prepararmi non mi aiuta di certo. Ognuno dei miei familiari mi ha sussurrato consigli diversi.

Ma l’idea principale è che una debba sapere il meno possibile.

Certo, qualcosa so. In teoria. La pratica che ho fatto – sono giovane ma non ho perso tempo – mi ha lasciato più dubbi che altro. E comunque, non sono mai andata fino in fondo!

Poi ti verrà naturale, mi ha detto la mia zia preferita. Ma anche lei, quando ho chiesto dettagli, ha stretto le labbra e ha fatto un sorriso vago: “per ognuno è diverso”.

È vero che tutti siamo portati con naturalezza a farlo, come ci insegnano i figli di Adamo…

Ma questo non mi impedisce di essere terrorizzata.

Vorrei scappare, andare lontano e non sentirmi obbligata… la cosa peggiore è proprio questa, il fatto di sentirsi costretta.

Ma la mia famiglia mi ha allevata e cresciuta si può dire in attesa di questo momento.

È una famiglia molto importante, molto influente e molto attaccata alle tradizioni, e io non posso certo deludere tutti. Sarebbe orribile, e poi dove andrei, cosa farei?

Potrei entrare in convento e farmi suora.

Quella sarebbe una scusa valida: “mi dispiace, non posso, è vietato dal regolamento”.

C’è da pensarci.

Ma so bene che ormai è già troppo tardi. Farò il mio dovere, non deluderò nessuno. Mi hanno educata – o plagiata? – molto bene.

Solo spero che domani notte non arrivi mai.

So che ci sarà del sangue. So che sarà doloroso. So che probabilmente nonostante tutto quello che mi hanno detto mi metterò a urlare. Sarebbe imbarazzante. No, non posso permettermi di farlo.

Per la mia famiglia questo sarebbe anche peggio di un vile rifiuto dell’ultima ora.

Ve lo immaginate? Io che fuggo urlando, e tutti i vicini che mi inseguono, svegliati in piena notte.

Poi dovrei suicidarmi.

L’uomo lo ha scelto mia madre. Non ci parliamo molto, io e lei. Mi ha detto solo come si chiama.

Credo che la sua famiglia sia altrettanto importante e antica della mia. L’ho intravisto, una volta.

È grasso. Il che se vogliamo non mi dispiace. Mi dà sicurezza.

Ma ho sempre sperato che la prima volta sarebbe sarebbe stato un tizio qualsiasi, incontrato in un bar… sapete, quelle cose da film. Non mi sono nemmeno azzardata a dirlo.

So che i miei faranno di tutto per rendermi le cose facili. Tutti i preparativi eccetera. Ma alla fine sarò io, sola, con lui.

È la faccenda della penetrazione che mi preoccupa. Sapete, l’idea di affondare qualcosa nella carne… è insieme affascinante e disgustosa. E il sangue, anche il sangue mi preoccupa. E il contatto. L’idea di respirare l’odore di quello sconosciuto.

Però è così che si fa.

Non si diventa grandi senza questa esperienza, giusto? È il rito di passaggio.

Domani l’altro mattina sarò un’adulta.

Avrò ucciso un uomo.

Non con un’arma da tiro, come sanno fare tutti. Con un coltello, andandogli vicino, rischiando la mia vita. Affondando la lama e sentendo scorrere il sangue, per dimostrare la mia freddezza e il mio coraggio. È il modo peggiore di ammazzare qualcuno, ma tutti i miei parenti hanno superato la prova quando è stato il momento. È per questo che tutti ci temono. È la nostra tradizione.

Ucciderò un uomo scelto accuratamente fra i nostri nemici da eliminare.

Sarò un membro della Famiglia a tutti gli effetti.

 

LUCIDI

 

• Lucido

Al corso della 626 l’Infermiere Professionale che deve insegnarci come si spostano i malati da un letto alla barella ci mostra un lucido. Nel lucido i rettangoli sono i letti e le barelle, gli operatori, due per ogni malato, sono rappresentati da cerchi. Nel lucido formato A4 ci sono tre esempi, in totale mezza dozzina di rettangoli di due diverse dimensioni e altrettanti cerchi. Poi, in basso, c’è un cerchio isolato. Sono in una delle ultime file. Non riesco ad evitare di alzarmi <>. L’Infermiere Professionale mi guarda. Non ha capito. <> <> Il Trattamento Sanitario Obbligatorio di rende necessario. Continuano le spiegazioni, dopo l’IP parla una biologa che ci spiega come si possono prendere delle malattie. I lucidi si susseguono.

• Pausa caffè

Esco fuori dalla sede del corso ma l’IP mi ha preceduto. Sta chiacchierando con un mio collega, l’unico altro uomo che frequenta il corso. Entrambi fumano. Mentre mi accendo una sigaretta anch’io, li interrompo, in maniera decisamente banale, sorrido con aria complice e rivolgendomi all’IP faccio:

<> Lui abbozza una mezza risata, ma interviene il mio collega: <> Lo guardo attonito per tre secondi, poi mi volto, congratulandomi con me stesso per la quantità di autocontrollo che dimostro a non picchiarlo.

• Altro lucido

In questo gli operatori si vedono per intero, non sono più cerchi. Sono immagini prese da un libro, fotocopiate sul lucido. Probabilmente nell’ originale erano colorati di rosa, ma qui il colore è scomparso, sostituito da strane macchie grigie che sembrano quelle di un leopardo. Evidentemente sono malati. Ma se loro sono malati quello lì, sul letto, che non fa un cazzo, deve essere sano. Licenziatelo.

• Diapositiva

Nella prima diapositiva si vede un infermiera. Ha tutte le cose che non vanno. Le scarpe sono di tela intrecciata, covo di batteri; il camice a maniche corte è macchiato, per qualche schizzo di sangue. Porta qualche monile, senza esagerare, ma più che sufficienti per trasportare microrganismi, gocce d’acqua infetta o per ferire un paziente. Due anelli, un sottile braccialetto d’oro bianco e dei cerchietti leggeri al lobo delle orecchie: una parure niente male. Non porta occhiali, che la proteggerebbero da spruzzi di materiale ematico od altri liquidi pericolosi.

Una ciocca di capelli corvini le esce dalla cuffiette di cotone bianco.

Ha un aria sbarazzina, decisamente sexi.

L’Infermiere Professionale mette il lucido con un ghigno di biasimo, io, sono già innamorato.

 

 

PRIMAVERA

 

Potrei raccontarvi, se ancora esisteste, che il buio venne a reclamarmi la notte di Ognissanti, a cavallo di un manico di scopa, nella tetra cittadina dei miei avi, pregna dell’aroma dell’autunno e solcata dalla mesta ombra di uno stuolo di streghe, il sacro athame tra le mani dalle dita adunche e affamate.

Potrei narrarvi di come la luce abbandonò l’epoca dorata della mia giovinezza, tra le brume incantate del solstizio d’inverno, e di come il sole pianse sangue e si spense, fuggendo dal cielo nero come un bimbo impaurito di fronte ad uno spettro del passato.

Potrei convincervi che fu durante la Candelora che giunsi arrancando alla meta, gli abiti laceri come un’anima contesa dagli incubi.

Ma le date si confondono, nella mia mente stanca e vecchia, rincorrendosi come serpenti guizzanti in un pozzo oleoso di depravata putrefazione e non conservo più memoria della configurazione assunta dalle stelle durante il crepuscolo del mondo. Troppo a lungo la mia curiosità felina mi ha spinto ad indugiare lungo i tortuosi sentieri del sapere occulto, arrancando alla ricerca della conoscenza proibita che riuscii infine a raggiungere, con fatica e dedizione, trascinando il mio corpo, allora giovane e vigoroso, attraverso remote città sopite, nel cuore di giungle incantate e fiabeschi reami sognati nella livida entropia, indotta da droghe che non sono di questo mondo.

Eppure, per quanto folle possa sembrarvi la mia ossessione di allora per il fantastico e l’ignoto, non dovete ritenere che essa sia motivata unicamente da una mia insensata brama di potere o ultraterrena consapevolezza.

Quello che feci, lo feci nella pia illusione di potermi opporre al Loro potere, schierandomi contro i Loro sacerdoti sulla Terra armato della loro stessa, letale disciplina misterica, delle loro formule, più antiche della stessa Babilonia e di Mu sommersa dalle acque… e della loro crudeltà. Una crudeltà che pensavo potesse salvarmi da quella dei miei nemici, cancellando la pietà ed il perdono dalla mia anima allora pura, come un Vangelo spazzato via da spietati inni di giustizia da Antico Testamento.

Eppure, per quanto io mi sforzi di cacciare dai miei disillusi pensieri i frammenti brucianti della profezia avveratasi, mi è totalmente impossibile riuscire nell’intento.

Rammento la mia corsa disperata, attraverso le antiche strade di Providence, giù, giù lungo il vecchio sentiero che si dipana come un rettile da Federal Hill, lambendo le rovine maledette della vecchia chiesa congregazionalista.

Rammento il caos, per le strade infuocate. La gente uccidere e morire con risa acute, stridenti e folli, a stento trattenute dai più savi, condannati ad una lenta agonia. Ricordo le lame scintillare tra zampilli di sangue e cantici celebrati in onore degli Antichi, tornati a reclamare ciò che un tempo appartenne Loro. So che ad un tratto avvertii un freddo gelido ed insieme ardente, la lama arroventata di un pugnale sacrificale, e intuii di essere stato ferito da uno dei folli sacerdoti danzanti nella tetra babele che fu la mia città natale. Capii di essere stato colpito più volte solo in seguito, quando il mio sguardo allucinato si posò sui mie abiti laceri, scorgendo il sangue vermiglio guizzare vispamente da alcuni brandelli della mia carne divelta e colare come miele rosso cupo da altri, sparsi lungo il torace ed i fianchi.

Non ho idea di cosa mi trattenne dal cadere, abbandonandomi ad una morte senza redenzione in cui forse avrei trovato la pace, ma la pergamena il cui contenuto celavo custodito tra le pareti del mio cranio, nel pulsante cerebro donatomi dalle medesime divinità la cui ira mi illudevo di beffare, mi aveva rivelato ogni cosa e ora sapevo!

Sapevo di come la tomba dello scrittore che avevo tanto amato celasse i resti di colui che in realtà si era erto come una cancrena di mezzo al suo popolo, evocando tramite le vivide parole dei suoi racconti creature che la mente umana avrebbe dovuto lasciare sepolte nei più insondati miasmi del subconscio. Sapevo che se avessi recitato al contrario l’incantesimo, criptato fra le righe delle opere del blasfemo autore, avrei potuto salvare il genere umano, liberandolo per sempre da una piaga di immonda crudeltà. Ma quando entrai nel cimitero e vidi il monumento funebre a lui dedicato, e accanto al quale egli sedeva leggendo ad alta voce da antichi tomi proibiti, fui rapito dalla bellezza del suo canto e dalla triste poesia di una remota gioventù perduta. Fiumi di malinconia mi inondarono il cuore, pugnalandolo come aghi acuminati e per la prima volta da anni piansi lacrime lucenti e vere. Il poeta mi guardò con gli occhi in cui un miracolo oscuro aveva infuso nuova vita e mi sorrise, compassionevole. Fu allora che sollevai la pergamena logora e insanguinata, lasciandola cadere al suolo in brandelli trasportati con le foglie dal vento. E la mia voce colma di amore per gli Antichi si unì a quella profonda e struggente di Lovecraft.

 

FINE

“A colui che incontriamo oltre il muro del sonno. Grazie.”

 

RUBY TUESDAY

 

Dalla stanza veniva una luce morbida, che faceva risplendere le tegole irregolari davanti al grazioso abbaino. I vetri erano chiusi ma la luce, con la dolcezza di un tramonto indugiante, si riversava nella vecchia strada silenziosa. Presto la vita notturna avrebbe iniziato a fluire nel decrepito quartiere, con gli studenti che in vortici e ondate avrebbero sospinto la notte fino all’alba. Ma intanto, nel limbo serale, l’unica presenza era la stella della sera che scrutava i tetti dal cielo profondo.

Dentro la stanza una dozzina di candele ardeva senza fretta, gocciolando da supporti precari fissati al muro o appoggiati su pile di libri. Una ragazza si crogiolava nella luce dorata, pigramente distesa sul letto fra le lenzuola candide e sfatte.

Si accoccolava avvolgendo le lunghe gambe come un cobra allettante, e poi si stiracchiava come un felino scuotendo i lunghi capelli scuri. La sua pelle era pallida, le labbra spiccavano rosse come un vino pregiato mentre sorrideva fra sé. Non c’era nessun altro in casa, le sue compagne erano già uscite. Lei invece indugiava, indecisa. Le sue mani passarono sul tessuto della lunga gonna che le fasciava le gambe, accarezzandola. Era una bella gonna, di un ricco color rosso cupo, ed era nuova.

Questo era un motivo perfetto per uscire.

Ma la serata si prospettava noiosa. Non riusciva a ricordare perché aveva accettato di andare a bere qualcosa con il ragazzo triste che la corteggiava da mesi. Un momento di disattenzione, o forse un generoso impulso per ricambiare degli appunti molto ben scritti… non se lo ricordava, non ci aveva fatto caso. Eppure erano giorni e giorni che lui cercava di parlarle, sopra il brusio degli amici nei pub affollati o incrociando per caso la sua strada alle feste, nel buio. La ragazza sospirò e scese dal letto, sfilando davanti al grande specchio. Era un peccato non uscire con la gonna color rubino, così simile alle sue labbra. Fece il broncio per un momento, ammirando il suo viso che mutava espressione, ma uno spiffero freddo fece oscillare la luce. La pelle candida del collo e del seno si contrasse in un brivido. Chissà poi perché aveva accettato per un lunedì, serata fin troppo rumorosa al Change, il suo locale preferito sul fiume, dove suonavano gruppi emergenti e il club di freccette si ritrovava ad allenarsi. Ma aveva già in mente un piano. C’era un film che le interessava molto al cinema: bastava sorridere e chiedere – Ci andiamo? Mi hanno detto che è così bello! … E questo eliminava la necessità di una conversazione. Perfetto.

Indossò una maglietta nera, più piccola di un fazzoletto e altrettanto sottile. Si sorrise, e diede un’occhiata alla sveglia antiquata. Le nove e quarantacinque: solo un quarto d’ora in ritardo. Sin troppo gentile. Scivolò in cucina e si versò un bicchiere di latte, rovesciando qualche goccia sul giornale spalancato sul tavolo. - Mai che qualcuno sparecchi in questa casa! - Tamponò la carta con il palmo della mano, e si ritrovò a guardare una foto del retro del Change, il lato che dava sul fiume. Non capiva di cosa parlasse l’articolo, tutto bagnato com’era. Un tizio – a quanto pareva – si era buttato nel fiume da lì. –oh no! Pensò esasperata. Ci sarà una confusione terribile davanti, ora. Sembrava che l’uomo avesse lasciato indumenti e una lettera dietro il locale, prima di saltare in acqua. Una lettera? Un suicidio, quindi. Che cosa sciocca da fare! Ma andò avanti a leggere, mentre l’inchiostro bagnato si scioglieva sotto i suoi occhi. “il cadavere – che presenta le caratteristiche tipiche dell’annegamento – è stato rinvenuto più a valle, impigliato in una rete del porticciolo, alle quattro e quaranta circa di questo livido martedì mattina…” la ragazza si interruppe.

Martedì? Ma non era lunedì oggi? Diede uno sguardo al calendario, stupita.

- Oh guarda. Allora l’appuntamento era ieri…

Si fermò di scatto. Riprese il giornale.

Si era ucciso lunedì sera, sul tardi. Forse verso le undici e mezzo. Dietro il Change.

La ragazza rimase impietrita.

Si accasciò su una sedia e si portò le mani alla fronte.

Oh Dio.

 

E adesso con chi vado al cinema?

Comments (0)

You don't have permission to comment on this page.